Design, Inchieste, Società
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Il biodesign è il nuovo digitale

L’equivalente nel XXI secolo di interfacce, universi virtuali e videogame è il biodesign: progettare con organismi come piante e animali, ma anche batteri e cellule, e persino creare nuovi sistemi viventi manipolando il Dna.

Questo articolo è apparso su D la Repubblica. Scarica il PDF qui.

Nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York (sezione Design e Architettura, a cura di Paola Antonelli) si parla di biodesign da quando sono apparsi strani oggetti contenenti microrganismi – batteri, miceti, insetti – in grado di proliferare, fornire informazioni e riprodursi. E qualcuno si è posto una domanda: quanto c’entra con il design un mattone che cresce mescolando scarti di mais e funghi? O una palla di vetro diagnostica (funziona sfruttando la capacità delle api di segnalare la presenza di ormoni e tossine)? «Molto», ha risposto Antonelli, «anzi, mi aspetto che le più grandi rivoluzioni nel settore del design arriveranno da un lavoro congiunto con la biologia sintetica». Che, secondo il Giornale dell’Università degli Studi di Padova, è la nuova frontiera della biologia, quella che segna il passaggio dall’osservazione alla creazione: il suo scopo, infatti, è «riscrivere le forme della vita copiandole da quelle esistenti, per esempio sintetizzando la copia del Dna di un batterio; e creare sistemi biologici nuovi, trasferendo copiedi Dna da un microrganismo a un altro».

Antonelli non è l’unica a pensare che questa disciplina stia influenzando il divenire del design, pur essendone apparentemente così lontana. Anche Joi Ito, direttore del Media Lab del MIT, afferma risoluto che «bio is the new digital». E si tratta di una semplice evoluzione storica. «Quando i computer erano appannaggio esclusivo di chi sapeva programmarli e poteva permetterseli, il loro impatto sul quotidiano della gente era limitatissimo», ha spiegato Ito in una recente conferenza. «Ma quando, seguendo la legge di Moore, il prezzo al pubblico ha iniziato a scendere, i designer hanno cominciato a occuparsene: da qui la semplificazione di interfacce e di utilizzo che ci ha portati nell’era digitale. Lo stesso sta succedendo ora con le tecnologie legate alla manipolazione delle strutture del Dna o dei batteri: operazioni che fino a pochi anni fa erano costosissime elaborazioni da laboratorio specializzato, ora sono sempre più accessibili. Ed è una conseguenza ovvia che i designer se ne occupino, ed è questo il settore di cui si occupa il  biodesign». Altrettanto ovvio che a questo binomio si interessino le aziende del bio-tech, visto che quando il design entra in gioco con la tecnologia – la storia di Apple insegna – il risultato è spesso l’apertura di nuovi, ricchi mercati.

Progettare con organismi visibili come piante e animali, batteri e cellule, e persino creare nuovi sistemi viventi manipolando il Dna, è dunque diventato il nuovo cool, l’equivalente nel XXI secolo del design di interfacce, universi virtuali e videogame. «Fatti da parte Jonathan Ive, i nuovi designer rockstar sono i biologi», ha titolato non a caso Wired America lo scorso novembre, per raccontare l’inizio dell’ascesa dei progettisti nelle aziende che producono farmaci, profumazioni e materiali innovativi.

Alexandra Daisy Ginsberg, Rewilding with Synthetic Biology, from Designing for the Sixth Extinction, 2013

Cosa significa in termini concreti?

Innanzitutto sviluppare nuovi materiali: ecologici, biodegradabili, capaci di attivarsi autonomamente. Dice Alex Ayad, a capo del Tech Foresight Practice dell’Imperial College di Londra: «Come bioingegneri lavoriamo alla creazione di forme di vita sintetiche, composti di cellule di microrganismi in grado di assorbire l’inquinamento, ripulire le acque e sfruttare l’energia solare per sprigionare energia. E insieme agli architetti e ai designer trasformiamo queste scoperte in applicazioni da usare in architettura. Prevedo che entro il 2045 sarà normale costruire case con pareti che trattengono e rilasciano il calore quando serve, sistemi idrici che riciclano l’acqua e tetti che assorbono l’inquinamento».

Del resto già nel 2017 entrerà in commercio il cemento organico di BioMason, un’azienda creata quattro anni fa dall’architetto (donna) Ginger Krieg Dosier. La quale ha messo a punto, con un team di biologi, una sostanza nutritiva che attiva dei batteri mescolati a sabbia, dando vita a una reazione chimica che nel giro di cinque giorni trasforma il mix in cemento. Lo scopo? Diminuire l’esorbitante quantità di anidride carbonica emessa nell’atmosfera durante la fase di cottura del cemento (responsabile, secondo il World Business Council for Sustainable Development, del 5% di emissioni sul totale mondiale). Anche gli arredi cambieranno, seguendo la stessa traiettoria biologica. In una recente installazione al Museum of Contemporary Arts di Pittsburgh, il designer Ethan Frier e l’architetto Jacob Douenias hanno realizzato una stanza con mobili fotosintetici: sfruttano le proprietà dell’alga azzurra spirulina (un cianobatterio), rinchiusa in ampolle di vetro, che «ricicla la luce, il calore e l’anidride carbonica indoor trasformandole in una biomassa verde, molto ricca dal punto di vista nutrizionale, che può essere consumata come cibo, usata come fertilizzante in agricoltura, o convertita in biocarburanti».

Lung on a chip

Le innovazioni che possono scaturire dal legame tra design e biologia non sono limitate al tradizionale settore di riferimento, quello della casa. Il Design of the Year Award del Design Museum di Londra, per esempio, è stato vinto nel 2015 dal Wyss Institute dell’Università di Harvard con Lung-On-A-Chip, un simulatore dei processi che avvengono nel polmone umano, un concept (sviluppato da un team di ingegneri, biologi e designer) che promette di diminuire drasticamente i costi di sviluppo dei medicinali, eliminare i test sugli esseri viventi e creare una medicina personalizzata.

«Il futuro del design si colloca a cavallo tra il mondo di Henry Ford e quello di Charles Darwin, tra macchina e organismo vivente», dice Neri Oxman, fondatrice del Mediated Matter Group del MIT di Boston (è famosa anche nel mondo della moda per avere realizzato i primi abiti stampati in 3D della stilista Iris Van Herpen). Oxman manipola polimeri naturali come la chitina (prodotta dai frutti di mare) per farne materiali da stampare in 3D a densità diverse, dando vita a strutture che imitano la pella umana (non esteticamente ma in quanto a varietà di spessori, con sezioni eteree ma rinforzate dove serve e completamente biodegradabili). Negli ultimi mesi Oxman ha sfruttato questa tecnologia per realizzare “organi indossabili”. Come Otaared, una specie di corazza stampata in digitale e percorsa al suo interno da “capillari” riempiti con micro-organismi che si attivano al contatto con la luce, assorbendo idrocarburi e scorie (progettati per un’ipotetica vita extra-terrestre e presentati al  TED 2015).
Al Royal College of Art, invece, il binomio biologia+design si sta focalizzando sul tema del food. All’ultimo Graduates Show c’era per esempio un progetto (l’autore è il taiwanese americano Paul Gong) che prevedeva la creazione di una nuova flora batterica da ingerire tramite apposite pipette, per permettere al sistema digestivo umano di assorbire cibo avariato (il dettaglio disgustoso, spesso presente nei progetti di bio-design, è che per creare i microrganismi Gong ha utilizzato materiale genetico proveniente dalle iene, notoriamente ghiotte di carcasse).
Un’altra laureata, Johanna Schmeer, si è ispirata alle recenti scoperte di Russell Johnson (lo scienziato che ha creato cellule biologiche funzionanti partendo dalla plastica) per proporre un sistema di auto-produzione di vitamine, fibre, zuccheri, grassi, proteine e minerali sotto forma di liquidi e polveri, ottenuto mescolando enzimi e bio-plastiche.

Ci abitueremo a considerare “belle” creazioni che sembrano un enorme polmone rosa, delle lumache e una cintura di castità ?

Vedere tutto questo come un futuro possibile per il design può sembrare difficile, soprattutto per noi in Italia (abituati a considerare i progettisti come creativi nerovestiti che danno forma ad arredi esteticamente belli, interni accoglienti e al massimo qualche device hightech). Questo sviluppo, infatti, costringe non solo a interpretare la parola “design” nella sua accezione più complessa di “progetto” (ben oltre il mix di forma+funzione) ma anche a ripensare il concetto di “bellezza”. Per farlo, il Cooper Hewitt Design Museum di New York ha realizzato la mostra Beauty (fino al 21 agosto). Qui, accanto agli abiti di Gianbattista Valli, ai manichini truccati dalla make up artist Pat McGrath e a quelli che sfoggiano una manicure firmata dalla giapponese Naomi Yasuda, troviamo una stanza ricoperta con una struttura di tessuto rigido che si attiva con la luce solare e cambia forma e colore (di Jenny Sabin), strane piccole creature che passeggiando nel terriccio ne trasformano il pH per renderlo più fertile (di Daisy Ginsberg) e il già citato “abito” stampato in 3D di Neri Oxman per la vita extra terrestre. Definire “belle” queste creazioni (che sembrano rispettivamente un enorme polmone rosa, delle lumache e una cintura di castità da Avatar) può sembrare un ossimoro. Ma la mostra, come spiegano i curatori Ellen Lupton e Andrea Lipps, vuole «espandere il concetto tradizionale di estetica, e mostrare il cammino che stanno percorrendo i designer più visionari: imitare la natura associandosi con la biologia, utilizzare la programmazione e la matematica per creare regole e processi da cui prenderanno vita gli oggetti. Che sempre di più saranno non statici ma entità in divenire». Ci abitueremo a queste realtà come ci siamo abituati alle forme elicoidali e alle finiture sabbiose della stampa 3D, un tempo considerate astruse e ora familiarissime? Ci vorranno magari vent’anni, ma gli sforzi per rendere il bio-design più appetibile e cool agli occhi del pubblico sono evidenti. Sono appena nate, per esempio, le facoltà di bio-design (presso l’università di New York e della Pennsylvania).

È bastato l’annuncio dell’apertura del BioDesign Studio (dove si insegna ai bambini a prendere dimestichezza con il Dna) per assicurare al museo The Tech di San José, California, il National Medal for Museum and Library Service, il più importante premio americano per servizi alla comunità. C’è persino una serie tv dedicata: la canadese Orphan Black, che in America sta suscitando passioni à la Twilight, pur trattando un tema controverso come quello dei cloni (è appena approdata da noi su Italia2).

Perché quello della biologia sintetica è un business enorme (7,7 miliardi di dollari solo in Italia secondo il rapporto BioInItaly 2015) ed è normale che muova gli animi. E anche che susciti preoccupazione. «La biotecnologia sta creando medicine intelligenti e metodi di produzione sostenibili. Ma è una disciplina non priva di rischi», scrivono gli organizzatori del BioDesign Challenge (un concorso creato l’anno scorso per promuovere i progetti innovativi che integrano biologia sintentica e progetto: i risultati verranno mostrati a giugno al MoMA di New York). «Ed è importante che i designer colgano le potenzialità ma anche i lati oscuri di una scienza che si insinua progressivamente nel quotidiano, così che possano apportare la giusta dose di creatività e di etica». Che poi è il motivo per il quale nel pannello di consulenti del BioChallenge ci sono non solo architetti, scienziati e biologi ma anche filosofi, avvocati, esperti finanziari e persino una rappresentante dell’FBI. Perché, come si dice spesso, non è la tecnologia a essere buona o cattiva ma le intenzioni di chi la usa. E proprio in questo discrimine la frontiera del biodesign potrebbe rappresentare la sfida più importante per i progettisti del futuro.

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