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Case per bambini felici

Esistono interni che si adattano meglio ai bambini? Si cresce meglio in una casa minimalista oppure in una piena di cianfrusaglie e ricordi di viaggio? Le esperienze di designer e architetti cresciuti in case speciali (e come ora loro, da genitori, rendono le loro stanze a misura di bambino).

Forse non è un caso che il grande maestro modernista, Le Corbusier, non abbia avuto figli. Come immaginare i suoi interni scarni assediati da pennarelli, macchinine e Lego? Del resto, insegnava già negli anni 50 Jacques Tati in Mio Zio, case razionaliste e bambini non vanno d’accordo (il protagonista del suo film, il piccolo Gérard, detestava la sua villa tutta angoli retti, cemento e tecnologia e sognava di sporcarsi in strada con i figli degli operai del paese). Ma è proprio così? Come si diventa grandi in una casa “vuota”?

Monica Armani

«Benissimo», dice Monica Armani. Architetto e designer, Monica è cresciuta in Trentino in una grande villa bianca costruita da suo padre, l’architetto Marcello Armani (autore di gran parte della Trento contemporanea). «Il vuoto mi rasserena, essere circondata da pochi oggetti mi tranquillizza, la rarefazione di spazio aiuta a viaggiare con l’immaginazione». Nella casa dei suoi genitori, «tutto doveva essere sempre messo in ordine, la tv era in una stanzetta di servizio e con gli amici bisognava sempre fare attenzione a non rovinare mobili e poltrone». Stressante? «Ogni tanto», ammette Monica, «ma rispettare le cose e apprezzare il bello sono lezioni di vita da imparare da piccoli. L’importante è avere il proprio spazio. Da adolescente, per esempio, mio padre mi ha lasciato progettare da sola la mia stanza».

Claudio Silvestrin ph Jefferson Smith

«Siamo noi adulti ad avere timore dello spazio, mentre il bambino, nello spazio minimale, corre, si esprime, gioca e impara di più», dice l’architetto Claudio Silvestrin, famoso in tutto il mondo per i suoi interni severi e rigorosi e padre di 3 figli. «Lo spazio essenziale, se preservato, è educativo perché ai bambini si insegna la distinzione tra ordine e disordine, tra chiarezza e confusione, tra piacere (il gioco) e dovere (il mettere a posto)».

Anche John Pawson sente che il suo stile architettonico (fatto di pareti continue, atmosfere rarefatte e, sostanzialmente, tanto vuoto, su di lui abbiamo scritto anche qui) deve molto alla sua casa d’origine. Non tanto per il gusto estetico (Pawson è cresciuto in un’abitazione inglese tradizionale, negli Yorkshire Moors) quanto in relazione al modo in cui i genitori metodisti affrontavano la vita: «Mia madre aveva una relazione conflittuale con il mondo materiale e mio padre un appetito insaziabile per la perfezione. Ho ereditato tutto». Oggi Pawson abita in una casa che sembra una delle abbazie cistercensi che progetta.

Barnaba Fornasetti

E che dire delle case diametralmente opposte, quelle che sembrano scrigni, così piene di ricordi e vite passate? Se tanti seguaci dell’architettura minimalista impongono il loro gusto estetico ai figli, lo stesso può essere detto di artisti o designer che fanno parte della fazione opposta, quella del decorativismo più sfrenato.

«Il vuoto mi mette a disagio», dice Barnaba Fornasetti, nato e cresciuto nella grande casa disegnata e decorata da suo padre Piero (l’artista dei volti enigmatici e autore di interior indimenticabili come quello del casinò di Sanremo, del transatlantico Andrea Doria e della Casa Lucano con Gio Ponti). Casa Fornasetti è l’esempio emblematico del “pieno”: un labirinto delle meraviglie con scale, nicchie, angoli e stanze nascoste da trompe l’oeil. Un luogo dove è difficile trovare un solo centimetro non occupato da qualcosa di straordinario. Non si rimane assediati, soprattutto da piccoli, davanti a una personalità così dirompente? «Non mi sono mai posto questo problema», dice Barnaba. «Il disagio più grande era assistere ai continui litigi tra i miei genitori. A parte questo, casa mia era un grande campo giochi che ho capito essere un luogo fantastico solo quando sono stato abbastanza grande da ricevere amici: tutti, infatti, restavano estasiati». Del resto, non appena ne ha colto la sensibilità artistica, Fornasetti padre ha lasciato il figlio libero di decorare la sua stanza. «Ritagliavo immagini di auto sportive o di rock star e creavo dei collage. Ma lo facevo ricercando sempre un’estetica particolare, che poi era quella in cui ero cresciuto».

Anche Ida Corti, che si occupa dell’Emporio di tessuti della madre designer Lisa da quando ha abbandonato la sua carriera nel cinema (ha lavorato con Jane Campion e Wim Wenders), al momento di arredare la sua casa ha guardato al suo passato. «Mi sono ispirata ai portici lussureggianti delle vecchie case coloniche che visitavo con mia mamma quando ero piccola», racconta. Nel suo loft in Brera, a Milano, i decori sgargianti di Lisa sono ovunque, anche se annegati in ambienti puliti e pieni di luce, più vicini alla sensibilità di Ida. Sempre più giovani genitori, però, oggi tendono a progettare una casa su misura di bambino.

La designer francese Matali Crasset (foto di copertina) ha ideato il suo loft di Parigi (arredato con mobili geometrici e colori forti) pensando ai figli Popline e Arto. «Ci sono pochissimi muri», spiega. «Così ci sentiamo sempre vicini, possiamo avere da noi tanti amici. E da piccoli i ragazzi usavano tutta la superficie calpestabile per giocare». In questo approccio, i nordici sono in prima linea.

Il designer olandese Richard Hutten, per esempio, ha «ping pong e calcetto in salotto al posto della TV, dove gioco con i miei 4 figli. Mentre in giardino abbiamo altalene, trampolini e uno scivolo disegnato dal mio amico, l’artista Jaap van Lieshout».

L’approccio italiano è un po’ più contenuto e segue la lezione di Bruno Munari. Il designer Giulio Iacchetti e sua moglie Silvia, per esempio, pensano che «gli arredi e gli oggetti migliori da usare in una casa con bambini sono quelli che diventano semplici strumenti nelle loro mani e permettono di esercitare la fantasia, la naturale vocazione alla creatività». Nella casa di Milano, dove abitano insieme ai tre figli hanno creato uno spazio che cambia e cresce come loro. «È importante calarsi nella dimensione del bambino, capire cosa vedono i suoi occhi, quale è la sua percezione di spazio. Una camera da letto troppo grande non piace ai più piccoli, che si divertono in spazi ridotti, più “nido”», dice Iacchetti. «Nel nostro progetto d’interni c’è una sorta di semplicità diffusa: abbiamo scelto i mobili come se fossero grandi oggetti che i bambini trasformano in giochi: case, castelli, isole». Anche circondare i figli di «cose belle», secondo il designer non è fondamentale per educarli al gusto. «Una certa esposizione al mediocre (come nella mia casa d’origine arredata con mobili “anonimi”) rende ancora più unica e sensazionale l’esperienza di conoscere e possedere oggetti sublimi. Quello che conta di più non sono gli elementi ma i valori che la casa propone (semplicità o eccesso, per esempio): che verranno assorbiti dai figli se si sentiranno di aver fatto parte del processo creativo che li ha sviluppati».

Questo articolo è stato pubblicato su DCasa la Repubblica, scarica qui il PDF

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