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Dare voce al popolo senza essere populisti si può. Intervista a Francesca Bria, CTO di Barcellona Smart City

«Il controllo su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali determinerà la natura delle istituzioni del futuro. Per mantenere il modello sociale europeo e difendere valori e diritti, i cittadini devono tenere le redini della tecnologia». La Smart City secondo Francesca Bria, Chief Technology Officer di Barcellona

Una versione condensata di questa intervista è stata pubblicata su D la Repubblica 11/08/2018

Prima di parlare con Francesca Bria si potrebbe pensare che Barcelona sia una Smart City in virtù dei servizi high tech che già sono attivi nella città catalana. Come i tunnel che risucchiano la spazzatura taggata grazie al vuoto pneumatico, recapitandola in discarica. Le App che trovano il parcheggio e l’ecosistema di 400 startup, incubators e FabLab. Le infrastrutture digitali: 300 ricariche per auto elettriche, 500 km di fibra ottica, 1123 punti WiFi. Oppure per i 5 nodi per il test 5G, che coprirà il 20% del territorio entro il 2020.

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Invece, spiega Francesca Bria, Chief Technology Officer del Comune e a capo di Barcellona Smart City, quello che rende la città catalana una città digitale all’avanguardia al mondo è invisibile. «È la sovranità tecnologica dei cittadini», dice.

Cos’è la sovranità tecnologica dei cittadini?

Francesca Bria: «È la determinazione di mettere le politiche urbane e le grandi sfide della città prima della tecnologia. Perché la Smart City come è concepita oggi (un concetto di marketing inventato dai technology vendors che forniscono i servizi) non funziona.

E se ne sono accorti in tanti. Coordino una rete di Chief Innovation and Technology Officers in tutto il mondo e vedo che altre città ci vogliono seguire. Già Amsterdam, Berlino, New York si ispirano al modello di democratizzazione di Barcellona. Perché se la Smart City non parte da uno scopo sociale chiaro, non è che una marea di sensori e dashboard. Costosissimi, che non dialogano tra loro, che offrono servizi la cui utilità è dubbia. Ma il problema più grosso della Smart City come è intesa oggi è un altro…»

Quale?

«La Smart City guidata dal marketing non produce un modello economico sostenibile per le città. Perché sono le imprese a gestire l’asset fondamentale dei dati. Oggi i dati sono come una meta utility, un’infrastruttura pubblica come la strada, l’aria, l’acqua e l’energia. E su questi dati viaggiano i servizi smart che potrebbero favorire l’economia locale.

«Essere Smart Citizen vuol dire avere la consapevolezza che il controllo su dati, l’AI e le infrastrutture determinerà la natura delle istituzioni del futuro»

Come un Uber europeo, gestito pubblicamente e in collaborazione tra città. Una piattaforma che permetta l’accesso a piccole imprese locali o cooperative e la libera competizione offrendo loro l’uso dei dati per costruire le proprie app. Invece ora c’è una grossa impresa che arriva e vince su tutti perché ha questo patrimonio digitale e di conseguenza la pittaforma più intelligente. E fa fuori taxi e cooperative».

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«Non è un guardare indietro o una chiusura. Ma a Barcelona Smart City riflettiamo su come dati e tecnologia possano implementare modelli che tengano presenti i diritti dei lavoratori. Che impediscano la monopolizzazione del mercato. E che costringano le imprese a pagare le tasse».

Qual è allora il modello Barcelona Smart City a cui si ispirano le altre città?

«Nella nostra visione, la Smart City sono servizi che rispondono alle necessità reali della città che i cittadini stessi hanno contribuito a definire attraverso gli strumento di democrazia partecipativa. Servizi che la città stessa sviluppa, usando i dati che i cittadini hanno deciso spontaneamente di donarle».

Plaza Catalunya | energy efficient traffic lights

Prima il cosa e poi il come, quindi…

«Esattamente. Per Barcelona Smart City, i cittadini hanno deciso che le priorità sono l’edilizia residenziale popolare, la mobilità sostenibile, l’aumento degli spazi pubblici e verdi, la transizione energetica verso le rinnovabili, l’acqua come bene comune. E solo una volta stabiliti gli obiettivi ci siamo posti la domanda: come può aiutarci la tecnologia? E come possiamo governarla invece di esserne governati? Dare sovranità tecnologica ai cittadini significa farli diventare i co-ideatori e i proprietari dei servizi. Che ovviamente sono disegnati per dialogare tra loro».

Democrazia partecipativa significa dare la parola ai cittadini su questioni spesso complesse. Il mondo si divide tra chi pensa sia una buona idea e chi invece la ritiene pessima…

«È un’idea pessima se si pensa a una Facebook democracy: un luogo in cui ognuno dice la sua senza un vero scambio di informazioni né un dialogo costruttivo. È invece una buona idea se fa parte di un progetto più ampio, che parte dalla volontà politica di riavvicinare cittadini e istituzioni. Favorendo la partecipazione informata, la trasparenza, lo scambio di idee, la creazione di un’intelligenza collettiva. A Barcellona abbiamo una piattaforma per la democrazia partecipativa, che si chiama Decidim, dalla quale sono nate o si sono sviluppate il 70% delle azioni di governo. Ma non è una democrazia solo online. Esiste anche un dipartimento multi-disciplinare comunale che si occupa di formare e informare i cittadini, organizzando corsi gratuiti, eventi aperti, assemblee di quartiere. Perché una Smart City non può esistere senza Smart Citizens».

Come funziona Decidim?

«È una piattaforma in software libero e gestita da una comunità.

Un’assemblea di quartiere legata alla piattaforma per la democrazia partecipativa Decidim

Leggi qui come funziona Decidim.

«Ha una grafica “da App” e un’interfaccia facile da usare. Su Decidim, Comune, cittadini e associazioni pubblicano progetti e proposte. E poi possono seguirli, argomentarli, collegarli a contenuti rilevanti, controllarne l’implementazione, reagire. Decidim è una piattaforma nata per far crescere informazione e dialogo. Dal piano regolatore, al budget, dalle questioni sociali ai percorsi dei bus: tutto viene discusso su Decidim. Ma per votare o prendere posizione sulle questioni bisogna partecipare e informarsi.. E, ovviamente, lo stesso processo avviene anche offline, nelle assemblee di quartiere, nelle riunioni di associazione etc».

Abbiamo qualcosa di simile in Italia, con la Rousseau del M5S?

«Tra la Rousseau e Decidim ci sono somiglianze ma anche grandi differenze. Quella più fondamentale è che Decidim è costruita con un software libero e non di proprietà di un’azienda. E quindi è totalmente trasparente (e chi ci lavora deve attenersi a un Codice Etico definito dalla municipalità). Inoltre Decidim appartiene alla gente, non a un partito politico o a una srl. In ultimo, la sua architettura è scalabile, configurabile e integrabile su altri strumenti e app senza però che alcuna manipolazione di dati, né algoritmica, sia possibile. Non sono dettagli. La questione tecnologica è fondamentale quando si parla di sovranità dei cittadini. E la prima domanda da porsi è: come sono costruite le piattaforme? Se sono di proprietà di qualcuno e non della collettività c’è qualcosa che non va. E la seconda: chi raccoglie e governa i nostri dati…».

Su questo tema della raccolta e del governo dei dati state lavorando con il Data Commons…

«È il progetto più importante che stiamo portando avanti a Barcellona. Un sistema di licenze che permette ai cittadini, quando usano qualsiasi tipo di app, di controllare a chi e in che modo fornire i propri dati. Un esempio di realizzazione pratica è quella che stiamo portando avanti ad Amsterdam all’interno del progetto europeo DECODE.

«I cittadini devono essere coscienti del fatto che per mantenere il modello sociale europeo, per difendere valori e diritti acquisiti, dobbiamo tenere le redini della tecnologia»

Si tratta di un registro digitale attraverso cui Airbnb deve per forza passare quando registra una proprietà. Così da un lato la città può valutare il numero dei giorni di affitto e la legalità della relazione ed evitare che i real estate usino la piattaforma che far alzare i prezzi. E dall’altro crea un’intelligenza collettiva di dati che le permetteranno di creare piattaforme pubbliche con regole chiare. Per favorire il lavoro dei cittadino e sviluppino un eco-sistema locale.

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Per Barcelona Smart City, per esempio, dove abbiamo supportato startup e fablab che ora ci aiutano nello sviluppo dei servizi digitali, abbiamo già ottenuto bei risultati. Nel sistema di irrigazione per esempio. Abbiamo realizzato sensori che attivano gli impianti dove e quando serve (e il risultato sono 500 milioni di euro l’anno risparmiati e parchi più curati). E sulla produzione di energie rinnovabili. In alcune abitazioni popolari sono distribuite a prezzo di costo e nella quantità necessaria, grazie a rilevatori ambientali (con un abbattimento del 50% delle emissioni di CO2)».

Come si educano i cittadini alla cultura digitale? E cos’è uno Smart Citizen?

«Teniamo corsi pubblici gratuiti: nelle scuole, nei centri sociali, alla Media TIV del quartiere-lab @22. E i FabLab pubblici e alla MediaTIE degli smart citizens».

Sensore realizzato dal FabLab di Barcellona per misurare l’inquinamento acustico nelle abitazioni

«Abbiamo numerose iniziative che promuovono la Privacy Awareness. Non tutti devono diventare esperti, ovviamente. Ma essere Smart Citizen vuol dire avere la consapevolezza che il controllo su dati, l’AI e le infrastrutture determinerà la natura delle istituzioni del futuro. Come ha ampiamente dimostrato il caso di FB e Cambridge Analytica. I cittadini devono essere coscienti del fatto che per mantenere il modello sociale europeo, per difendere valori e diritti acquisiti, dobbiamo tenere le redini della tecnologia. Le città sono luoghi-pilota perfetti per costruire un’alternativa e si stanno mettendo in rete. E la loro voce si farà sentire…»

Ripensare le Smart City, di Evgeny Morozov e Francesca Bria, Codice Edizioni, è in uscita il 30 agosto. Per una discussione sul libro, appuntamento mercoledì 5 settembre al Festival della Letteratura di Mantova

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  1. Buongiorno Laura, il mese scorso ho avuto modo di verificare di persona come alcune aziende a Barcellona stanno lavorando sul verde con i risparmi idrici citati. Sono ad un livello di monitoraggio eccellente che permette davvero di abbattere i costi e di sapere costantemente lo stato di salute della vegetazione. Ammirevole e intelligente lavoro. Bello sapere che altre città prendano spunto, perché sono queste le vere politiche necessarie per essere smart city.

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