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Il ritorno dell’arte impegnata (e come mai il sistema la premia)

L’arte impegnata per migliorare le città è sempre esistita. Però da qualche tempo le sperimentazioni artistiche a cavallo tra urbanismo, architettura e design ricevono premi di tutto rispetto e gli artisti vengono ingaggiati come consulenti dalle municipalità. Cosa sta succedendo?

E se un rapper poeta vincesse il Pulitzer? Se dessero il Prizker, detto il Nobel dell’architettura, a Bansky? Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione per cogliere il significato dell’assegnazione del blasonatissimo premio per l’arte contemporanea come il  Turner Prize, lo scorso dicembre, ad Assemble. Che non solo è un collettivo (mentre l’ambito riconoscimento inglese è sempre andato a singoli) ma, soprattutto, non annovera tra i suoi componenti nemmeno un artista nel senso convenzionale del termine.

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 I 18 membri del gruppo sono designer, restauratori, architetti o semplici artigiani che rimettono a nuovo le periferie delle città. Il progetto che ha convinto la giuria del Turner, è quello di Granby Four Street, un quartiere fatiscente di Liverpool, in cui Assemble è intervenuta, insieme ai suoi abitanti, ridipingendo le case popolari, ripulendo le strade e creando un mercato per i residenti. La motivazione della vittoria? «Assemble propone un modello alternativo di sviluppo per le città», ha detto la giuria.

Theaster Gates, ph Credit Stephen Wilkes for The New York Times

Quello del Turner non è un caso isolato. Negli ultimi mesi sono sempre di più le attività palesemente “anti-establishment” (quello che fa Assemble assomiglia a ciò che avviene in tanti spazi autogestiti in tante città del mondo) che ricevono riconoscimenti dal “sistema”. La città di Chicago, per esempio, ha appena assegnato la leadership di un nuovo progetto governativo a Theaster Gates, artista famoso per i suoi progetti sociali, tra cui la recente trasformazione della Stony Island State Savings Bank in centro culturale e biblioteca aperta al pubblico: sarà lui a spiegare ai futuri amministratori della Harris School of Public Policy di Chicago come creare strategie per la rigenerazione urbana. Mentre critici di tutto il mondo tessono le lodi del pittore Mark Bradford, non per le sue vendite record (nel 2015 sue opere sono state battute per 5,8 e 4,4 milioni di dollari da Sotheby’s e Phillips) quanto per il suo impegno nel fatiscente centro commerciale Leimert Park Village di Los Angeles: la sua organizzazione Art + Practice, creata meno di un anno fa, ha appena ristrutturato i 10mila metri quadrati abbandonati, trasformandoli insieme agli abitanti in gallerie d’arte e sale per incontri, corsi, dibattiti.

Come mai all’improvviso l’arte socialmente impegnata che sconfina nell’urbanismo, nel design e nell’architettura (finora cenerentola del settore, dominato da nomi famosi e grandi cifre) sta raccogliendo riconoscimenti ed encomi ? Secondo Edwin Heathcote (architetto, critico del Financial Times e creatore dell’archivio online di testi sull’architettura Reading Design), siamo di fronte a un ripensamento profondo che interessa sia il mondo dell’arte che quello dell’architettura. «La mia impressione è che ci sia un sentimento di imbarazzo e di senso di colpa collettivo da parte di queste discipline, sempre meno coinvolte in progetti che hanno un vero impatto sulla società», dice. «Mai l’arte è stata così simile a un asset finanziario, un investimento che poco ha a che vedere con il mecenatismo, destinato a musei privati che spuntano come funghi spesso con il solo scopo di far lievitare i prezzi delle opere. È una situazione che crea un fastidio crescente nei professionisti più illuminati, ma soprattutto tra le nuove generazioni di artisti che cercano nell’”anti-sistema” un modo di ridare senso e significato alla creatività. Lo stesso sta accadendo in architettura: mentre il palcoscenico è dominato dai grandi progetti e dalle firme internazionali, prende piede un movimento non ancora organizzato ma seriamente impegnato, che potrebbe rappresentare un futuro progressista della disciplina. Penso a EXYZT a Parigi, Raumlabor a Berlino, Rural Studio negli Stati Uniti. E non è un caso che negli stessi mesi in cui la giuria del Turner sceglieva Assamble un professionista  dichiaratamente impegnato come Alejandro Aravenasia sia stato chiamato a dirigere la Biennale di Architettura di Venezia».

A questa nuova consapevolezza dell’establishment secondo Bertram Nissen, docente di Sociologia dei nuovi media all’Università di Milano, si somma una spinta dal basso. «Siamo al culmine di un processo decennale, iniziato con il tramonto della città “fordista”: il luogo ordinato, con tempi e spazi dedicati ad attività specifiche ha lasciato sempre alla realtà ibrida, fluida, in perenne divenire dove abitiamo oggi. Ma l’urbanismo è rimasto indietro e c’è un bisogno urgente di punti di riferimento, di nuovi modi di relazionarsi tra persone e con gli ambienti di città sempre più privatizzati e commerciali. A questo rispondono da sempre le pratiche artistiche. Con la differenza che ora c’è un cambiamento di passo, con la presa di parola diretta tramite i social media: queste esperienze non fanno più solo parlare gli addetti ai lavori, ottengono il sostegno attivo della gente. E, in fortunatissimi casi come il Turner, anche delle istituzioni».

Favara in Sicily

Per una declinazione italiana di tutto questo bisogna andare in Sicilia, in provincia di Agrigento, dove il Farm Cultural Park di Favara sta raccogliendo proprio ora i risultati di sei anni di lavoro: la trasformazione di una città di 32mila anime in una mini-Berlino sotto il sole.
Negli ultimi mesi, questo hub apparentemente improbabile creato da artisti e residenti, fatto di gallerie a cielo aperto, mostre, laboratori gratuiti aperti al pubblico, workshop, incontri e feste, è entrato nella classifica delle dieci migliori destinazioni al mondo per gli amanti del turismo artistico, aggiudicandosi il sesto posto nella lista stilata dal visitatissimo sito Purple Travel. Ed è stato raccontato in un libro (Il Sud Vola di Alessandro Cacciato, pubblicato da Medinova e presentato lo scorso dicembre alla TEDxSSC). Da poche settimane nelle province di Ragusa e Messina si parla di sfruttare l’attenzione su Favara per riproporre l’esperimento in altre zone della Sicilia.

Sempre in Italia, Lorenzo Romito, creatore a Roma del laboratorio di arte urbana Stalker e attivo da decenni con operazioni pubbliche pensate per ritessere relazioni sociali e ambientali in luoghi di degrado, ha appena ricevuto un posto al sole: è nel comitato scientifico del concorso Re-Creation Center per la trasformazione di un ospedale abbandonato al lido di Venezia in hub culturale sociale (il progetto verrà presentato alla Biennale).

«È decisamente positivo che il ruolo dell’arte partecipata e dei progetti di rigenerazione cittadina spinti dal basso vengano finalmente riconosciuti, perché molte situazioni urbane provocano un malcontento sociale che difficilmente verrà contenuto a lungo», dice Silvie Jacobi, 26 anni, tedesca, artista con la passione per la sociologia che al King’s College studia da ricercatrice il ruolo degli artisti e delle scuole d’arte nei processi di rigenerazione delle città. «C’è una tendenza affermata, da parte della scuole d’arte, a parlare sempre di più il linguaggio del marketing, a fare piazza pulita di qualsiasi cosa che sia “contro”. Agli aspiranti artisti, di cui un tempo si premiava la capacità di sperimentare fuori dagli schemi, si insegna prima di tutto a posizionarsi sul mercato, creare un sito che generi traffico sui social network, sviluppare progetti pensati per i galleristi più influenti. In Inghilterra questa è anche una conseguenza della fine dell’educazione gratuita, della sostituzione delle borse di studio con i prestiti bancari, dell’aumento smisurato delle rette universitarie. Ed è per questo che stanno nascendo spinte alternative». Come la Open School East di Londra, supportata da personaggi di spicco come Jamie Oliver e co-diretta da Anna Colin, curatore associato alla Fondation Galeries Lafayette di Parigi.
Descritta dal direttore della Tate Nicholas Serota come «un luogo da cui sta scaturendo un nuovo modo di insegnare che potrebbe avere ripercussioni significative sullo sviluppo artistico del XXI secolo», la Open School East ha una sede quasi fatiscente nella De Beauvoir Town (East London), offre lezioni gratuite da parte di tutor “impegnati” e coinvolge i residenti nelle operazioni artistiche. Nei primi due anni di vita la loro partecipazione ai suoi laboratori aperti al pubblico e agli eventi è stata massiccia. E questo ha fruttato finanziamenti continui dell’Arts Council: è grazie a essi e al supporto di svariati mecenati che la scuola continua le attività.
«Con le proteste anti-gentrification, che raccolgono sempre più supporto da parte della popolazione, è ovvio che qualcosa si stia muovendo», conclude Jacobi. «Cinicamente, si potrebbe pensare che le istituzioni abbiano finalmente capito che un universo artistico e architettonico che si adegua al mercato senza porsi domande o mettersi in gioco rischia di rappresentare una perdita enorme per il futuro delle città». E gli artisti impegnati nel sociale sono il rimedio.

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