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Aarhus 2017: dove la cultura cambia il mondo

Sono le idee che cambiano il mondo. E la piccola Aarhus le sta usando per ripensare l’Europa.
Il reportage pubblicato su D – con foto di Giuliano Koren – sulla Capitale della Cultura 2017 dove arte, architettura, design, musica e tecnologia sono diventati agenti del cambiamento.

Scarica qui il PDF dell’articolo pubblicato su D la Repubblica l’8 ottobre 2016

Dokk1 in Aarhus, ph Giuliano Koren

Sembra un grande gabbiano appollaiato sul mare del Nord il nuovo centro culturale Dokk1 di Aarhus. Sulle sue pareti, un gigantesco orologio fa il conto alla rovescia: meno 130 giorni, meno 129… Dal 21 gennaio, Aarhus sarà Capitale Europea della Cultura e tra i 320mila abitanti della cittadina dello Jutland – il “ditone” della Danimarca – non si parla d’altro. «L’entusiasmo si tocca con mano e forse un po’ si esagera perfino», dice Ole Huld Jakobsen, social storyteller per la radio nazionale danese DR Kunstklub. Ole è rientrato ad Aarhus (dove si era laureato) per il Festival che a fine estate anima la città con musica dal vivo, spettacoli e performance, ma abita a Copenhagen. «Alla fine, è sempre e solo Aarhus. Non ci si libera del provincialismo con un colpo di spugna», dice. «È invidia perché ora piacciamo al mondo», ribatte Jørn Olesen, responsabile di palcoscenico al Musikhauset, il teatro recentemente ampliato, che ospita nelle sue sei sale (una con 1500 posti) musical e concerti internazionali. Per Jørn, Copenhagen dopotutto «è una Aarhus più grande, dall’altra parte del paese».

Artisti di strada ad Aarhus

Un po’ scherza, ma forse un po’ no. Perché per la cittadina che vanta l’età media più bassa del paese (32 anni) sembra iniziata davvero una nuova era. Con la serie tv noir Dicte (grande successo in Uk, Olanda e ora approdata in Italia su Fox Crime) girata e ambientata proprio qui. Con i progetti architettonici belli e sostenibili (come il celebre complesso abitativo Iceberg), ma anche socialmente aggreganti (con l’ambizione di essere il “nuovo salotto della città” la biblioteca-centro culturale Dokk1 si è appena aggiudicato il Best World Library Award dell’International Federation of Library Associations). E con il suo cibo raffinato (dal 2015 Aarhus ha tre ristoranti stellati e la qualità diffusa del suo cibo – il km zero è di rigore ovunque) che le è valso il titolo di Regione Gastronomica Europea 2017). Senza contare il riconoscimento internazionale del suo sindaco, il social-democratico Jacob Bundsgaard, invitato da Obama a svelare il “segreto” del programma con cui in città ha azzerato il numero di foreign fighters in partenza per la Siria e gestito la de-radicalizzazione dei 22 rientrati in patria.

È questo il cocktail che ha portato il New York Times a definire Aarhus la «whirring mind» (mente vibrante) della Danimarca, mentre per Lonely Planet è la seconda migliore destinazione 2016 in Europa (800mila notti in albergo nel 2014, 930mila nel 2015, +17% fino al luglio 2016, mentre Copenhagen registrava invece un segno negativo).

VR in Aarhus

Per liberarsi da qualsiasi tentazione provincialistica in un Paese in cui il senso di “inferiorità” nei confronti della capitale è forte, il board che gestisce Aarhus Capitale della Cultura 2017 ha importato dall’estero i talenti necessari per creare una manifestazione degna di una città dallo sguardo internazionale: il Ceo dell’operazione è Rebecca Matthews (inglese, già a capo delle Global Partnership culturali per il British Council a New York e della Opera House di Sydney), mentre il direttore del programma, Juliana Engberg, è australiana (ha curato il padiglione nazionale alla Biennale di Venezia del 2007 e la direzione artistica della Biennale di Sydney del 2014).

Anders Byriel, CEO di Kvadrat

Uno degli artefici di questa internazionalizzazione è Anders Byriel, Ceo del gigante tessile Kvadrat e membro del board. Che, dalla sua, ha non soltanto il potere contrattuale ed economico di una delle aziende danesi più rinomate nel mondo, ma soprattutto lo spessore intellettuale e i contatti internazionali giusti nel mondo dell’arte. Con personaggi come Matthews e Engberg, che Byriel ha fortemente voluto coinvolgere, ma anche con artisti come Olaful Eliasson, suo amico personale, Philippe Parreno (con cui ha collaborato per l’installazione alla Turbine Hall della Tate Modern di Londra, aperta il 3 ottobre) o Pipilotti Rist (per la mostra Pixel Forest al New York New Museum, dal 26).

«Conosco bene Aarhus, ci sono nato e cresciuto», dice Byriel passeggiando per i corridoi della sua azienda, un edificio nella campagna, pieno di installazioni firmate e di viste mozzafiato sul mare. «Essendo una città orgogliosa e davvero culturalmente attiva, il rischio che guardasse solo alle sue forze per il 2017 c’era. Ma essere Capitale della Cultura è un’occasione per darsi un respiro più ampio, internazionalizzandosi e coinvolgendo anche l’intera regione nello sforzo. Non farlo avrebbe significato peccare di quella provincialità di cui veniamo accusati».

Concorda Erlend Høyersten, 44 anni, norvegese. Altissimo, con i capelli ricci arruffati e anelli con i teschi su ognuna delle dita delle manone, a vederlo si direbbe un biker ma Høyersten – che lavora circondato da memorabilia di Star Wars ascoltando Blue in Green di Miles Davis da un giradischi anni ’80 – è approdato ad Aarhus nel 2013 per dirigere uno dei suoi gioielli, il museo di arte contemporanea ArOS (800mila visitatori all’anno, conosciuto in tutto il mondo per Your Rainbow Panorama, la passeggiata-installazione di Olafur Eliasson che dal maggio 2011 lo sovrasta sul tetto). «Molti pensano che sia stato Your Rainbow Panorama a metterci sulla carta geografica internazionale e di sicuro l’opera ha avuto un ruolo importante nel riposizionamento della città. Ma non credo in un “effetto Bilbao”: un agente del cambiamento funziona solo se si innesta su un terreno fertile. Che qui si sta preparando da almeno 25 anni. Mi ricordo di essere venuto a trovare mia sorella che studiava all’Università nel ’92. Si parlava della ricostruzione della zona del porto: “quale porto?” ho chiesto. Non mi ero nemmeno accorto ci fosse il mare. I canali che vediamo oggi e tutta la zona sull’acqua erano nascoste da grandi mura di fabbriche e cantieri.

Ci è voluto coraggio per cambiare tutto questo scommettendo sulla cultura: investendo nell’università che con i suoi 60mila studenti fa di Aarhus la città più giovane della Danimarca, nell’architettura sociale (ristrutturando la zona del porto e creando centri sociali come Godsbanen dove tutti possono creare, incontrarsi, progettare), nella musica e nel teatro (la Musikhuset è stata costruita negli anni ’80 ed ingrandita nel 2007). E ora una ricerca demografica ha indicato che il 54% della gente sceglie Aarhus per la sua vita culturale».

Del resto, i numeri parlano chiaro. Ogni anno 600mila persone visitano Den Gamble By, la città vecchia ricostruita (dove troverete case medievali ma anche abitazioni e negozi degli anni ’70) mentre il museo etnografico Moesgaard, traslocato nel 2014 in un edificio progettato da Henning Larsen Architects, ne accoglie più di mezzo milione.

Rebecca Matthews e Juliana Engberg

È su questa base che si è messa in moto la “macchina” della Capitale della Cultura. «Ogni città accoglie questa opportunità con un angolazione diversa» dice Rebecca Matthews, Ceo di Aarhus 2017. «Marsiglia voleva accesso al turismo internazionale, San Sebastian coesione sociale. Noi abbiamo scelto la responsabilità verso l’Europa. Perché il turno di Aarhus è arrivato quando le narrazioni su cui è stata costruita l’Unione sono in stallo e cresce un paesaggio politico-sociale in cui bisogna mettersi in gioco. Il nostro tema, Re-Think, propone di ripensare e rinfrescare i valori tipicamente danesi ed europei di sostenibilità, diversità e democrazia».

Qualche esempio dei progetti? Coast To Coast, 300 kilometri di percorso nella natura con opere site specific che esaminano il Dna danese nel contesto europeo. L’autobus decorato da Barbara Kruger con grafiche su temi come le credenze, il potere, il dubbio. I video che Angela Mesiti realizzerà con abitanti di Gellerup, quartiere detto “il Ghetto”: rifletterà su quale sia la migliore esistenza possibile in un luogo dominato dalle diversità.

«la cultura è ancora lo strumento principe per avvicinare le persone, focalizzarle sui punti in comune più che le differenze»

Si ha l’impressione che la presenza femminile sia dominante: tra i nomi più conosciuti ci sono la belga Belinde De Bruyckere, l’americana Jenny Holzer, l’astro nascente inglese Rebecca Law, la tedesca Ulle von Brandenburg, nonché la regista danese premio Oscar Susanne Bier, di cui la MusiekHauset presenterà tre film rivisitati come opera, balletto e musical. «È vero, ci sono tante donne, forse per sensibilità affini», dice Matthews. «Ma ci saranno anche il coreografo Wayne McGregor e il compositore Jamie xx con Tree Of Codes di Jonathan Safran Foer, con le scenografie di Olafur Eliasson. E Nikolaj Scherfig, l’autore della serie tv successo mondiale The Bridge, che terrà workshop di scrittura sul noir nordicoin una casa di vacanza sulla costa a nord della regione». Quasi 400, in totale, gli eventi. «La municipalità si aspetta un +33% di turisti e un +45% nelle presenze dall’estero, toccando i 10 milioni l’anno», dice Matthews. «Sono certa che li otterremo ma dovremmo guardare l’impatto sociale dei festival più che i numeri. A Derry Capitale della Cultura 2013 cattolici e protestanti hanno lavorato insieme e ora si respira un’aria diversa. Stiamo vivendo momenti difficili in cui molti cercano azioni risolute per risolvere i problemi. Ma la cultura è ancora lo strumento principe per avvicinare le persone, focalizzarle sui punti in comune più che le differenze. Come ha detto la scrittrice turca Elif Safak: “Non mangeremmo forse lo stesso pane ma leggeremmo tutti lo stesso buon libro”». Quello che Aarhus sogna di scrivere.

 

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