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100×100 Achille: perché Achille Castiglioni è “per sempre”

La mostra 100×100 Achille alla Fondazione Achille Castiglioni (fino al 30 aprile). Una grande lezione: di design, ma anche di vita.

Uscendo dalla Fondazione Achille Castiglioni di Milano, dopo aver visitato 100×100 Achille (fino al 30 aprile), penso: ecco cosa vuol dire vivere per sempre. Mi viene in mente quando faccio click sull’interruttore nero infilato in un cordino giallo, che indosso come una collana. Perché c’è senza dubbio lui, Achille Castiglioni, in questo piccolo oggetto che era orgogliosissimo di aver disegnato (insieme al fratello Pier Giacomo). E che, non a caso, la Fondazione Castiglioni ha regalato come ricordo all’inaugurazione dell’esposizione 100×100 Achille, curata da Chiara Alessi (su di lei anche qui) e Domitilla Dardi per celebrare il centesimo compleanno del maestro.

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Le “cose anonime”

C’è la sua sottile, ironica e graziosa intelligenza in questa piccola cosa che milioni di persone usano senza pensarci troppo, perché è come se fosse lì da sempre. «È piacevole da tenere in mano, fa un bel rumore», diceva con semplicità lui, che amava circondarsi di “cose anonime”. E ancora: «è prodotto in grandi quantità e, nei negozi di materiali elettrici, nessuno ne conosce l’autore». Perché non c’era prestigio più ambito, per Achille Castiglioni, che essere parte dell’esercito di designer ignoti che hanno reso più bello il mondo progettando quegli oggetti d’uso comune che lui collezionava nel suo studio. Osservandoli, diceva, si scopre come progettare al meglio.

Foto Chiara Alessi

C’È ANCORA DA IMPARARE DA ACHILLE CASTIGLIONI

Più faccio fare click con l’interruttore rompitratta più penso che Achille Castiglioni sarà anche nato cento anni fa, ma non è mai davvero morto. E non solo perché a lui sopravvivono gli oggetti che ha disegnato: riconoscibili per chiunque – come le lampade Arco, Taccia o Parentesi – e talvolta concepiti da ispirazioni così ricche da trasformarsi in trampolini di lancio per riflessioni sulla vita – pensate a Mezzadro o a Sella.

Lo sguardo leggero

Ma soprattutto perché, obiettivamente e a prescindere da qualsiasi approccio agiografico, c’è ancora molto da imparare da lui. Quanto design, anche oggi, avrebbe bisogno del suo sguardo leggero sul mondo (ed esatto opposto della superficialità), della sua curiosità di eterno bambino (per trovare magia in ogni cosa e iniettarle in ciò che si progetta), del suo rispetto sincero per uomo e funzione. Che, nel suo progettare, avevano pari dignità: perché solo rispettandoli entrambi allo stesso modo il design può davvero essere quel ponte tra persone e cose che riempie la vita di bellezza, intelligenza, sottile ironia.

IMPARARE DAGLI OGGETTI

Erano questi i principi che Achille Castiglioni insegnava ai suoi studenti del Politecnico di Torino. Utilizzando, ricorda il figlio Carlo, non parole ma oggetti, «che venivano sublimati, fino a scoprirne l’essenza prima, “la componente principale di progettazione”». Ed è aggirandosi nelle sale della Fondazione, dove quegli oggetti parlanti sono ancora conservati insieme alle pile di libri accatastati, i fogli con gli schizzi, e le matite, che si viene assaliti da un altro pensiero, che fa venire un po’ la pelledoca.

Perché le sue lezioni sono ancora attuali

E cioè che le lezioni di design di Achille Castiglioni non sono ancora valide oggi perché lui fosse un visionario, un precursore, un Leonardo del design. Ma per la ragione opposta: perché Achille Castiglioni era così perfettamente inserito nella realtà del suo tempo da riuscire a estrapolarne il senso più ampio, quello vero, che è “fuori dal tempo” oltre che “senza tempo”. E se non è questa la strada per l’eternità è difficile pensare a cosa altro potrebbe esserlo.

L’allestimento di Calvi Brambilla

100X100 ACHILLE

Gli sarebbe piaciuta la festa organizzata dalla figlia Giovanna e il figlio Carlo – che, con grande passione, tengono in vita la Fondazione – e anche la mostra, che grazie a Chiara Alessi e Domitilla Dardi, ha preso vita. Perché 100×100 Achille è un po’ come il nostro interruttore: una creatura “alla Castiglioni”. La guardi e pensi, bella, ho capito. Poi cogli all’improvviso un altro strato di senso. Poi un altro…

Gli oggetti in mostra

Dicono tante cose infatti gli oggetti, 100, scelti da 100 designer, ed esposti all’interno di un contenitore anonimo: un armadio da campeggio declinato come espositore da tavolo o da parete e progettato dagli architetti che hanno curato l’allestimento, Fabio Calvi e Paolo Brambilla). Parlano innanzi tutti dei designer che li hanno scelti. Ed è affascinante immaginarseli mentre pensano: lo avrebbe incuriosito, questo? Lo metterebbe mai nella sua collezione? E raccontano dei mondi che la parola “anonimo” evoca nell’immaginario di questi 100 progettisti.

Non tutti sono oggetti anonimi

Tra i doni ci sono infatti cose cariche di poesia che rievocano la memoria d’altri tempi (una gruccia pieghevole, dono di Michele de Lucchi, una trappola per topi, di Ingo Maurer, un acciarino, di Giulio Iacchetti). Ma ce ne sono tante altre che fanno parte del nostro quotidiano contemporaneo, quasi usa-e-getta. Come i laccetti per chiudere i sacchetti di plastica del freezer (regalo di Odo Fioravanti), la scopa con gli angoli arrotondati (di Leonardo Talarico), dado e bullone (di Philippe Nigro), e la paglietta per pulire i piatti (di Jonathan Olivares). E tra questi oggetti senza autore noto ce ne sono anche di quelli di cui si conosce benissimo l’identità del progettista ma diventati di uso così comune da offuscarne le origini: come la banconota da 20 euro (dono di Ron Gilad) o il Fidget Spinner (dei Sovrappensiero).

100 MODI DI VIVERE L’ANONIMO

Dove ci porta, allora, tutto questo? «Alcuni oggetti hanno risposto al 100% all’istanza di essere “alla Castiglioni”, altri ci hanno illuminato su nuovi sensi da attribuire alla parola “anonimo”», dicono Chiara Alessi e Domitilla Dardi. Ed ecco quindi un’altra chiave di lettura per questi oggetti, un altro strato. Il senso della parola “anonimo” varia infatti, secondo le curatrici, a seconda della provenienza geografica dei designer interpellati, della loro lingua madre, della generazione a cui appartengono.

Oggetti con un senso

«Per alcuni “anonimo” corrisponde a un memorabilia sconosciuto, la cui funzione è quasi inafferrabile. Altri rimandano a un linguaggio intuitivo, facile, comprensibile. C’è chi contempla una presa di posizione estetica precisa, e chi rifiuta connotazioni formali specifiche. Per alcuni, è “anonimo” ciò che non è prodotto da un’azienda, per altri altri è un brevetto… Il dato più interessante, alla fine, non sta tanto nel fatto che i progettisti abbiano “centrato” o meno il regalo che sarebbe piaciuto a lui, quanto che abbiano selezionato dall’infinito mondo degli oggetti anonimi quello che ha significato qualcosa per ognuno di loro. 100X100 Achille è quindi non solo una collezione di oggetti, che attingono almeno a un intero secolo di cultura materiale e a un mondo fatto di diverse latitudini e attitudini progettuali, ma anche una raccolta di sguardi e contributi alla definizione del tema».

Il catalogo

Un catalogo quindi speciale (edito da Corraini) che riporta una selezione «personale e firmata nel mondo dell’universale senza firma», che rende la Fondazione Achille Castiglioni un luogo ancora più magico di quanto già normalmente non sia. Uno spazio in cui oggetti, ambienti e parole (come quelle scritte sui bigliettini di auguri e appesi alla parete) regalano diversi livelli di lettura: insegnando non solo come progettare bene, ma anche e soprattutto come innamorarci di quello che ci circonda e come vivere il quotidiano con l’entusiasmo di un bambino.

L’entusiasmo da bambino

«Quell’entusiasmo che lui usava per allenarci alla curiosità», ricorda la figlia Giovanna. «Smontando e rimontando oggetti, analizzando i giochi che ci portava dai viaggi, facendo puzzle nelle vacanze natalizie, costringendoci a vedere il Festival di Sanremo per studiare le scenografie. Portandoci al luna park per capire i meccanismi delle giostre, studiandone le luci, perdendosi nei labirinti di specchi ridendo a crepapelle o nei ferramenta dai quali usciva rinfrancato. “Se non siete curiosi”, diceva ai suoi studenti, “e se non vi interessano gli altri, lasciate perdere: il mestiere del designer non è per voi”».

100×100 Achille, Fondazione Achille Castiglioni, Piazza Castello 27, Milano. Aperta fino al 30 aprile.

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