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Alessandro Guerriero: la bellezza della fragilità e di un mondo senza soldi

Non sono i sogni ad abbandonarci quando diventiamo grandi: siamo noi a lasciare loro ed è una questione di scelta. Una chiacchierata “senza scopo” («perché così è tutto più bello») con Alessandro Guerriero, fondatore di Alchimia, artista e “designer non-designer” senza tempo.

Nei 30 metri quadrati della sua installazione dedicata ai lari alla grande mostra 999 domande sull’abitare contemporaneo alla Triennale, Alessandro Guerriero si muove tra abbozzi di sculture in gesso, scalpelli, fogli di carta, colori e stampanti 3D. Le statuette che lo circondano, a cui se ne aggiungeranno altre prima del 2 aprile), sono state realizzate da Michele De Lucchi, Lapo Binazzi, Alessandro Mendini, Franco Raggi… I “soliti amici” che Alessandro Guerriero interpella da una vita. Da quando – insieme, nel 1976 – hanno creato quel movimento di pensiero prima che artistico e di design che fu Alchimia.

Si potrebbe pensare: sempre loro. Si potrebbe dire: passatismo e nostalgia. E, invece di fermarsi a parlare con questo artista, designer, maestro di generazioni di studenti, si potrebbe passare oltre. Ma sarebbe un peccato. Perché parlare con Alessandro Guerriero vuol dire capire cose bellissime. La prima: che non sono i sogni ad abbandonare noi quando “diventiamo grandi” ma noi loro, ed è solo una questione di scelta. La seconda: che creare qualcosa insieme ad altri e per gli altri è molto meglio che farlo da soli. La terza: che quando si tiene lontano il denaro spesso nascono cose speciali.

«Qualche anno fa mi sono accorto di parlare alla mia casa», dice Guerriero. «Non “in” casa ma proprio “alla casa”, alle cose che ne fanno parte, alle pareti, ai pavimenti e le finestre. E questo ha dato all’improvviso più valore a quello che mi circondava: le cose si impreziosiscono quando intessiamo una relazione con loro attraverso il racconto». È per questo che per 999 domande sull’abitare, Alessandro Guerriero ha chiesto a una sessantina di designer e artisti di guardarsi dentro e di raccontarsi con una statuetta, ispirata al Modulor di Le Corbusier. «Vorrei che chi visita questa mostra pensasse, anche solo per un istante, che gli oggetti possono avere un’anima: e che quale essa sia dipende da come sono stati fatti ma anche da come li usiamo, li guardiamo, li pensiamo. E mi piacerebbe che apprezzasse anche il valore delle storie in divenire: quelle a cui manca il punto finale, che si costruiscono insieme, senza sapere bene dove si va. Questa mancanza di scopo, di finalità, è un punto partenza importante per sentirsi umani e per stabilire relazioni più vere con gli altri e con il mondo». Poi ride: «Alla fine, però, scommetto che la maggior parte delle persone dirà: belle quelle statuine. Oppure: mamma mia che paura (se gli capita sotto gli occhi quella, inquietante, di Franco Raggi). E va bene anche così. Non sono certo qui per insegnare qualcosa a qualcuno o fare il Martin Lutero dell’arte, del design o di come vuoi chiamare tutto questo». Già, perché è ancora valido oggi, per Alessandro Guerriero, il concetto espresso nel manifesto di Alchimia che «il progetto è delicato, non si impone ma affianca e accompagna dolcemente l’andamento della vita e della morte delle persone a cui quel progetto piace».

«Elogio della fragilità» allestimento a Palazzo Moroni a Bergamo con le opere della Sacra Famiglia, 2016

È da considerazioni come queste che si capisce quanto Guerriero sia una mosca bianca anche in un panorama in cui tutto torna. Non perché lui non cavalchi il passato (cita Alchimia spesso e volentieri, si circonda appena può degli stessi amici di un tempo) ma perché per lui quel passato è fatto di valori irrinunciabili da cui attingere ispirazione per il futuro. E, a 75 anni, quando dice «per me è sempre stato tutto Alchimia e ancora lo è», Guerriero lo fa senza cinismo: non vuole dire “abbiamo già inventato tutto noi” – come di solito fanno i vecchi – ma “quel modo di pensare è così parte di me che non potrei funzionare altrimenti” – come fa chi ha deciso, a prescindere dal prezzo da pagare, di non abbandonare mai i propri sogni.

Per lui, il prezzo è stato fare della sua professione ufficiale «un bellissimo fallimento». «Pur essendo in un mondo dove girava il denaro, e tanto, non ho guadagnato niente perché non riuscivo a progettare e creare seguendo dettami funzionali, di marketing. Questo fa di me un non-designer, forse un artista, di certo un insegnante (Guerriero è stato tra i membri fondatori di Domus Academy e Presidente della Naba dal 2004 al 2010, e ancora tiene seminari nelle università di tutto il mondo). Le etichette non mi interessano. Resta il fatto che ho capito che quel mondo e il mio pensiero “da Alchimia”, insieme, non funzionavamo».

Il difetto può diventare un pregio, il limite può essere un metodo di lavoro, e le esperienze di fragilità umana possono diventare arte quando le persone sono libere di essere

È in nome di quel pensiero («la motivazione del lavoro non sta nella sua efficienza pratica, la bellezza dell’oggetto consiste nell’amore e nella magia con cui esso viene proposto, nell’anima che esso contiene») che Guerriero ha quindi dedicato la sua vita a lavori che si definirebbero “social” ma che per lui sono semplicemente l’essenza stessa del progetto. Con il carcere di San Vittore a Milano, con la Sacra Famiglia (una fondazione che fornisce cura e assistenza a disabili psichici e fisici), con Itaca (una onlus quella che si occupa di persone affette da disturbi mentali) e con l’associazione Pane Quotidiano che distribuisce generi alimentari e beni di conforto ai bisognosi. E fondando nel 2013 Tam-Tam, una scuola di arti visive di workshop gratuiti in cui maestri e allievi lavorano insieme.

«In questi mondi porto la coscienza che il difetto può diventare un pregio, il limite può essere un metodo di lavoro, e le esperienze di fragilità umana possono diventare arte quando le persone sono libere di essere», spiega Guerriero. Alla Sacra Famiglia hanno sempre usato l’arte terapia. Ma non a trasformare lo svantaggio fisico o psicologico in un’occasione creativa. «Ci sono decori che solo una persona col Parkison riuscirebbe a riprodurre. Altri, su fogli enormi, in cui aiuta spostarsi su una sedia a rotelle. E poi sfrutto le mie connessioni nel mondo del design per dare dignità al lavoro di queste persone, per raccontare le loro storie al mondo. Perché non mi importa che vendano i loro vasi, i loro quadri, le loro sculture. Ma che li facciano vedere sì, perché quello che provano nel momento della mostra è impagabile: è dignità allo stato puro».

E a lui cosa dà questo lavoro? «Nel mondo dell’arte, del design, della creatività tutti pensano di osare. Ma è quando vedi una persona sulla sedia a rotelle o uno che non si capisce quasi nulla di quello che vuole dire ma fa di tutto per esprimersi lo stesso è solo allora che cogli davvero il senso della parola coraggio. Inizi a collaborare con queste fondazioni e pensi di aiutare loro ma sono loro che aiutano te. San Vittore, Itaca, la Sacra Famiglia sono posti dove costruisci e dove ti costruisci».

A 75 anni, avere ancora voglia di farlo è raro. «Io con loro non mollo più, perché il mondo in cui non gira il denaro è un mondo fantastico, sconosciuto ai più. Le regole dei soldi sono diverse da quelle dei rapporti umani. Quando dico, fai questo oggetto e non ti pago, perché lo fai? Perché hai voglia di farlo. Ed è ovvio che darai il meglio di te stesso, soprattutto quando lo fai insieme ad altri».

E il meglio di se stesso, e di tutta la sua rete di connessioni, Alessandro Guerriero lo sta dando al momento per realizzare un ennesimo progetto collettivo per portare fondi a Pane Quotidiano, la onlus che si occupa dei poveri di Milano che festeggia i 120 anni di attività. «Ho chiesto a 10 designer, 10 cuochi e 10 scrittori di lavorare sul tema del pane», spiega. «I designer – tutti nomi importanti, che attirano il pubblico – progetteranno dei pani che poi un cuoco realizzerà e che poi diventeranno sculture da mettere all’asta. I 10 cuochi, invece, realizzeranno pani speciali che una panetteria di Milano metterà in commercio. E gli scrittori forniranno il “collante” che anima gli oggetti, cioè le storie. Vogliamo raccogliere soldi, ma la vera magia sarebbe se tutti i milanesi si rendessero conto di quello che accade ogni giorno da Pane Quotidiano, di quanti volontari ci lavorano, della bellezza squisitamente umana del rituale che si svolge lì ogni giorno, in silenzio assoluto, senza che nessuno chieda mai nulla di più».

Cos’è tutto questo? È arte, design, impegno sociale? La risposta è nel Manifesto di Alchimia. «Le discipline non interessano quando sono considerate all’interno delle loro regole. Anzi, è importante indagare nei grandi spazi liberi esistenti tra di esse». La risposta è in quel pensiero grazie al quale, a 75 anni, Alessandro Guerriero riesce ancora a guardare il mondo con l’entusiasmo di un ragazzino.

2 Comments

  1. Wendy says

    Ma che bei pensieri e che bei proponimenti che invogliano a fare queste parole…. Energia per la mente e per l’anima grazie di cuore

  2. Gioia says

    Grazie signor Guerriero! Benomale che a questo mondo esistono persone come Lei, che ragionano in questo modo! Sarebbe bello che tutti la pensassimo così… si vivrebbe in pieno la vita.. apprezzando le cose più semplici.. ARTE, ENERGIA, VITALITA’…VITA!

    Grazie ancora.
    Gioia

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