Architettura, Opinioni
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Qual è il senso della Biennale di Venezia e del Freespace

Biennale di Architettura di Venezia a cura di Grafton: cosa significa il tema Freespace e perché è per tutti. Quando l’architettura diventa una chiave di lettura per il mondo che ci circonda

Capire il senso del Freespace – il tema della 16sima Biennale di Architettura di Venezia – spiega perché la 16 Biennale di Architettura sia un evento da non perdere. Anche se non ci si interessa di architettura.

Perché cogliere il senso del Freespace significa capire cose è giusto esigere dagli interventi sulle nostre città, sui luoghi pubblici e privati, a quali è imperativo invece opporsi e perché. Capire cos’è il Freespace insegna a mettersi in relazione con la natura in modo maturo, cosciente e vantaggioso per la sostenibilità economica ma anche sociale e ambientale. Assorbire il concetto di Freespace porterà naturalmente tutti a pretendere che la politica si avvalga del pensiero progettuale per tentare di risolvere alcuni dei grandi problemi contemporanei.

Padiglione Centrale dei GIardini, Star Apartments di Michael Maltzan. Alloggi per senzatetto prefabbricati innestati su una struttura in cemento pre-esistente e abbandonata a Los Anglese. Bellissima l’installazione, con i video dei residenti che raccontano come hanno personalizzato le abitazioni

Problemi come la mancanza di un senso di cittadinanza e appartenenza (Padiglione degli Stati Uniti). Il contrasto tra l’apparente libertà e il controllo digitale a cui siamo tutti sottoposti (Padiglione Olandese). La grande capacità creativa dei popoli di far rinascere spazi lasciati a se stessi (Padiglione Francese). La necessità di una gestione aperta e condivisa dei big data, oggi fondamentali per progettare gli ambienti urbani e i servizi (Padiglione Venezia).

Il padiglione degli Stati Uniti, Dimensions of Citizenship. Una delle rappresentazioni nazionali più interessanti, che presenta una serie domande con possibili risposte in relazione a identità, confini, echo-chambersm, relazione con lo spazio.

Cosa insegna Freespace

Chi ha voglia di capire il mondo dovrebbe quindi visitare la 16 Biennale di Architettura di Venezia.

Freespace, infatti, ha infatti a che fare con la qualità della vita più che con gli edifici. Mette al centro persone, comunità, paesaggio e i diversi modi di relazionarsi tra culture. È un punto di partenza che si fonda sul rispetto in cui il progetto arriva solo in seconda battuta. Come strumento per promuovere, facilitare, riscoprire e talvolta custodire de proteggere le interazioni.

Arsenale, Padiglione della Repubblica Popolare Cinese – Building a Future Countryside. Come far coesistere tradizione e tecnologia nella trasformazione delle zone rurali cinesi. Come l’Italia, anche la Cina lavora sulle comunità agricole ma mette più l’accento sull’elemento tecnologico e come sfruttarlo nelle campagne senza snaturarle.

Il manifesto Freespace

Ma per capire fino in fondo il senso della Biennale 2018 è bene dare un’occhiata al Manifesto redatto da Yvonne Farrell e Shelley McNamara dello studio Grafton. Perché i partecipanti delle esposizioni curate dalle due architette irlandesi (alle Corderie dell’Arsenale e al Padiglione Centrale dei Giardini) sono stati scelti per illustrarlo. Mentre i paesi che hanno allestito i padiglioni nazionali (ai Giardini, all’Arsenale e in alcuni casi in sedi cittadine) lo hanno interpretato a loro discrezione.

Giardini, Padiglione Olandese. Work, Body, Leasure, commissionato da Het Nieuwe Instituut. Chi controlla davvero lo spazio condiviso pubblico? Ci appare perfettamente organizzto e nitido ma cosa nasconde dietro ogni elemento che lo compone? Una visione distopica non veramente nuova ma realizzata e comunicata in modo impeccabile e immersivo

La generosità del Freespace

Il Manifesto spiega cos’è il Freespace. Che non è uno spazio ma un atteggiamento che origina uno spazio. Freespace è la «generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda». A cui si aggiunge la capacità e la volontà di «offrire in dono spazi liberi e supplementari a coloro che ne fanno uso». Ciò significa che non tutto deve essere progettato (infatti, vedi sotto, c’è anche chi ha scelto lo spazio vuoto). E che se ai cittadini si danno gli strumenti per gestire creativamente ambienti condivisi è possibile fare grandi cose. Ma vuol dire anche che la qualità da sola non basta. Non è infatti la perfezione di un progetto pubblico che determina il suo essere Freespace ma la sua capacità di “dare” qualcosa a chi lo vive.

Il Padiglione UK (Menzione d’Onore alla cerimonia di premiazione per il Leone d’Oro, andato alla Svizzera). Il curatore Caruso St John ha lasciato lo spazio completamente vuoto all’interno (dopo aver aperto il lucernaio sulla copertura). I visitatori avevano invece accesso al tetto. La giuria ha apprezzato il coraggio nell’interpretazione del Freespace come luogo libero, da affidare all’interpretazione delle persone.

SUL PADIGLIONE ITALIA, LEGGI QUI

Per esempio un centro commerciale (accessibile a tutti) potrebbe essere meno Freespace dell’headquarter di un’azienda circondata da un giardino aperto. Accadrebbe nel caso in cui il primo faciliti solo interazioni finalizzate alla compravendita, per esempio. Mentre il secondo permette incontri e scambi casuali nel verde. Freespace infatti «celebra l’abilità dell’architettura di trovare una nuova e inattesa generosità in ogni progetto. Anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate». Sono anche antitetici al concetto di Freespace tutti quei progetti che non «enfatizzano i doni gratuiti della natura. Come la luce, le risorse naturali e artificiali». Un edificio splendido e sostenibile ma inserito in un contesto come una navicella spaziale non è quindi Freespace. Mentre lo è la ristrutturazione del Corviale, a opera di Laura Perotti (all’Arsenale). Perché la rimessa a nuovo delle vie di accesso e l’apertura di un corridoio per collegare il social housing all’agro romano fa tesoro di quanto offerto dalla natura per migliorare la qualità del quotidiano.

Corderie dell’Arsenale, il progetto di ristrutturazione del Corviale, il complesso di social housing che segna il confine tra Roma e la campagna. L’architetto Laura Perotti ha cambiato la struttura delle vie di accesso e aperto un collegamento con l’area rurale retrostante, oltre che ricreato spazi pubblici coperti utilizzabili da tutti e ora posizionati davanti a nuove aree verdi. Un progetto che dimostra come sia possibile aggiungere qualità di vita anche in situazioni di degrado pluri decennale senza costruire ex novo.

Freespace nell’allestimento

Il concetto di Freespace è anche declinato nell’allestimento delle Grafton. Alle Corderie dell’Arsenale, per esempio, la luce naturale viene sfruttata appieno (per la prima volta sono state eliminati gli schermi che coprivano il tetto. Lo stesso è stato fatto anche al padiglione centrale dei Giardini, luminosissimo). E lo sguardo scorre libero dall’inizio alla fine del lunghissimo corridoio, regalando un respiro inaspettato. Il benessere del visitatore viene tenuto in conto in ogni momento. A terra, per esempio, c’è un sistema di misurazione, in metri e in piedi veneziani, che dice in ogni punto quando manca alla fine del corridoio e aiuta chi si perde a ritrovarsi. Mentre il lungo discorso fatto dai progetti, posizionati sui lati, viene interrotto di tanto in tanto da aree libere per il relax: una sala proiezioni, un angolo dove sdraiarsi e chiacchierare…

Il Padiglione francese a cura di Encore Heureux è un racconto a più capitoli su come sia possibile recuperare luoghi pubblici lasciati a se stessi con azioni che partono dal basso, in cui l’architettura entra in punta di piedi. Bellisaima la sala con le foto dei 10 spazi e l’allestimento centrale con gli oggetti. Da leggere, nella stanza a destra, le bellissime frasi sul Freespace…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Biennale di Venezia, una selezione

Nelle immagini usate per questo post, c’è già una selezione dei padiglioni e dei progetti che mi sono parsi particolarmente rilevanti. Non c’è il Padiglione della Svizzera, vincitore del Leone d’Oro. Si tratta di uno spazio domestico realizzato a diverse misure che dà al visitatore la sensazione di essere Alice nel Paese delle Meraviglie. Una stanza ha porte, arredi e finestre enormi, un’altra piccolissime, ci sono anfratti, piccoli ripostigli e cucine gigantesche. Visitarlo è divertentissimo e lo consiglierei a tutti, soprattutto a chi arriva alla Biennale con bambini. Però, personalmente, l’ho percepito più che come un divertissement che come un ragionamento che lasciava qualcosa dentro.

Padiglione Centrale dei Giardini. Al piano superiore, una sala è dedicata ai meravigliosi plastici di Peter Zumthor la cui architettura è l’essenza del Freespace in quanto generata dai luoghi che la accolgono. Leggi qui intervista a Peter Zumthor

Da non perdere

Per una selezione più ampia dei progetti più interessanti, spiegati con didascalie corpose, rimando al feed di Instagram. Tra i progetti da non perdere, fuori dai luoghi canonici della Biennale, ci sono anche le Vatican Chapels all’Isola di San Giorgio (un luogo magico, perfettamente interpretato da 10 architetti). Nonché Across Chinese Cities alla Cà Tron, a cura di Beatrice Leanza, e il progetto di recupero del Robin Hood Gardens al Padiglione delle Arti Decorative dell’Arsenale, da parte del V&A. Per vedere tutto, clicca qui.

1 Comment

  1. Mi incuriosisce sempre di più ogni volta che leggo qualcosa sull’edizione di quest’anno! Deve essere davvero sensazionale! Non vedo l’ora di andarci 😉

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