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«Falsi, ma reali». Quando il computer crea gli interior

3D rendering

Troppo belli per essere veri. Ma anche troppo veri per essere finti. Chi direbbe mai, infatti, che gli ambienti che vedete in questa pagina non esistono? Che sono rendering, creati senza prodotti, senza costruire fisicamente nulla, senza set, allestimento, noleggio, montaggio, trasporto?

Benvenuti nel mondo dei set virtuali, della fiction fotografica, del ritocco che non solo corregge ma inventa, crea, produce. L’equivalente, nel mondo degli interior, del cinema 3D, che vuole regalarci emozioni e mondi sempre e soltanto possibili.

Fabrizio Rota lavora in questo universo dal 1998 ma il suo Apparent Reality, uno studio che realizza set virtuali per aziende doc italiane ed estere, è nato solo 3 anni fa. E va a gonfie vele, aumentato il proprio fatturato del 25% oni anno. Il motivo è semplice e Fabrizio lo riassume così: «Il 3D è il futuro e conviene: creativamente ed economicamente».

Quanto sono diffusi i set virtuali?

«Dipende dai settore merceologici. Negli interior sono soprattutto i produttori di cucine ma anche di ceramiche e di sanitari a usarli, alternandoli a set tradizionali. Più p meno, in questo settore, fino al 40% o più delle immagini sono realizzate con set virtuali».

Perché scegliere un set virtuale invece di uno reale?

«Perché dà la possibilità di descrivere il prodotto attraverso un racconto completo – come i cataloghi facevano anni fa quando i budget erano più consistenti – contenendo i costi. Oggi nessuno può più permettersi location da sogno, spostamenti di oggetti da un capo all’altro del paese, un numero consistente di scatti. A parità di budget, il 3D permette di ottenere risultati molti più interessanti rispetto a un set tradizionale».

Sta dicendo che i set virtuali sono figli della crisi?

«Un po’ sì. La crisi ha accelerato un processo che però stava già prendendo piede. Basti vedere nel cinema: un film come Il Signore degli Anelli non sarebbe stato possibile senza le tecnologie 3D. Chi mai avrebbe potuto permettersi di ricostruire un mondo inventato in uno studio? È questo il paragone che uso con i miei clienti: con i set virtuali non ci sono limiti alla fantasia e alla creatività».

Ci sarà chi pensa che a essere creativo è ormai soprattutto il computer…

«Non è così, almeno nel nostro studio che realizza rendering così realistici da essere indistinguibili da foto scattate con metodologie tradizionali. Per realizzare un set virtuale le competenze necessarie sono le stesse rispetto a quelle richieste in un set reale: progettista di interni, sylist, fotografo. In più si aggiunge il modellatore 3D e il 3D artist. Manca invece, rispetto al set reale, lo staff che si occupa della gestione dei prodotti in sala posa e il trasportatore».

 

3D rendering interiorCome nasce un set virtuale e come è possibile renderlo così identico alla realtà?

«Nella fase di generazione del concept non c’è alcuna differenza rispetto a uno scatto tradizionale. Il cliente dà il brief e suggerisce i mood boards o il rendering del prodotto se non ce l’ha fisicamente. L’interior designer e lo stylist studiano il progetto che viene definito dopo l’approvazione del cliente. Invece di cercare arredi e oggetti da inserire negli scatti, lo sylist li sceglie su internet o da cataloghi: sarà poi il modellatore a realizzarli come file 3D. Nel frattempo, l’interior designer crea lo spazio architettonico insieme a un modellatore 3D. Insieme allo stylist inseriscono poi i pezzi – che sono come degli avatar degli oggetti – nel set che vedono a computer. Il fotografo studia l’illuminazione virtuale come farebbe in studio, utilizzando bank, faretti, flash… tutto il necessario che esiste, però, solo virtualmente. A questo punto usiamo un «simulatore di luce», Maxwell Render, che elabora gli oggetti 3D mappati, la luce, le texture e i colori scelti e produce lo scatto.

Infine, il processo torna ad essere quello tradizionale: l’immagine viene post prodotta da un secondo fotografo e consegnata al cliente.

Quindi tante delle immagini che vediamo sui cataloghi oggi sono virtuali?

«Lo sono sempre state, di fatto. Nel mondo della comunicazione abbiamo sempre costruito illusioni. Penso che il pubblico conosca benissimo la verità. Il mondo è troppo reale e per molti versi anche misero. Ci sono momenti in cui  è bello – e lecito – sognare».

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