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Chipperfield e il Mudec di Milano. La polemica sotto i piedi

A causa delle polemiche relative al work in progress sul pavimento – secondo lui da rifare, secondo l’amministrazione solo di rimettere in sesto – David Chipperfield non vuole più firmare il Mudec, il Museo delle Culture che dovrebbe aprire i battenti a breve a Milano.

Non è facile far perdere l’aplomb a David Chipperfield, l’architetto del rigore e dell’eleganza understatement (leggi una sua intervista qui). Eppure l’affaire del pavimento horribilis del “Museo delle Culture” di Milano è riuscito là dove anni di mancati pagamenti, contratti inesistenti, ritardi e susseguirsi di amministrazioni, assessori e referenti vari avevano fallito. Chipperfield ha perso le staffe. E, dopo le ultime esternazioni da parte di rappresentanti del Comune sulla stampa nazionale riguardo alla sua presunta «richiesta di cambiare il pavimento del museo tout court» (definita dall’architetto una “bugia”) Chipperfield ha deciso di indire una conferenza stampa per chiarire la questione.

Qualora il messaggio non fosse chiaro, l’architetto ha anche distribuito una copia della diffida presentata nei confronti del Comune di Milano e di Sole 24 Ore – 24 Ore Cultura: vietato «attribuire, con qualsiasi mezzo di comunicazione (…) il Museo delle Culture (Mudec) all’architetto David Chipperfield e a DCA». Con questo documento, lo studio di architettura si riserva anche «di foto 1agire in ogni opportuna sede giudiziaria (…) al fine sia di impedire l’attribuzione della paternità del Museo delle Culture (Mudec), sia di ottenere il risarcimento del danno all’immagine provocato a causa dell’attribuzione di un’opera realizzata in modo inaccettabile».

Il senso di questa tristissima querelle si coglie partendo da quest’ultima affermazione: l’opera è stata realizzata in modo inaccettabile, secondo Chipperfield. Il progetto è stato caratterizzato da un susseguirsi di errori, causati dalla volontà della direzione dei lavori di risparmiare sui materiali e sulla posa delle finiture. Al posto del basaltino di Viterbo (già budgettizzato nel capitolato) è stata infatti utilizzata una pietra lavica etnea, conservata male prima dell’uso e posata senza tener alcun conto delle naturali venature dei blocchi impiegati, «mescolati come carte da gioco». foto 2Il risultato è (non trovo altre parole) spaventoso e non c’è da stupirsi che Chipperfield (un uomo che ha fatto del rigore e della precisione il proprio trademark) rifiuti di attribuirsene la paternità: 5000 metri quadrati a scacchi o a campi per “giocare a mondo”, superfici con colate di pittura, graffi e usure tra le più svariate (causate dalla mancanza di protezione durante la fine lavori). «Voglio che sia chiaro a tutti che non stiamo parlando di dettagli che solo un occhio esperto sa cogliere ma di un vero e proprio scempio che noterebbe chiunque».

La soluzione, secondo Chipperfield, c’è: «abbiamo trovato un fornitore che, a prezzo di costo, limiterebbe l’impatto estetico di un pavimento nato molto male». Costo totale dell’operazione: 300mila euro. Che si dimezzerebbe visto che lo studio di Chipperfield si è dichiarato disposto a rinunciare ai 150mila euro che il Comune gli deve ma non ha ancora pagato.

Secondo Chipperfield, l’amministrazione si era detta disponibile a portare avanti l’operazione lo scorso agosto per poter poi aprire il museo al pubblico, come previsto, a settembre. Niente però è stato fatto. E a giorni, il 26 marzo, verranno inaugurate le prime due mostre. Cosa succederà? «In una nota pervenutaci ieri sera dal Comune, dopo l’annuncio di questa conferenza stampa, ci è stato comunicato l’impegno a risolvere il problema entro un anno», ha detto Giuseppe Zampieri, dello studio DCA. Lei, Chipperfield, ci crede? La risposta è stata un gesto molto italiano: spallucce.

«Il mio è un messaggio ai cittadini di Milano, più che a chiunque altro», ha concluso l’architetto: «questo museo è vostro, sono i vostri soldi che sono stati spesi per questo progetto (al suo studio, per ora, sono stati corrisposti solo 100mila euro per un progetto durato 15 anni, ndr) e siete voi a dover esigere il meglio. A me non interessano le discussioni né gli indici puntati su chi ha la colpa ma solo realizzare al meglio quello che resta nel tempo, dopo che noi ce ne saremo tutti andati: l’architettura».

La saga continua.

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  1. Il Distretto Produttivo della Pietra Lavica dell’Etna nasce per tutelare, promuovere e commercializzare la lava estratta sul Vulcano Etna e i suoi molteplici prodotti, sia in ambito locale che nazionale ed all’estero. L’uso dei nostri manufatti, sia a livello paesaggistico, che artistico-architettonico non è ormai una novità in tutta l’Italia. Svariati poi sono, gli interventi con la pietra lavica dell’Etna nel campo del Design e soprattutto nelle opere di ingegneria civile come il Modec, che ormai ne fanno un punto di riferimento per progettisti ed architetti. Dal punto di vista strettamente tecnico, quindi, ci pare chiaro che non si possano riscontrare dubbi sulla durevolezza del prodotto Etneo ed anche sulla sua resa qualitativa, che per altro è ampiamente certificata da molteplici enti universitari, non ultimo proprio il Politecnico di Milano. Quello che invece appare evidente è che, nei lavori eseguiti al Modec, non sono state effettuate le dovute ed essenziali selezioni del materiale fornito, onde evitare variazioni di tonalità che il progettista ritiene essere dei difetti. Alcune imprese del settore Marmo lavorano infatti, senza avere la consapevolezza dei danni derivanti da una così grave imperizia, consapevoli che alla fine saranno sempre impunite. In tal caso, invece di sparare a zero sul materiale, si dovrebbe citare in giudizio senza mezzi termini il fornitore del materiale, verificare se possiede tutte le certificazioni in regola per potere effettuare una commessa di tale importanza, e chiedere l’immediata sostituzione in danno delle lastre difettose senza inutili tergiversazioni. Per ciò che concerne le nostre modeste competenze, stiamo già cercando di accertare chi ha effettuato la fornitura, se si tratta di una componente del nostro Distretto e nel quale caso, prenderemo i provvedimenti necessari per riparare ad un così grave danno di immagine per i nostri prodotti. Per il futuro, invece, ci preme suggerire di consultare sempre il nostro Ente all’avvio della progettazione, così avremo la possibilità di dare maggiori e dettagliate informazioni progettuali sul prodotto Lava dell’Etna e le garanzie di qualità richieste in questi importanti interventi con la dovuta perizia.

    Distretto Produttivo della Pietra Lavica dell’Etna

    https://www.facebook.com/pages/Fratelli-Lizzio-Srl/157283117811803?ref=aymt_homepage_panel

  2. Basta leggere la frase del commento di Salvo : Prima di mettere in opera consultare l’ Ente…….Da qui si denota come va questo nostro Paese che potrebbe vivere di rendita e non in perdita.

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