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Dicono che il Brutalismo spopola grazie a Instragram. Invece…

Il brutalismo, con i suoi edifici grigi tipici degli anni ’50-’70, è tornato dimoda. C’entrano i social, dove #brutalism spopola. Ma anche il desiderio da parte dell’architettura di sostenere i principi del welfare state. Primo fra tutti il diritto alla città. E alla casa

Questa storia sul Brutalismo è stata pubblicata su Dcasa, la Repubblica (clicca qui)

«Uno dei peggiori obbrobri di tutti i tempi». «Un’architettura incapace di compromessi». «Un pugno nell’occhio». I londinesi (e i titolisti dei giornali) non sono mai stati gentili con i Robin Hood Gardens, il social housing progettato da Alison e Peter Smithson e costruito nel 1972 nei pressi di Canary Wharf per dare un alloggio dignitoso ai meno abbienti e creare una cultura di quartiere. Un edificio il cui nome romantico (che evoca boschi e donzelle a cavallo) ha sempre fatto a pugni con il look, tipico dell’architettura brutalista (cemento armato a vista, nessuna concessione alla decorazione).

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Eppure oggi c’è chi fa di tutto per salvare il brutalismo dei Robin Hood Gardens – demoliti qualche mese fa – dall’oblio. Come Olivia Horsfall e Christopher Turner, curatori del Victoria and Albert Museum. che hanno recuperato due piani (non in senso metaforico, ma proprio due solette con pareti e soffitti) da esporre nella permanente del museo londinese. Non prima, però, di averli trasportati alla Biennale di Venezia. Fino al 25 novembre stazionano all’Arsenale, nella mostra Robin Hood Gardens: A Ruin in Reverse. Mentre l’editore Phaidon ha appena pubblicato un compendio dell’architettura brutalista mondiale, includendo anche gli edifici che ormai non esitono più (Atlas of Brutalist Architecture).

I Robin Hood Gardens di Londra

L’architettura grigia

Il Brutalismo è l’architettura “grigia”. Un po’ perché usa il cemento armato e lo mostra orgogliosamente (da qui il nome, da brut, che significa “grezzo”, in francese). Un po’ perché, nell’immaginario collettivo, quello che propone dal 1952 (complice Le Corbusier) è diventato l’estetica del “casermone” popolare. Le centinaia di finestre in fila, la ripetizione ad nauseam di un modulo geometrico, il rigore degli angoli, la ruvidità delle superfici.

E così, dopo i gloriosi inizi e l’epoca della sperimentazione, complice il basso costo del materiale che utilizza, il Brutalismo è caduto dalle stelle alle stalle. Apparentemente sconfitto dall’altra grande filosofia architettonica del XX secolo. (quella acciaio+vetro, il cosiddetto Stile Internazionale che ebbe come suo capostipite Ludwig Mies van der Rohe).

Il ritorno: come mai?

Oggi, però, sorpresa: il Brutalismo è tornato in auge, e non solo fra gli accademici e i curatori di museo. Eccolo in versione pop in California. Dove il rapper Kanye West lo cita apertamente tra pareti e arredi in cemento negli headquarter del suo marchio fashion Yeezy, progettati con Willo Perron. E in veste glamour è usato in cortometraggi d’autore (come Ode, del fotografo e regista Eliot Lee Hazel che lavora con Thom Yorke: lo trovate su Nowness.com). Mentre alla Frankfurt Book Fair, il Deutsches Architekturmuseum (DAM) ha nominato fra i dieci libri più belli dell’anno Finding Brutalism, di Simon Phipps (ed. Park Books).

Fashion Shoot al Corbusier Haus di Berlino, complesso brutalista

Il Brutalismo, insomma, è di nuovo cool.

C’è chi dice che sia merito dei social perché #brutalism va alla grandissima su Instagram quest’anno. Ma se questo ha certamente contribuito all’entrata del severo stile architettonico nell’immaginario pop negli ultimi mesi, dall’altro è stato Twitter la piattaforma del rilancio fra gli amanti dell’architettura nel 2014. Il revival dello stile che fu di Le Corbusier è iniziato, infatti, quando l’account Twitter This Brutal House (@BrutalHouse), del grafico Peter Chadwick, ha raccolto un boom di consensi.

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Ma persino Chadwick, quando ha trasformato la sua collezione di immagini pubblicate online in un libro (This Brutal World, ed.Phaidon), non si aspettava che alla presentazione del volume al Royal Institute of British Architects accorresse una folla di 400 persone. Era il 2016, l’anno in cui – in contemporanea – uscivano ben cinque libri dedicati al Brutalismo. E sbancava fra gli amanti degli interior il film High Rise di Ben Wheatley, ispirato al romanzo di J.G. Ballard, ambientato in un “casermone” londinese. «La rinascita del Brutalismo è stata rapida quanto la sua discesa cataclismica qualche decennio prima», ha detto in quell’occasione il critico dell’architettura Edwin Heathcote. «Un esempio evidente di come un’utopia possa trasformarsi in distopia, per poi riemergere quando ce n’è più bisogno».

Habitat 67 di Montréal in Canada

Non solo un revival

Perché tutto fa pensare che l’attenzione al Brutalismo non sia un semplice revival, come quelli – ciclici – della moda. ma il sintomo di un nuovo modo di vedere l’architettura. Che si ispira a momenti storici (quelli appunto degli anni ’50-’70, quando il Brutalismo andava per la maggiore) in cui la professione voleva fare molto di più che creare ambienti mozzafiato. A quando, cioè, gli architetti sognavano di cambiare il mondo.

Salvare l’edilizia sociale

«La tendenza più diffusa oggi nelle città è abbattere l’edilizia sociale – molto spesso di stampo brutalista – e ricostruire ex novo, con il supporto del Comune e di privati. È quello che sta accadendo con i Robin Hood Gardens», hanno spiegato Olivia Horsfall e Christopher Taylor durante la presentazione della loro mostra all’Arsenale. «La risposta alla mancanza di abitazioni è quindi aumentarne il numero (al posto dei 300 appartamenti costruiti dagli Smith, ce ne saranno 1.500). E realizzarle con una qualità più alta».

Se la gente è costretta ad andarsene

«Ma nella stragrande maggioranza dei casi, questo porta a uno spostamento forzato degli abitanti originali».spiegano i curatori. «A costoro viene imposto un ordine di acquisto per l’immobile pari al suo valore a prezzi di mercato odierni. La nuova struttura avrà un valore molto più alto, anche se verrà venduta a prezzi calmierati (cioè all’80% del prezzo di mercato londinese). Siamo quindi agli antipodi rispetto al pensiero degli architetti brutalisti, che sognavano di dare la possibilità a tutti di vivere nelle metropoli». Con i Robin Hood Gardens, al di là del valore architettonico del reperto, V&A intende quindi aprire un dibattito sul ruolo del social housing.

L’architettura brutalista come simbolo del welfare

«Il Brutalismo è associato al welfare state. E questo, in un momento in cui i suoi principi sono messi in discussione dalla politica, lo rende attraente per una generazione che crede nella diversità. nel potere della densità urbana, nel diritto alla città e all’abitazione», dice Barnabas Calder, autore di Raw Concrete: The Beauty of Brutalism.

Contro la gentrificazione

Calder legge anche il risorgere del Brutalismo come una risposta agli eccessi della gentrificazione. «Guardare a un’era in cui l’architettura era il simbolo del cambiamento, e non contribuiva a enfatizzare le differenze fra ricchi e poveri, ha un significato politico. E psicologico: quelle strutture prive di decorazioni, anti-graziose e anti-edonistiche, erano animate da un alto valore morale. Ma anche da un profondo ottimismo nell’usare l’edilizia per cambiare il mondo».

Ristrutturare invece di abbattere

Ristrutturare invece di abbattere, mantenendo viva la vocazione sociale originale, evitando le dislocazioni forzate e ridando vita al quartiere, è possibile.

Park Hill a Sheffield, ph. Urban Splash

Un esempio, in questo senso, viene da Sheffield. Dove Park Hill, il condominio progettato da Jack Lynn e Ivor Smith alla fine degli anni ’50 (l’equivalente inglese delle Vele di Scampia) è tornato a nuova vita. Il nuovo progetto, di Urban Splash, lo ha fatto entrare nella classifica dei 20 posti più cool in cui abitare in Uk.(anche grazie al video degli Arctic Monkeys This is England, girato proprio qui).

La struttura brutalista è stata rimessa a nuovo e riempita di colore.

I graffiti trasformati in scritte al neon. («I love you will you marry me», sul ponte del casermone, è diventata un must per i turisti). E gli appartamenti (venduti a prezzi calmierati, anche se i critici dicono non abbastanza) ospiteranno a breve residenze universitarie e la più grande galleria d’arte della regione.

Street Art al Corviale, ph Matteo Nardone

Il caso Corviale

«La qualità dei progetti spesso dipende dal grado di coinvolgimento degli abitanti nella loro definizione», dice Laura Peretti, architetto. Lo sa bene lei, vincitrice del bando per la rigenerazione del Corviale. Il suo studio si occuperà del rifacimento degli spazi pubblici e dei servizi del celeberrimo chilometro abitativo detto “il Serpentone”, costruito da Mario Fiorentino alle porte di Roma negli anni ’70. Le abitazioni del quarto piano verranno ristrutturate da Guendalina Salimei (l’architetto socialmente impegnato che ha ispirato l’eroina del film Scusate se esisto! con Paola Cortellesi).

7000 persone e 40 anni di storia

«Stiamo parlando di settemila persone e di 40 anni di storia da riconsiderare», ha spiegato Peretti durante la presentazione del suo progetto alla Biennale di Venezia.

«Il rispetto è dunque fondamentale nei confronti sia delle persone, sia dell’architettura. Aggiornare i progetti di affordable housing, modernizzandoli senza perderne la carica sociale, è la sfida di un Paese che rispetta la propria storia. E guarda al futuro. Abbattere realtà come il Corviale non avrebbe senso, mentre è straordinario immaginare che possa tornare a essere esempio di rigenerazione sociale, civile e identitaria».

Cover photo: Urban Splash

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