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Ascoltare (davvero) gli altri è un’urgenza sociale. E politica. Ecco perché

Tutti pensiamo di saper ascoltare. Invece lo facciamo sempre meno. Ci arrocchiamo sulle nostre posizioni e (se va bene) attendiamo che l’altro dica la sua solo per ribattere. Ma ora c’è chi sfrutta la fretta giudicante per raccogliere consenso politico e contrastare la creazione di un’intelligenza collettiva. È un pericolo enorme per la società. Che una cultura dell’ascolto attivo potrebbe contrastare. Se ognuno di noi – nessuno escluso – si mettesse in discussione.

Parlare di noi quando pensiamo ci sia qualcuno ad ascoltare è un godimento reale. Come il cibo. O il sesso. Poco importa che si tratti di dire la nostra sul riscaldamento globale o l’immigrazione, di raccontare che cosa ci fa arrabbiare o quanto ci piace una canzone. Il solo atto di informare il mondo del nostro punto di vista – hanno spiegato Diana Tamir, direttore del Princeton Social Neuroscience Lab, e Jason Mitchell, neuroscienziato dell’Università di Harvard – basta ad attivare le regioni cerebrali delle ricompense primarie, quelle che rilasciano la dopamina.

Questo articolo è apparso su D la Repubblica 1103, scarica qui il pdf

Passiamo l’80% del tempo a parlare di noi

È un’ottima notizia, utile allo scarico di responsabilità della nostra coscienza. Perché l’essere così #selfobsessed (ossessionati da se stessi) è colpa della biologia. E preferiamo parlare più che ascoltare (l’80% del tempo sui social, il 60% nei faccia a faccia, ha calcolato l’Harvard Business Review).
Eppure, secondo gli esperti, la diffusa incapacità di ascoltare ha conseguenze serie, sia per l’individuo, sia per la società.

Il non ascolto ha un potere distruttivo

Perché rende più difficile il dialogo, che si costruisce con la voglia di comprendere, prima che di farsi comprendere. E perché ha un potere distruttivo. «La mancanza di ascolto è una vera violenza psicologica, perché crea un sentimento di abbandono e svalorizzazione nell’interlocutore. Che si trasforma in risentimento», spiega Maria Cristina Strocchi, psicoterapeuta e autrice di La coppia che scoppia. Come prevenire e curare le crisi nelle relazioni sentimentali (ed. Il Punto d’Incontro).

Il dialogo impossibile tra cittadini e istituzioni viene dalla mancanza di ascolto

Questa realtà nelle relazioni a due (tra le prime cause di separazioni e divorzi) lo è anche in quelle tra uno e tanti, tra cittadini e istituzioni: «Non essere ascoltati crea risentimento, che chiude orecchie e cuori. Così, alla fine, nessuna delle parti è in grado di stabilire empatia con l’altra. La comunicazione si chiude. Crescono le barriere», spiega Strocchi.

View of crowd covering ears

E siamo tutti più soli

L’impatto, a livello personale, è stato recentemente fotografato da una ricerca sulla solitudine. L’ha effettuata la compagnia di assicurazioni Cigna (americana, ma presente anche in Italia) insieme a Ipsos. Il 43% delle 20mila persone intervistate ha affermato di sentirsi sempre più tagliata fuori, incompresa e poco apprezzata durante le conversazioni. Picco tra i 18 e i 22enni.

«L’errore più comune che si fa davanti a chi si barrica dietro le proprie opinioni è mettersi a ragionare. O cambiare discorso, ignorando chiusura, sospetto e ira. Questi sentimenti vanno invece chiariti e in parte legittimati, cercando punti di accordo con chi li esprime»

Ma le ricadute più devastanti sono a livello sociale. Perché la polarizzazione delle posizioni e le opinioni a cui si aderisce d’istinto stanno diventando campo di gioco perfetto per i leader che davanti a problematiche complesse offrono soluzioni semplici. A costo zero e senza compromessi, pensate appositamente per aumentare l’effetto tifoseria.

Il problema è sempre dell’altro: nessuno pensa di non saper ascoltare.

Nessuno, però, pensa di non sapere ascoltare. E spesso ritiene che sia un problema degli altri. Di quelli che urlano, o si esprimono per slogan. Di chi non dà possibilità di replica, o parla addosso all’interlocutore, come nei talk show.
Ma «anche stare in silenzio, mentre l’altro dice la sua, può essere un segno di pressione mentale», avverte Strocchi. «Succede quando si tace, dando l’impressione di concentrarsi. Ma in realtà restando in attesa del proprio turno per ribattere. Senza alcun desiderio di mettere in discussione i propri preconcetti o capire meglio il punto di vista dell’altro».

Se sentiamo un’urgenza giudicante, non stiamo ascoltando

E sono a volte le persone più colte e intellettualmente preparate a compiere quest’errore. Ma è solo analizzando in modo obiettivo il nostro modo di relazionarci con gli altri che possiamo renderci conto se ascoltiamo davvero.

«L’ascolto è demagogia, se è finalizzato a creare consenso. È invece il punto di partenza per creare un domani condiviso, se nasce per comprendere il punto di vista degli altri»

«Quando abbiamo un atteggiamento di urgenza giudicante. Quando siamo convinti di non aver niente da imparare dall’interlocutore. Quando abbiamo fretta di arrivare alle conclusioni e di dare un voto: ecco, in tutti questi casi non siamo capaci di ascoltare». Lo dice Marianella Sclavi, sociologa e fondatrice di Ascolto Attivo che si occupa di gestione dei conflitti e mediazione, pioniera delle esperienze di democrazia partecipativa. Sclavi è anche autrice del best seller L’arte di ascoltare (Mondadori).

Davanti a chi non ascolta è meglio fornire ragioni o ascoltare le sue emozioni?

Come si supera allora l’impasse degli schieramenti, come si inizia un dialogo con chi non sa ascoltare?


Secondo la neuroscienziata Tali Sharot dell’University College di Londra, autrice di The Influential Mind, in alcuni casi estremi bisogna esentarsi dall’addentrarsi in ragionamento. E parlare il linguaggio delle emozioni. Sharot cita a proposito il caso del centro vaccinazioni dell’Ucla, University of California, di Los Angeles, dove sono riusciti a vaccinare i figli di genitori No Vax. «Hanno abbandonato la pratica di spiegare, con fatti e dati scientifici, che le paure sull’autismo non avevano un riscontro reale. Nessuno, infatti, nemmeno davanti alle evidenze, cambiava idea. La loro tattica è stata spostare l’attenzione alle conseguenze delle malattie che i vaccini avrebbero evitato. Anche perché, al tempo dei social, cambiare idea è un fatto pubblico che innesca una gogna».

Chiarire (e in parte legittimare) chiusura, sospetto e ira

Secondo Sclavi, dare spazio alle emozioni altrui è effettivamente il primo passo per instaurare un dialogo. «L’errore più comune che si fa davanti a chi si barrica dietro le proprie opinioni è mettersi a ragionare. O cambiare discorso, ignorando chiusura, sospetto e ira. Questi sentimenti vanno invece chiariti e in parte legittimati, cercando punti di accordo con chi li esprime». È una ricerca di empatia che viene naturale, se si è sinceramente interessati a capire quello che l’altro sta dicendo. Assumendo che abbia ragione e chiedendo spiegazioni che illustrino il suo punto di vista, senza giudicarlo.

Ascoltare porta alla costruzione di un’intelligenza collettiva

«L’attenzione reciproca dovrebbe scattare proprio in virtù del fatto che si pensa diversamente. Nell’ascolto attivo, prima di mettersi a discutere i pro e contro di ogni singola posizione, si dà spazio ai punti di vista di tutti gli interlocutori. È a partire dal quadro complessivo dei punti di vista e delle esperienze relative a quel dato tema che ci si chiede come trovare una soluzione di mutuo gradimento. All’inizio sembra impossibile, ma in realtà si trova sempre. Ed è un esercizio di costruzione di intelligenza collettiva che diventa molto gratificante per tutti».

Intelligenza collettiva e digitale

L’intelligenza collettiva, per la prima volta descritta dal filosofo Pierre Lévy nel ’94, è la capacità di mettere insieme competenze, informazioni e memoria di una moltitudine di persone. per dare vita a opere che diventano un bene comune, di cui beneficia l’individuo. Esiste da sempre: dalle piramidi alle cattedrali medievali fino alle leggende e alle grandi scoperte scientifiche. Ma è ovviamente anche quella da cui è nata la rete, basti pensare all’open source. Ed è infatti al digitale che fa riferimento la maggior parte degli strumenti nati per promuovere il coinvolgimento attivo delle masse (votazioni online, sondaggi, viralità di messaggi e proclami).

Leggi qui sulla democrazia partecipativa digitale a Barcellona

È un dato di fatto, però, che proprio in questi forum nascano le tifoserie più accanite.

Perché la rete premia le tifoserie

«È un problema di progettazione delle piattaforme, pensate per accelerare i processi decisionali. Si deve dire la propria in tempo reale, in poche parole, rendendole più incisive possibile», spiega Sclavi. «Ma quando viene chiesto di schierarsi su tematiche complesse in un batter di ciglia, le persone non rispondono quello che realmente pensano». Lo provano, per esempio, gli studi sui sondaggi deliberativi di James Fishkin dell’Università di Standford. Dove le opinioni informate, espresse quando un campione di individui è messo in condizione di approfondire i temi in questione, sono diverse nel 70% dei casi da quelle “grezze” fornite in un normale sondaggio o votazione online. Nei luoghi cioè in cui ognuno è trattato come un atomo a se stante, separato dal tessuto sociale di cui è parte.

«Essere capiti dà alla gente un’enorme voglia di fare»

Quando si trasporta questo modello di discussione aperta e di ascolto attivo su diatribe pubbliche, si arriva spesso alla co-progettazione di soluzioni condivise. Alcune di queste sono illustrate al Padiglione Italia della Biennale di Venezia, a cura di Mario Cucinella (leggi intervista qui). Che mette in scena opzioni di cambiamento architettonico e sociale co-creati con gli abitanti di territori problematici. «Abbiamo tenuto laboratori partecipativi in Sicilia, Sardegna, nel centro Italia sulle montagne, proprio con Marianella Sclavi», dice Cucinella. «E quello che è emerso è che la gente, anche quando parte da un risentimento e da una sfiducia profondi, ha un desiderio fortissimo di contribuire a creare il nuovo. Essere capiti dà alle persone un’enorme voglia di fare. La sfida è convogliare quest’energia verso una narrativa propositiva e costruttiva, supportata da tutti proprio perché co-creata».

Quando l’ascolto diventa demagogia?

In un momento storico in cui tutti predicano la necessità di ascoltare gli altri, di dare voce al popolo, come si può distinguere la demagogia da un approccio onesto? «Chi ascolta davvero non propone ricette facili e veloci. E rimane in contatto con gli interlocutori, rendendo conto di come ha utilizzato informazioni e reazioni. Permettendo il monitoraggio del processo decisionale e l’implementazione delle decisioni prese», dice Cucinella. «L’ascolto è demagogia, se è finalizzato a creare consenso. È invece il punto di partenza per creare un domani condiviso, se nasce per comprendere il punto di vista degli altri. Molto dipende dall’atteggiamento dei singoli. Ma gli strumenti per aiutarci in questo processo ci sono, e decidere se utilizzarli o meno è una scelta prima di tutto politica».

Copertina: dalle pagine di D la Repubblica, immagine di Dan Saelinger per D la Repubblica

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