Opinioni
Leave a comment

Biennale Venezia e Rem Koolhaas: le critiche che non finiscono mai

Elements di Rem Koolhaas alla Biennale di Venezia è una mostra unica: una in cui anche per i comuni mortali è possibile capire qualcosa. Ma sul magazine online Dezeen (uno dei più influenti del settore) c’è chi non è d’accordo…

 

Capita anche a voi di sentirvi stupidi andando a una mostra o leggendone una recensione? A me sì. Soprattutto quando si parla di arte contemporanea o di architettura. Sembra un assurdo ma difficilmente chi tratta questi soggetti riesce a parlare alla gente comune, a coloro che non hanno passato una vita sfogliando riviste di settore o approfondendo la differenza tra modernismo e post-modernismo.

Peccato. Credo, infatti, che i concetti troppo complessi per essere espressi in un linguaggio lineare e chiaro (e non stupido) siano davvero pochi. E una cosa è certa: se esistono non appartengono sicuramente al mondo del design e dell’architettura.

Ecco perché mi è piaciuta la mostra Elements curata da Rem Koolhaas (quella “portante” della Biennale di Architettura di Venezia) che fa l’esatto opposto: spiega, illustra, prende il visitatore per mano e racconta. Ci fa sentire, per una volta, adeguati. Certo, chi ha voglia di approfondire e insinuarsi nel Koolhaas pensiero ha di che sbizzarrirsi con il catalogo che è tutto fuoriché immediato e “per tutti”. Ma la mostra ha così tanti livelli di lettura da essere davvero universale: nessuno, insomma, uscirà a mani vuote.

Per chi non avesse ancora letto nulla a propostito, in Elements Rem Koolhaas racconta come si sono evoluti nel tempo i “protagonisti” dell’architettura: porte, finestre, pavimenti, corridoi. Ci spiega come l’uomo ha riscaldato i luoghi in cui abitava durante i secoli e come probabilmente lo farà in futuro; come ha risolto il problema dei rifiuti; come coperto le case per proteggerle dalle intemperie (da non perdere, la sala che parla dei tetti cinesi e delle implicazioni politiche che le costruzioni del XII secolo hanno avuto sullo sviluppo dell’Impero).  È una storia affascinante per chi ha la voglia e il tempo di ascoltarla, una vera e propria narrazione del divenire del nostro mondo.

Elements è il cuore della Biennale, un abecedario che permette di comprendere il tema centrale dell’esposizione: Absorbing Modernity, cioè un’analisi di come le nazioni hanno assorbito la modernità dal 1914 a oggi. E dopo aver visitato Elements, ogni narrazione proposta dai vari padiglioni assume immediatamente un senso diverso, come una nota inserita in un coro.

Avrete ormai capito che sono uscita dalla Biennale felice, sententomi finalmente parte di un mondo che – in passato – ho sempre osservato con curiosità, ma anche tanta soggezione. Forse per questo sono rimasta così male leggendo i tanti commenti negativi sulla Biennale, alcuni dei quali affossando Koolhaas (o la Biennale?) rimettono anche il visitatore che ha apprezzato la mostra al suo posto (saldamente dieci piani più sotto quello abitato dal critico): come dire, se Elements e la Biennale ti sono piaciuti è perché di architettura – quella vera – non capisci niente.

Uno dei commenti più aspri è quello, apparso su Dezeen, di Kieran Long, già assistente del precedente curatore della Biennale (David Chipperfield) e attuale curatore del V&A. Un critico attento, insomma, che ha visitato la mostra molto, molto attentamente. Secondo Kieran, Elements è un manifesto cinico fatto da un uomo che vive nell’ambiguità: uno che talmente coinvolto in quello che fa da non essere in grado di spiegare cosa gli piace e cosa critica, un visionario dell’architettura che si rifiuta di dire però dove l’architettura dovrebbe andare e che, forse, con questa mostra voleva mettere una pietra tombale sulla professione. «Dopo tutto questo scavare», scrive Long, «Rem e i suoi ricercatori sono finiti in una miniera, con una vista davvero parziale sul cielo e senza alcuna possibilità di leggere il panorama orizzontalmente: incapaci di arrivare a quella sintesi che il mondo richiede agli architetti».

Long fa davvero passare la voglia di difendere Koolhaas – che non ho mai avuto il piacere di frequentare, al contrario di Kieran che lo descrive come una persona insopportabilmente piena di sé, del genere «après moi le déluge».

Eppure – anche se non ha certo bisogno del mio supporto – ho voglia di spezzare una lancia per lui che ha detto chiaramente, in conferenza stampa, quanto sia ridicolo continuare a chiedere agli architetti come risolvere i problemi del mondo. «Fino agli anni 80, fino al liberalismo esasperato di Thatcher e Reagan, l’architettura era un modo di rappresentare fisicamente la visione degli Stati sulle necessità e il benessere della collettività – nel bene e nel male. Dopo gli anni 80, però, questo legame si è spezzato e oggi gli architetti lavorano il più delle volte per le visioni di facoltosi individui o di corporations». Una frase che chiaramente ridimensiona il ruolo dell’architettura (e che io, nella mia infinita ingenuità, ho letto anche come un manifesto di modestia da parte di Koolhaas visto che anche lui ha operato per gran parte della sua vita dopo gli anni 80). E che rispecchia una realtà che, sono certa, tanti architetti (e designer?) conoscono benissimo ma spesso preferiscono ignorare: architettura e design non possono cambiare il mondo.

È un messaggio negativo? Senza dubbio. Ma non è un messaggio senza speranza.

Proprio il desiderio di voler fare il punto su quello che l’architettura è e sul viaggio che ha fatto per arrivarci (senza dare direttive su quello che potrebbe essere) è un modo modesto, colto e anche necessario in questo particolare momento storico in cui si costruisce in fretta e furia senza mai fermarsi a pensare per passare il testimone alle nuove generazioni. E, chissà, forse anche far capire a chi oggi detiene il potere che un tempo era degli Stati delle enormi responsabilità che gravano sulle loro spalle. In gioco c’è, come sempre, il benessere della collettività.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *