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L’artigianato? Non è mestiere per vecchi

A Venezia, dal 14 al 30 settembre, la Michelangelo Foundation e la Fondazione Cologni mettono in scena Homo Faber: Crafting a more human future, una mostra che racconta, con un occhio di riguardo ai giovani, le diverse anime dell’artigianato europeo. Perché i mestieri d’arte non sono più i “panda” delle professioni ma una chance di resistenza concreta (e creativa) contro l’automazione.

La signora che realizza pizzi, l’uomo che rifinisce la sella di un cavallo, l’intagliatore di pietra, il costruttore di orologi: mestieri per nonnini, nell’immaginario collettivo. Ma c’è un altro modo di guardare i mestieri d’arte e ce lo racconterà la mostra Homo Faber: Crafting a more human future (a Venezia, Fondazione Cini, dal 14 al 30 settembre). Perché questo universo del bello in cui il digitale entra solo dove serve – per migliorare l’opera dell’uomo e non sostituirla – non è soltanto la spina dorsale dell’industria del lusso, quella meno a rischio davanti all’avvento dell’intelligenza artificiale, ma anche un paesaggio lavorativo dinamico e creativo in cui si muovono personaggi sorprendenti.

Sophie Beale, modista, Londra

Come le due ragazze francesi che producono ventagli su misura in una bottega parigina dipinta di giallo (e che sui social si presentano arrampicate sulle scatole colorate che occultano le meraviglie che producono per sfilate di alta moda). O la signorina svedese con le sue stufe di ceramica che impazzano su Pinterest. O, ancora, il costruttore di elicotteri, il riparatore di Ferrari, il produttore di specchi per creare quegli ambienti firmati da interior designer di grido che ci lasciano a bocca aperta.

«È quasi paradossale», dice Alberto Cavalli, Co-direttore della Michelangelo Foundation e Direttore della Fondazione Cologni, entrambe impegnate nell’organizzazione della mostra (di lui abbiamo parlato anche qui). «I mestieri d’arte vengono considerati professioni antiche, destinate a scomparire. Invece in un momento storico in cui così tanti lavori sono messi in serio pericolo dall’automazione rappresentano un’opportunità importante per il futuro delle nuove generazioni, soprattutto in Europa, dove è possibile attingere a un patrimonio storico ineguagliabile per qualità, varietà e diversità. Da cui, non a caso, è nata un’industria del lusso che rappresenta un elemento fondamentale dell’economia del continente».

Homo Faber è nata per far innamorare il mondo di questo mondo: dove per entrare serve talento artistico, per riuscire un saper fare che si sviluppa nel tempo, per eccellere un amore sincero per la bellezza che sa elevarsi al di sopra dei dettami delle tendenze. Perché quello che producono i maestri d’arte – dall’oggetto per la casa all’accessorio moda, dallo yacht allo strumento musicale – nasce per durare per sempre.

Ludovic Avenel, ebanista, nel suo atelier a Moulin

«Per cancellare i preconcetti che ancora pesano sui mestieri d’arte – che si tratti, appunto, di professioni da guardare da lontano e trattare con il rispetto che di solito viene riservato per gli animali in via di estinzione – abbiamo realizzato un’esposizione ad altissimo impatto emotivo che racconta l’alto artigianato europeo in tutte le sue sfaccettature», continua Cavalli. «Perché ci sono artigiani che lavorano in bottega o nei centri di ricerca e sviluppo dei grandi marchi del lusso, che usano strumenti manuali o macchinari tecnologicamente avanzati e spesso programmati ad hoc da loro stessi… Il visitatore verrà confrontato con tutto questo e vedrà i maestri d’arte al lavoro, potrà entrare nelle loro botteghe attraverso la realtà virtuale, scoprire come interagiscono con designer, stilisti e architetti nella creazione di oggetti, ambienti o abiti iconici».

È per mostrare questa varietà insita nella definizione di mestiere d’arte che Homo Faber è un percorso strutturato in una serie di 16 stanze, ognuna con la sua storia e il suo curatore, per un percorso complessivo di 4mila metri quadrati. Ci sarà chi racconta come nasce un oggetto di design, chi un interno, chi mostrerà come si lavora l’alabastro o si decora una parete con il mosaico. E si viaggerà – con la realtà virtuale, con filmati immersivi, con fotografie d’autore – nelle botteghe, nei centri creativi delle imprese, negli atelier. Si entrerà nelle officine di chi ripara le Ferrari, costruisce moto o elicotteri a mano, o nei laboratori di chi rimette a nuovo opere d’arte antiche o contemporanee. «La mostra sarà un compendio dell’artigianato in Europa che ne mostra il ventaglio di possibilità di applicazione: moda, interni, trasporti, restauro», continua Cavalli. «Vogliamo far vedere le meraviglie che gli artigiani europei sono in grado di fare per una serie di settori della vita contemporanea. La Michelangelo Foundation e la Fondazione Cologni non volevano arrivare a Venezia e dire: questi sono i mestieri d’arte. Preferiamo invece proporre un percorso molto più aderente alla realtà, quindi uno sguardo plurale, con esperti che sala per sala ci aiutano a sviluppare una visione collettiva».

Keith Levett, sarto di livree a Savil Row, Londra, qui nel suo atelier in Suffolk, UK.

Una mostra che vuole insegnare ma anche emozionare, che coinvolge con il cuore oltre che con la mente, con spazi decisamente fotogenici (vedi box). Per capire se tutto questo basterà per far innamorare i giovanissimi dell’artigianato bisognerà aspettare settembre. Ma anche l’idea di ospitare, durante tutta la durata della mostra, 105 studenti di scuole d’arte europee che lavoreranno come “ambassador”, fornendo spiegazioni al pubblico, va nella direzione giusta.

«Cosa sarebbe l’eccellenza europea senza i mestieri d’arte? Non sarebbe», conclude Cavalli. «È questo il messaggio che vogliamo far passare. E spiegare che far parte di questo mondo meraviglioso è possibile. Le porte – per chi ha talento – sono aperte e le possibilità di lavoro sono concrete: come ha dimostrato un recente studio della Bocconi un intervento di sistema che stimolasse il settore riportandolo a assi di crescita positivi potrebbe, in pochi anni, produrre 160mila nuovi posti di lavoro e garantire un contributo incrementale del Pil dell’1% annuo».

(copertina: courtesy Italia su Misura, foto di Dario Garofalo)

 

«HOMO FABER», ECCO COSA VEDREMO

Il Cenacolo Palladiano. @Matteo De Fina, per gentile concessione della Fondazione Giorgio Cini

«Entrando si arriverà al Chiostro dei Cipressi dove la giovane fotografa Susanna Pozzoli – che lavora in analogico – ha reso omaggio al territorio ritraendo venti botteghe, atelier o piccole imprese di Venezia e del Veneto che lavorano il vetro, il legno, la foglia d’oro, il mosaico… tutti i mestieri del territorio. Non per santificarle ma per mostrare che non c’è un solo modo di intendere il lavoro artigianale. Poi la mostra Natural Talent di Creative Academy – la scuola del gruppo Richemont – mostrerà cosa accade quando il design giovane incontra la maestria degli ebanisti lombardi. Nella sala del Cenacolo Palladiano, Michele De Lucchi ha reclutato 8 designer perché, lavorando con un artigiano ciascuno, realizzassero una fonte luminosa: lo scopo, ovviamente, è quello di mostrare il rapporto tra design e mestieri d’arte e di farlo attraverso nomi autoriali (Ingo Maurer, Martine Bedin, Adam Lowe, Ugo La Pietra, Alfredo Häberli, Piotr Sierakowski, Oscar Tusquet Blanca and Marcel Wanders). Nella sala del Chiostro dei Cipressi racconteremo il lavoro della Fondation Bettencourt Schueller che premia i mestieri d’arte francesi: cosa significa davvero scegliere e sostenerli, come si coglie la qualità in un oggetto artigianale. Sarà un’installazione con effetto tellurico, con bellissime storie di vita. Un’altra sala a grande impatto esperienziale sarà quella detta “delle Fotografie” dove la Fondazione Michelangelo racconterà 14 mestieri rari, cioè ridottissimi a livello numerico non solo nel paese in cui li abbiamo scovati ma in tutta Europa: come l’intarsiatore di pietre dure di Firenze, l’automatier svizzero (che costruisce gli automi), il costruttore di organi gotici tedesco, la giovane svedese che produce stufe in ceramica tradizionali. Per far entrare il visitatore nei loro mondi, li abbiamo ricreati: con installazioni audio-video e con 4 postazioni di realtà virtuale, un vero e proprio viaggio negli atelier, con effetto sorpresa.

Al primo piano, Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum, allestirà una grande sala con i 50 vasi più iconici del craft del XX e XXI secolo mentre davanti alla biblioteca presenteremo Doppia Firma, lo stesso concept che vedremo già al Fuorisalone di Milano a Villa Mozart: 13 designer lavoreranno con 13 artigiani veneti nella realizzazione di oggetti ad hoc. Nella Sala degli Arazzi, il gallerista Jean Blanchaert e l’architetto Stefano Boeri metteranno in scena un viaggio nel cuore dell’artigianato europeo attraverso 150 oggetti e sei maestri d’arte al lavoro durante la mostra. Mentre chiuderà l’esposizione un’enorme imbarcazione realizzata a più mani da artigiani gallesi, veneziani e svizzeri, riempita di vetro colorato . Nel padiglione delle Capriate (curato da Stefano Micelli) ci saranno i maestri dell’arte del trasporto: piccoli atelier con il riparatore di Ferrari, il costruttore inglese di bici, quello di elicotteri e tanti altri tutti al lavoro. Nella Ex Piscina Gandini, la curatrice e docente di Fashion and Museology al London College of Fashion, Judith Clark, creerà un percorso (fatto di sali-scendi, dentro e fuori dalla struttura della vasca) attraverso il legame tra la lavorazione dei materiali e la realizzazione finale degli abiti.

La Sala del Convitto permetterà la riscoperta di quello che è alla base del lusso: 22 maison (famosissime e poco note) mostreranno come utilizzano la maestria degli artigiani all’interno di processi industriali. Si va da Cartier a George Cleverley London, da Santoni a Smythson, dalle ricamatrici di Madeira alle ragazze che hanno riportato in vita Duvelleroy, il produttore di ventagli dei re – solo per citarne alcune. Presso le Fondamenta sarà ormeggiato Eilean, lo yacht restaurato da Officine Panerai, per scoprire i mestieri del mare. Nella Sala Carnelutti India Madhavi mostrerà come il lavoro dell’interior designer non potrebbe arrivare alle altezze di oggi senza il contributo di stuccatori, mosaicisti, costruttori di specchi, lavoratori di alabastri, tappezzieri etc: tutte queste maestrie verranno messe in mostra attraverso una serie di carrousel da attraversare in prima persona. Mentre nella Sala del Piccolo Teatro, una squadra di restauratori di Open Care di Milano guidati dalla curatrice Isabella Villafranca Soissons eseguirà dal vivo una serie di lavori di restauro, su opere d’arte tradizionali e contemporanee (del lavoro di OpenCare abbiamo parlato qui)».

 

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