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XXII Triennale: la sfida progettuale (ed etica) di Broken Nature

Broken Nature, la XXII Triennale a cura di Paola Antonelli, metterà in scena i modi in cui il design può risanare la spaccatura tra uomo e ambiente. E quella tra gli esseri umani e i valori che li rendono tali. La sfida? Rendere contenuti complesi chiari a tutti e dichiarare apertamente i modelli etici ai quali si farà riferimento

C’è una frase dall’Amleto di Shakespeare che mi è tornata in mente oggi, durante il primo simposio su Broken Nature, la XXII Triennale a cura di Paola Antonelli, senior curator del MoMA di New York. «Time is out of joint», il tempo è sconnesso. L’ho riletta qualche giorno fa sulla scalinata di entrata della Galleria Nazionale di Roma e per la prima volta ho capito quanto fosse drammaticamente attuale. Perché indica la frattura tra quello che dovrebbe e potrebbe essere e quello che è, tra il modo naturale del progredire degli eventi e delle specie e quello falsato e corrotto dall’intrusione umana. E sono esattamente queste le riflessioni alla base della curatela di Broken Nature, la grande mostra che occupera gli spazi della Triennale di Milano dal 1 marzo al 1 settembre 2019.

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Una ricerca collettiva

Ma la frase di Amleto si completa così: «O cursèd spite, that ever I was born to set it right!». O maledetto destino, essere nato con l’obbligo di rimettere tutto in sesto. Perché quando le cose davvero vanno a soqquadro, la tradizione racconta come l’eroe, da solo, si sobbarchi l’incarico di salvare la situazione. Non è così, invece, per Paola Antonelli. Che di fronte a questo individualismo – tipico di tanta letteratura, arte e anche design – propone con decisione la collettività e il fare insieme come valori aggiunti fondamentali della cultura del progetto contemporaneo.

Can synthetic biology save nature? a project by Alexandra Daisy Ginsberg, keynote participant at the Broken Nature symposium

Il design ha un grande compito

Perché è proprio la comunità del design, secondo Paola Antonelli che dovrebbe farsi carico di «rimettere le cose in sesto». Lavorando secondo una metodologia multi-disciplinare e open source non a caso tipica del progredire della scienza e della tecnologia. Fare insieme, per fare meglio. Seguendo un approccio che va applaudito, soprattutto in un momento in cui pensare al di là dell’immediato e dei propri interessi è una presa di posizione non solo progettuale ma anche politica. Importante.

Il primo simposio

Proprio in quest’ottica che va letta l’operazione di coinvolgimento iniziata oggi con un grande simposio alla Triennale di Milano. Gestito con precisione ferrea – più newyorkese che italiana – ha messo in scena competenze diverse: dall’oceanografia forense all’arte, dalla robotica alla biologia. Che non è l’unico strumento di scambio di idee e contenuti. «Quando organizzo una mostra costruisco in parallelo un sito, dove il pubblico ha modo di seguire il processo curatoriale, e parteciparvi attivamente», ha spiegato Antonelli. Ed è encomiabile che quello che di solito avviene a porte chiuse, tra gli addetti ai lavori, possa essere visibile e discutibile anche all’esterno. On line, quindi, attraverso il sito, e con incontri programmati come quello di oggi, ad accesso libero previa iscrizione.

La XXII Triennale darà strumenti di pensiero concreti

Il design, ha spiegato Antonelli, ha gli strumenti per diventare il catalizzatore di competenze diverse e raccontare modi alternativi di risolvere i grandi problemi del mondo. E non solo in modo teorico. Infatti, promette la curatrice, «la nostra aspirazione è che ogni visitatore della XXII Triennale esca dalla mostra con un’idea concreta su cosa può fare, in quanto cittadino, per contribuire al cambiamento, per ricostruire il rapporto incrinato con la natura».

Gamification of Mexico City. An urban design regeneration project led by Gabriella Gomez-Mont, keynote speaker at the Broken Nature Symposium

Broken Nature e le ambizioni di Milano

Mettere in scena un pezzo da novanta come Paola Antonelli è perfettamente in linea con le ambizioni della Triennale e di Milano di porsi all’avanguardia nella ricerca su tematiche spesso non affrontate dal design nostrano. Come le estinzioni di massa e la biodiversità, la ri-progettazione del paesaggio e dei confini territoriali o marini perché non diventino armi per l’annientamento degli individui. E le aspettative sono ovviamente altissime.

Design Takes On Human Survival

Anche perché malgrado Paola Antonelli, nel suo discorso di apertura, abbia citato COP23, l’impressione è che lo scopo della mostra vada ben al di là della tematica ecologica. E che Broken Nature si stia profilando come un’opera di ricostruzione della spaccatura tra l’uomo e l’ambiente ma anche tra gli esseri umani e quello che li rende tali. La capacità di empatia, di rispetto, di apertura verso il diverso. Una tematica di drammatica attualità, negli Stati Uniti come anche da noi in Italia. Non a caso l’ambizioso sottotitolo di Broken Nature è Design Takes On Human Survival.

La vera sfida sarà agganciare il pubblico

La sfida è quindi enorme. E non è dato ancora di capire come riuscirà una mostra non solo ad affrontarla ma anche a renderla commestibile al grande pubblico. E, soprattutto, ad agganciare chi è per sua natura portato a vedere questo genere di sperimentazioni come elucubrazioni da élite di intellettuali.

Design e scelte etiche

La speranza è che queste tematiche globali e complesse siano poi declinate in progetti comprensibili e vicini alle persone. Spiegandone le ricadute concrete in termini di qualità della vita, di tutti. Sarebbe fantastico se il progetto riuscisse ad agganciare istituzioni pubbliche e realtà incentrate sul territorio, alla portata dei cittadini. A cui ci si potrebbe poi rivolgere per proseguire il discorso ben oltre il confine temporale della mostra. E il sogno sarebbe che da Broken Nature emergesse anche un chiaro modello su come gestire la complessità dell’eco-sistema in cui ci muoviamo. Perché se, come hanno ampiamente spiegato alcuni dei relatori, «tutto quello che è stato creato dall’uomo può essere ripensato, riprogettato, migliorato». Ma il come farlo è una questione di scelte fondamentali ed etiche. Di cui la Triennale, attraverso Broken Nature, potrebbe diventare portavoce.

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