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“A Castiglioni” alla Triennale: una mostra di design come inno alla vita

La retrospettiva che celebra il centenario della nascita di Achille Castiglioni alla Triennale è un inno non solo al design ma alla vita. Che è più bella se vissuta con intelligenza, leggerezza e curiosità. Per questo i veri protagonisti del percorso curato da Patricia Urquiola e Federica Sala non sono gli oggetti ma noi. Le persone che Achille Castiglioni non dimenticava mai quando disegnava il mondo intorno a lui.

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Visitare la mostra A Castiglioni, a cura di Patricia Urquiola con Federica Sala (alla Triennale fino al 20 gennaio), riempie di buonumore. Come quando si osserva qualcosa che colpisce perché è bello e si capisce all’improvviso che è anche intelligente. O si coglie il senso vero di un romanzo: e gli orizzonti che apre portano ben oltre la sua semplice storia. 

Perché in questo percorso, organizzato attraverso 20 “cluster”, il lavoro di Achille Castiglioni è raccontato attraverso connessioni tematiche legate al moto di pensiero che ha dato origine alla progettazione. È, questo, un approccio “intimo”, che non avrebbe potuto essere inventato da uno storico del design. Ma solo da un’allieva – come Patricia Urquiola – che ha lavorato a stretto contatto con il Maestro, cogliendo l’essenza del suo pensiero e modus operandi.

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Ecco che allora, letta al di là degli oggetti ma attraverso i “cluster”, la mostra diventa un percorso non lineare che permette di addentrarsi nell’universo di Achille Castiglioni. Fatto di rimandi, corti circuiti intuitivi, connessioni tra cose diverse che all’improvviso sembrano fatte le une per le altre. Nel cluster “Se telefonando”, per esempio, si trovano quindi i telefoni disegnati da Castiglioni ma anche lo sgabello Sella. Progettato per sedersi, stando quasi in piedi, in un’epoca in cui gli apparecchi erano attaccati al muro. Nella sezione “In moto”, ecco poltroncine che proiettano, sedie che si piegano con un gesto, gradini che ruotano, lampade che si alzano e abbassano. Come dire, si può fare anche così. In “Keep in Simple”, la capacità di Achille Castiglioni di tradurre la regola tecnologica in estetica formale emerge in modo immediato. Senza parole. Con lampade come celeberrima Parentesi e l’essenzialissima Luminator o la snodatissima Tubino.

Ma il motivo per cui Achille Castiglioni è una mostra da vedere è anche perché è piena di quell’affetto e umanità che spesso manca nelle retrospettive dei grandi autori. Perché è il Castiglioni uomo – fratello, maestro e padre – che emerge nelle sale. La sua curiosità per quello a cui non pensa nessuno. Ascoltatelo raccontare come si ascoltano i rumori delle cose e dei materiali, nella stanza-installazione allestita con le Parentesi.

«Quando il design realizza oggetti senza boria, che aggiungono qualità al quotidiano, entra nel cuore della gente»

 E osservatelo prendersi gioco dei suoi stessi progetti (per la personale al Museum für Angewandte Kunst a Vienna, del 1984). E stupitevi, quando salite la scala che porta al piano superiore, della quantità di fumo che vi avvolge. «Era impossibile pensare ad Achille uomo, all’architetto o al professor Castiglioni senza immaginarlo accompagnato da una sigaretta», spiega Patricia Urquiola.

È, questa, una mostra che interessa solo gli appassionati di design? Io non credo. Penso, al contrario, che tutti potrebbero godere della sua narrazione.

Perché c’è, innanzitutto, il fattore nostalgia. Per nulla cercato dalle curatrici ma che il visitatore non può non provare davanti ai meravigliosi oggetti che fanno parte della storia e dell’immaginario collettivo. Come la Cimbali (Compasso d’oro 1962), il “radiofonografo stereofonico” (1965), l’interruttore multi-tratta (1968) – tutti disegnati con il fratello Pier Giacomo. Quando il design realizza oggetti senza boria, che aggiungono qualità al quotidiano, entra nel cuore della gente. Che apprezza la possibilità di entrare a far parte di una storia collettiva, scritta anche per lei.

E poi c’è il fattore scoperta. Non didascalica o storica. Quando si esce, si avrebbe forse difficoltà a ricostruire il design di Achille Castiglioni in una prospettiva cronologica. O a cogliere la profondità del rapporto con i fratelli. Quello che si scopre, invece, nel percorso concepito da Patricia Urquiola è come nascono le idee che danno forma alle cose. Come pensare fuori dagli schemi. Come vivere la vita con una curiosità incantata a prescindere dall’età, entusiasmandosi per il nuovo senza paura ma buttandocisi dentro. A capofitto.

È questa leggerezza piena di senso l’insegnamento che Achille Castiglioni ha lasciato. Ai designer che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui, alla figlia Giovanna, che gestisce con passione la Fondazione a lui dedicata, e a tutti noi, attraverso i suoi oggetti. È un insegnamento di approccio alla vita, prima ancora che al design, che emoziona. E che questa mostra racconta in modo egregio.Nel suo testo che apre le sale della mostra alla Triennale, Patricia Urquiola ricorda il mantra del Maestro. «Un buon progetto nasce non dall’ambizione di lasciare un segno, ma dalla volontà di instaurare uno scambio, anche piccolo, con l’ignoto personaggio che userà l’oggetto da voi progettato». Ecco perché i protagonisti di questa retrospettiva su Achille Castiglioni siamo anche noi. Le persone che Achille Castiglioni non dimenticava mai quando disegnava il mondo intorno a lui.

4 Comments

  1. Questo articolo tocca le mie corde! “Come vivere la vita con una curiosità incantata a prescinde dall’età, entusiasmandosi per il nuovo senza paura ma buttandocisi dentro. A capofitto.”
    Non posso perdere la mostra dopo aver letto il tuo racconto! grazie Laura

  2. Lalla says

    La verità, come accade spesso ormai, il tuo racconto è molto più bello della mostra!

  3. PIER GIACOMO E ACHILLE CASTIGLIONI ovvero A&PGC come loro hanno firmato
    i lavori che ci circondano e che sono protagonisti nella mostra alla Triennale di Milano dove si è ignorata una indiscutibile realtà storica, volutamente.
    Cordiali saluti,

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