Architettura, Opinioni
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Perché la Biennale di Alejandro Aravena è un evento da non perdere

Alejandro Aravena ha messo in scena una Biennale politicamente ingaggiata ma non arrabbiata, densa nei contenuti ma immediata nel raccontarli. «Reporting From The Front» parla di un’architettura che si riscatta come strumento di cambiamento sociale. Diventando così un evento da non perdere.

La Floating school di Kunlé Adeyemi (NLE) - foto da ArchDaily - Leone d'Argento

La Floating school di Kunlé Adeyemi (NLE) a «Reporting from the front» – foto da ArchDaily – Leone d’Argento

Dalle piramidi ai grattacieli avveniristici (e anche passando per i centri commerciali, vero oppio dei popoli contemporaneo), l’architettura è da sempre l’arte più politica che ci sia, la rappresentazione più chiara ed evidente del potere in tutte le sue forme. Ed è forse per questo che della politica segue il destino: rispondendo sempre di più agli interessi di una committenza privata e non pubblica, allontanandosi progressivamente dalla realtà dei cittadini.

Le prove di riavvicinamento ci sono stati: tentando per esempio – in tempi recenti – di affrontare il tema delle periferie, proponendo una politica di rimessa a nuovo degli edifici per evitare nuove costruzioni. Ma il più delle volte, dati gli investimenti dei giganti del privato, le buone intenzioni si esauriscono in operazioni di comunicazione, visioni pensate appositamente per i media che non riescono più a convincere un’opinione pubblica stremata e disillusa. Del resto, gli architetti sono spesso i peggiori nemici di se stessi: incapaci di semplificare la complessità con parole chiare e coinvolgenti per il pubblico, sembrano spesso chiusi nel loro mondo e intenti a parlarsi addosso.

La Biennale di Venezia 2016 “Reporting from the Front” a cura di Alejandro Aravena rappresenta un riscatto rispetto a tutto questo. Ci troverete chi studia le traiettorie dei missili lanciati dai droni sugli edifici, smascherando chi parla ancora, mentendo, di “guerra chirurgica” (Forensic Architecture). E chi, come un gruppo di architetti irlandesi raccolti intorno al progetto Losing My Life, rivela come un malato di demenza percepisce realmente i luoghi – suggerendo di conseguenza come dovrebbero essere progettati. Potrete osservare occupazioni “gentili” di territori abbandonati (di Tatiana Bilbao), modi alternativi di pensare alle aree di gioco dei nostri bambini (di Assemble), metodologie per costruire scuole in situazioni estreme (come ha fatto Kunlé Adeyemi di NLE Works con quella galleggiante di Makoko, leone d’argento) o per progettare le periferie (al Padiglione Italia di Tam Associati). È l’architettura nella sua forma più squisita, quando attinge motivazioni dal basso senza paternalismi ma perché ne fa realmente parte, quando si racconta con semplicità e immediatezza senza cadere nelle iperboli – linguistiche o visive – pur non rinunciando alla complessità del suo messaggio.

Una Biennale militante, politica e ideologica che non cede al buonismo perché incentrata sull’azione

Non a caso, durante la presentazione ufficiale, il curatore Alejandro Aravena ha sottolineato che, quando si parla delle grandi tematiche sociali legate all’abitare (diseguaglianza, segregazione, insicurezza, traffico, inquinamento, migrazione, calamità, periferie, carenza di alloggi…: per ricordarle a tutti Aravena le ha scritte a caratteri cubitali all’entrata della Biennale) «la presa di coscienza non basta più e quello che serve ora è l’azione». Mettendo in scena progetti che propongono soluzioni concrete a questi grandi problemi Aravena ha creato una Biennale militante, politica e ideologica che non cade mai nel patetico o nel buonismo grazie al suo tono costantemente focalizzato sull’azione concreta.

Biennale Aravena

Foto di Laura Traldi

Dando voce a una miriade di studi che da tutto il mondo lavorano per migliorare la qualità della vita nelle città – soprattutto quelle più povere, urbanizzate, inquinate – Reporting From The Front dimostra, progetti alla mano, che una certa architettura non si è in realtà mai allontanata dalla realtà e quanto essa – benché ignorata, bistrattata, lasciata priva di fondi e di supporto politico – sia riuscita comunque a continuare ad agire ed esistere, spesso proprio grazie al sostegno della popolazione.

Non a caso, la metafora scelta da Aravena per riassumere la manifestazione è l’immagine di una signora che, nel deserto, osserva il paesaggio in cima a una scala. Si tratta dell’archeologa Maria Reiche che, non avendo abbastanza soldi per noleggiare un aereo, pur di avere una visione dall’alto dei geoglifi peruviani di Nazca si arrampicava costantemente su una scala. La cosa straordinaria è che alla fine, malgrado la semplicità dell’approccio e dello strumento, è proprio alla Reiche che si deve la scoperta del significato astronomico di queste misteriose linee segnate a terra più di 2mila anni fa. È una metafora potentissima che permette al visitatore di osservare i progetti con uno sguardo diverso: come ha spiegato Aravena, «l’importanza del problema o la difficoltà delle circostanze non dovrebbe giustificare i professionisti dal non rispondere con un’architettura di qualità».

Reporting from the Front parla agli architetti, certamente, fornendo loro conoscenza pratica sul come è possibile cogliere l’essenza delle problematiche e tradurle in progetti concreti, sui mille possibili modi di recuperare materiali e tecniche costruttive, su cosa è possibile ottenere lavorando con la popolazione locale. Ed è chiaramente una Biennale pensata anche per le istituzioni: «perché chi ha il potere di decidere capisca che ci sono altri modi di affrontare i problemi e che il loro sostegno cambierebbe tutto per il meglio». Ma è soprattutto una Biennale che parla al grande pubblico. Ogni progetto è chiaramente illustrato con un testo chiaro e conciso ma denso di informazioni che indirizzano lo sguardo del visitatore non esperto. «Perché è giusto», come ha detto Aravena, «che ogni cittadino capisca cosa può aspettarsi e che ricominci a pretendere la qualità che gli spetta».

 

 

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