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Quanto vale un panorama da sogno? Marco Tabasso racconta Anotherview

Ci si può innamorare di un paesaggio? E quanto saremmo disposti a spenderlo per averlo sempre con noi? Marco Tabasso, uno dei fondatori di Anotherview ed ex talent scout di Rossana Orlandi, racconta come nascono le finestre digitali che raccontano giorni e luoghi speciali, perché i collezionisti fanno a gara per averle e perché le gallerie di design dovrebbero cambiare radicalmente. E ai giovani designer dice…

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Anotherview è uno di quei progetti che poteva finire in più modi.

Perché l’idea era: trasformare una finestra in un occhio sul mondo. E lo svolgimento avrebbe potuto essere basico, con un risultato quasi da grande magazzino: uno schermo con una sequenza di paesaggi e foto da coffee table book.

Invece Anotherview – il collettivo formato da Marco Tabasso, ex talent scout di Rossana Orlandi, dalla fotografa Tatiana Uzlova e dall’esperto di digital media Robert Andriesse – è arrivata a Design Miami Basel.

E, dopo un solo anno di vita come impresa,  le “finestre” che realizza – filmando un luogo per 24 ore – vengono acquistate da collezionisti d’arte, armatori, imprenditori coreani, signore di Dubai. Una è nel salotto di un ex presidente di un paese sudamericano, altre sono a disposizione dei viaggiatori delle navi da crociera Royal Carabbean. E una, nella casa di un cliente romano, è stata significativamente posizionata di fianco a un’opera di Bill Viola.

Anotherview è quindi un caso emblematico – e per questo interessante – di come tecnologia, fotografia e viaggio possono incontrarsi per creare un’opera ibrida. Che non è arte e non è design ma che acquisisce valore – come entrambi – attraverso la ricerca accurata non solo del bello. ma anche di un significato che lo trascenda e lo faccia diventare emozione e memoria.

E la sua storia è piena di riflessioni interessanti sull’universo del design art a cui tanti giovani designer ambiscono.

Marco Tabasso, cos’è esattamente Anotherview?

«Siamo noi tre, cioè un collettivo che sviluppa e realizza idee a cavallo tra arte, interior design ed elettronica. Le finestre, al momento, ma ci sarà altro. E quello che vendiamo sono Giorni e Luoghi in limited edition, riproduzioni iperrealistiche di un angolo di mondo colto in un momento specifico della sua esistenza. Lavoriamo insomma un po’ come archivisti: cerchiamo la vista, lo spazio speciale e il momento giusto in cui riprenderlo. Allo stesso tempo registriamo dei “giorni”, li codifichiamo. Li racchiudiamo in un file, creiamo una memoria a cui qualcun’altro avrà accesso».

Per chiarire fin dall’inizio, stiamo parlando di un oggetto che costa molto, e quindi che si rivolge a una nicchia…

«Sì. Le nostre finestre costano dai 22 ai 65mila euro, a seconda del luogo che raccontiamo».

Quante ne vendete e a chi?

«Siamo nati del 2017 e ne abbiamo vendute 21. Tra i nostri clienti ci sono tanti collezionisti d’arte contemporanea, un ex armatore svedese, un ex presidente di un Paese Sudamericano, un imprenditore Coreano, una signora di Dubai…Ultimamente cominciamo ad avere anche clienti corporate come ristoranti, navi da crociera, uffici. Perché ad Anotherview lavoriamo anche su progetti tailor made realizzando viste e installazioni su misura. Come la vista di 24h su The Floating Piers di Christo and Jeanne Claude sul lago d’Iseo. Ce l’hanno commissionata Franco e Umberta Beretta, proprietari della villa attorno al quale l’installazione era costruita».

E cosa ama di Anotherview chi l’acquista?

«La novità del progetto conta: le idee nuove attirano le persone curiose. Ma dopo il primo sguardo entrano in gioco due tipi di fruizione. C’è quella emotiva: la maggior parte dei clienti sono sentimentalmente legati ai luoghi che abbiamo ripreso. Avere una finestra su un luogo che amano e che può dare l’impressione di essere li è uno dei fattori determinanti dell’acquisto. C’è poi la fruizione pragmatica data dal format di 24 ore. Le finestre riportano un intero giorno in un luogo, raccontano quello che succede dall’alba al tramonto e sono sincronizzate sul tempo reale. Ognuna diventa quindi un “orologio” naturale dove ognuno può associare uno specifico momento della giornata a qualcosa che accade sullo schermo. E molti amano questo modalità analogica in un oggetto digitale. Qualcuno, per esempio, ha detto che il nostro lavoro comunica una una sorta di nostalgia del presente. In altri casi uno dei fattori vincenti è la duttilità del progetto all’interno di un design di interni. In tutte quelle parti di una casa dove manca una finestra o manca una giusta luce una delle nostre finestre può radicalmente cambiare la prospettiva e aprire nuove possibilità di progettazione».

Basta un bel paesaggio per far innamorare qualcuno? E convincerlo che decine di migliaia di euro sono un prezzo giusto per averlo in casa?

«No. Occorre che la vista possegga una propria narrativa, come una storia lunga 24h, che ci sia una continuo movimento. Per questo spesso i panorami che includono il mare o un fiume funzionano meglio. Quello che deve essere visibile è un fluire del tempo. Poi anche il sonoro è importante. Ma ci sono alcuni luoghi che interessano particolarmente per il loro valore storico e documentaristico. Tutti quello che, per diverse ragioni, sono a rischio di cambiamenti sostanziali: a causa del clima, della politica, della mano dell’uomo. In uno dei nostri video, nella pozza di Okaukuejo in Namibia, di notte appaiono tre rinoceronti che si mettono a combattere per gioco. Gli esperti stimano che tra 50 anni non ci saranno più rinoceronti in Namibia e la finestra che noi abbiamo girato resterà un ricordo di qualcosa che non c’è più. Noi chiamiamo questa collezione “Once we were there”: l’idea è di fare un giorno una mostra/racconto visivo di luoghi che non ci sono più».

Come vi è venuto in mente di creare finestre con paesaggi digitali e di farne un business?

«Dopo 15 anni a visionare proposte di giovani designer (da Rossana Orlandi) mi sono chiesto cosa non avessi ancora visto. Cosa si può disegnare che non sia stato ancora disegnato. Iniziai a pensare a quello che in una casa non si può progettare cioè la vista. Da qui, l’attenzione alla finestra, elemento ricco di metafore e suggestioni. Perché è membrana, filtro tra pubblico e privato, tra intimità e mondo. Quello che ci propone influisce sul nostro umore, ci dice dove e quando siamo. Ho pensato quindi di rompere la comune idea di come e cosa guardiamo da una finestra. Cioè crearne una che fosse una proposta di paesaggio e permettesse a chi la guarda di sentirsi altrove. Studiando l’idea con Tatiana e Robert abbiamo pensato a registrare video in 4K per 24 ore».

Cosa non semplice…

«No. I primi esperimenti li facemmo a Istanbul dove eravamo ufficialmente in visita alla Biennale di Architettura e furono un disastro. Nessuno aveva registrato prima in 4k per così lunghi periodi, il file generato era molto pesante e difficile da gestire per un normale computer. Anche l’organizzazione è complicata: una volta selezionato il luogo bisogna trovare la location da cui filmare. Cioè una casa privata o un luogo non turistico per dare un taglio unico alla ripresa. Serve corrente continua per 24 ore e lo scouting dura giorni e notti. Dobbiamo osservare i cambiamenti della luce e possibili riflessi che potrebbero finire nella telecamera prima di cominciare a filmare. Iniziamo a mezzanotte e finiamo a mezzanotte del giorno dopo senza interruzioni e continuando ad adeguarci ai cambiamenti della luce, facendo in modo che nulla posso interrompere o interferire con la ripresa. La post produzione poi è lunghissima anche perché il file grezzo pesa intorno ai 4TB. Ora filmiamo il 7K».

Come vendete AnotherView?

«Principalmente durante le fiere come il Salone del Mobile, il PAD a Londra, Jingart a Shanghai. Poi per passaparola, persone che hanno visto le nostre finestre a casa di amici o in luoghi pubblici. Ovviamente è stato fondamentale essere esposti da Rossana Orlandi a Milano. Ma il rapporto che abbiamo ora con le gallerie è più di partnership che di semplice rappresentanza. Lavoriamo con poche realtà fidate che collaborano tra loro e promuovono il progetto. Rossana Orlandi, Gallery ALL in Cina e Los Angeles e abbiamo alcuni agenti in europa che ci seguono per il mercato dei collezionisti d’arte».

Quindi niente esclusività internazionale alle Gallerie. E una parnership quasi di business. È un modello diverso da quello attuale

«Esattamente. Uno dei motivi per cui volevo iniziare questa avventura era anche perché credo seriamente che la struttura e definizione di Galleria sia superata. Viviamo in un mondo in cui l’informazione viaggia velocemente e tutti hanno la possibilità di arrivare direttamente alla fonte. Ecco perché le gallerie hanno bisogno di andare oltre la semplice rappresentanza. Per sopravvivere serve un cambiamento radicale di vedute e di atteggiamento».

Durante i tuoi 15 anni da Rossana Orlandi, la galleria ha promosso giovani talenti che poi ce l’hanno fatta. Da Nacho Carbonell a Daniel Rybakken ai FormaFantasma. Il tuo consiglio a giovani designer per posizionarsi nel mondo delle limited editions

«Il primo consiglio è tutt’altro che poetico. Pensate a un lavoro da fare in contemporanea perché anche se le cose andassero benissimo non riuscirete a mantenervi per 3 o 4 anni almeno. Il secondo è: cercate di capire il valore economico del vostro lavoro. Usate la creatività non solo nell’elaborazione del concept ma soprattutto per ottimizzare la produzione, tenere sotto controllo i costi, considerare durabilità, trasportabilità e resistenza dei pezzi. Ogni volta che si calcolano i costi si deve tenere presente il fatto che la galleria li ricaricherà del 40 o del 50%. Se un tavolo ti costa 1.000 lo devi rivendere alla galleria a 2.000 e la galleria lo rivenderà a 5.000. Quando il desiderio di essere esposti e partecipare alle fiere porta a vendere sottoprezzo si è appena compiuto il primo passo verso il fallimento».

La più grande bugia sul mondo del design in limited edition…

«Che il design limited edition sia un investimento come un opera d’arte, soprattutto sulla corta a e media distanza. È vero: i pezzi di alcuni autori storici (pensate Giò Ponti, Mollino, Alvar Aalto etc) lievitano e profumano di investimento. E lo stesso è accaduto in determinati periodi per alcuni pezzi di qualche autore contemporaneo. Ma la realtà è che nessuno compra un pezzo di limited edition contemporaneo pensando di guadagnarci nel rivenderlo.

A questa bugia ne segue un’altra. Quella di considerare un designer un artista e una sedia un’opera d’arte. Concettualmente è una posizione difendibile. Ma nella realtà, nel mondo dell’arte contemporanea la cosiddetta Design Art è come se non esistesse. Se non come elemento di arredo per gli stand delle Gallerie d’Arte più sofisticate.

E la cosa più ovvia a cui però pochi pensano… Ci sono troppe gallerie limited edition, troppi designer e troppo pochi clienti disposti a spendere per quello che propongono».

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