Artisti, Interviste
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Carl Kleiner: una bella foto è come il primo bacio

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Ci sono fotografi che danno agli oggetti la dignità che si meritano. Lo fanno usando la conoscenza intima degli oggetti stessi come leva emotiva. E noi, che guardiamo, ci innamoriamo perdutamente di loro. Riusciva in questa impresa Aldo Ballo che fotografava una poltrona con uno sguardo così languido che neanche fosse Kate Moss. E ha oggi lo stesso effetto (parlo a titolo personale, ovviamente) lo svedese Carl Kleiner, con la sua passione per una perfezione che vive in una terra di mezzo, tra realtà e finzione.

 

Ieri sera Carl era a Milano, allo showroom di Flos per cui ha appena firmato un catalogo (la mostra con i suoi scatti rimarrà aperta anche nei prossimi giorni, info su flos.com). Il soggetto? Lampade architetturali. Quelle tecniche, che di solito vivono (esteticamente parlando) in relazione con lo spazio che illuminano. Non è quindi facile riempire centinaia di pagine di immagini di prodotti di questo tipo facendo provare al lettore anticipazione e curiosità. Di solito, le pubblicazioni a loro dedicate sono – ammettiamolo – una noia rara. Invece Kleiner – che ha lavorato con l’art director Omar Sosa (fondatore di Apartamento) – è riuscito nell’impresa: creare un universo dai codici estetici chiaramente suoi in cui però le lampade emergono con tutta la loro bellezza.

 

Quello che affascina dei suoi scatti è, infatti, l’onesta visiva. Kleiner non cede al classico “trucco della stylist”, non nasconde l’oggetto in uno spazio meraviglioso per ravvivarne la presenza. Lo trasforma, invece, in una presenza da ammirare, da scrutare nei minimi dettagli, e lo immerge in un mondo di colori e linee (che poi è il mondo in cui queste lampade sono nate: quello del design).

 

I suoi scatti sono iper-razionali. A guardarli si potrebbe pensare di avere all’improvviso acquisito una visione da Superman, a diottrie aumentate. Eppure non vengono a noia, come tante iperboli estetiche proposte oggi. Forse perché, come mi ha spiegato lui stesso, sono immagini vere, non post-prodotte. Perché la perfezione grafica può essere di questo mondo, se non si ha fretta e si applicano – alla fotografia come alla vita – le regole del buon progettare.

 

Cosa crea magia in uno scatto?

C’è una linea sottilissima che divide il vero dal falso. A me piace posizionarmi lì.

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Come fai a creare immagini che siano immediatamente percepite come “by Carl Kleiner” ma mai uguali a se stesse?

Non penso mai a un look firmato anche perché quello che mi intriga oggi potrebbe annoiarmi a morte domani e fare sempre la stessa cosa è non solo deprimente ma anche molto pericoloso per una persona che ha fatto della creatività la base della propria professione. In realtà mi sforzo costantemente di esplorare nuove vie. Nel mio lavoro penso sia chiave essere sempre, costantemente curiosi e non smettere mai di guardare il mondo con occhi freschi ed entusiasti. Ho due bambini. Penso che se un giorno non riuscissi più a mantenere uno sguardo del genere sul mondo mi affiderei ai loro occhi: tutto per non bloccare il cervello in una palude…

 

 

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Quanto tempo ci vuole per preparare uno dei tuoi set? E per scattarlo?

Dipende. A volte tutto avviene in modo intuitivo, spontaneo e quasi ad alta velocità. In altri casi, invece, si parte da un disegno, poi lo si migliora, lo si trasforma in un file digitale, poi si fanno arrivare gli oggetti, li si posizionano. E, solo allora, si scatta. Mi piace questa differenziazione nel divenire temporale della creatività.

 

C’è molta post-produzione dietro ogni scatto?

Devo ammettere che riuscire a ottenere un’immagine perfetta solo con la macchina fotografica mi dà un piacere immenso. Non mi dà fastidio fare piccoli ritocchi a scatto chiuso, se lo scopo è migliorare un linguaggio che è già stato espresso. Quello che non mi piace è il lavoro di Photoshop che va oltre il ritocco cosmetico, quando la post-produzione prende il sopravvento.

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Chi è il tuo fotografo preferito?

Irving Penn. Penso alle sue foto come al primo bacio.

 

Cosa c’è di speciale nel catalogo che hai appena realizzato per Flos?

Innanzi tutto la stazza. È enorme, quasi biblico. E poi il soggetto: lampade tecniche, architetturali. Sono prodotti che mi affascinano. Quello tecnico è come un design allo stato grezzo, progettato puramente per la funzione ma che proprio per questo emana uno strano tipo di bellezza. È stato un piacere avere l’opportunità di mettere questi prodotti – che nascono per vivere negli ambienti – al centro del focus, eliminando l’humus in cui di solito esistono, l’architettura.

 

Hai anche scattato un catalogo per Discipline. Come si lavora con le aziende italiane?

È divertente. Magari sono stato fortunato (dopotutto ho al mio attivo solo due clienti del vostro paese) ma nel rapporto con loro ho avuto l’impressione che gli italiani rispettano l’integrità creativa che richiede la costruzione di uno scatto per arrivare a un risultato che non sia solo ok ma ottimo. Questo non vuol dire che i clienti lasciano totalmente la mano libera ma c’è senz’altro un’attenzione da parte loro che trovo confortante. Le grandi produzioni spesso diventano un ginepraio burocratico che uccide la creatività. In Italia non è stato così: l’idea è che sei parte di un team e che si lavora insieme per un obiettivo comune.

 

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