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Bloemi: una lampada “morbida”

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La forma è piacevole: è quella di un tulipano, con i petali morbidi che si sovrappongono. Eppure non è solo l’estetica – sicuramente accattivante per i più – a rendere la lampada Bloemi di Mario Alessiani per Formabilio (che produce, lavorando con artigiani specializzati, progetti di giovani designer selezionati da un concorso online e li vende su un eshop) un progetto interessante. Bloemi è un oggetto che dimostra come sia possibile creare soluzioni anche esteticamente complesse pur mantenendo bassissimi i costi.

L’accoppiata design+artigianato è circondata da un aura romantica. Il corollario fotografico che di solito accompagna le storie dedicate al tema è spesso fatto di immagini di persone che discutono intorno a un tavolo, in un ambiente piacevole, quasi domestico, o di mani che accarezzano amorevolmente un pezzo di legno.
In realtà, l’artigianato 2.0 non rappresenta una rivincita della mano sulla macchina quanto dell’intelligenza progettuale sulla massificazione. Non è facile, infatti, per un designer, progettare un oggetto che va poi realizzato da una macchina (certo, le usano anche gli artigiani, e spesso di tratta di attrezzi a controllo numerico, quindi computerizzati) in un numero limitato di pezzi. Il prezzo di un manufatto, infatti, è tanto più contenuto quanti più pezzi vengono prodotti. Quando il numero è basso, occorre ingegnarsi: usare la forma per ottimizzare il numero di operazioni richieste per la lavorazione, scegliere materiali per il rapporto qualità-prezzo, limitare i punti di assemblaggio etc.

Questa necessità spesso porta a risultati esteticamente minimalisti, scarni ed essenziali. Invece Bloemi è una lampada “morbida”, ricoperta di tessuto, quasi sensuale. Ho chiesto a Mario come ha fatto a creare un prodotto del genere pur mantenendo un costo di produzione contenuto (il prezzo al pubblico è di 393 euro su formabilio.com)

Basta fare un giro su Formabilio.com per notare subito che Bloemi è quasi una “mosca bianca”, di gran lunga più “decorativa” e apparentemente complessa da produrre rispetto a tutto il resto dell’offerta. Come mai?
«Avevo notato l’attitudine minimal della maggior parte dei designer che hanno fatto precedenti proposte. È normale perché il tipo di lavorazione che viene messo a disposizione è legato al know-how degli artigiani che fanno parte del progetto: nel mio caso, la lavorazione di pannelli di legno e la realizzazione di tessuti imbottiti. Io però avevo voglia di fare qualcosa di diverso, di dare un senso plastico all’oggetto che non si riducesse al solo taglio di sagome, ma più volto verso un’esperienza tridimensionale».

Così hai pensato di mettere insieme il pannello di legno e l’imbottito…
«Sì. Guardando separatamente alle tecnologie disponibili verrebbe spontaneo pensare a un design squadrato e minimalista. Invece ho studiato un solo modulo che, ripetuto e assemblato adeguatamente, crea un oggetto morbido, tridimensionale ed organico».

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E questo rende il prodotto poco costoso da produrre?
«C’è ottimizzazione delle risorse perché si usano quelle già presenti nella start up. E l’elemento che si produce è standardizzato e acquisisce un valore in più nell’assemblaggio».

Bloemi si ispira a un tulipano. Come mai?
«L’idea mi è venuta in mente durante un viaggio ad Amsterdam. Di questo fiore mi affascinava il sovrapporsi dei petali e la loro morbidezza, che sembra quasi un’imbottitura. Con Bloemi volevo ricreare quella morbidezza naturale, sia dal punto di vista visivo che tattile. Il design è bello quando coinvolge più sensi possibili (c’è un Ted di John Maeda molto interessante su questo, ve lo consiglio!) e mi piaceva l’idea che le persone, prendendo Bloemi dal packaging, provassero un coinvolgimento emotivo, che parte proprio dalla morbidezza».

Pensi che il pubblico – che sceglie tutti i progetti che Formabilio produce – abbia deciso di premiare Bloemi per questo?
«Sono un fan del dixit di Tim Brown “We design for people, not for designers”. Diciamo che questo progetto, a parte il gusto della sfida progettuale di riuscire a realizzare qualcosa di così morbido con tecnologie predeterminate a disposizione, era giusto per attirare le simpatie della community. Un progetto di design troppo scientifico non arriva alle persone. Bloemi mi sembrava invece la giusta soluzione per un design di qualità, ma con immagini che parlassero da sole. E lo sappiamo tutti che questa è una qualità fondamentale per “sopravvivere” nel web…»

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