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Pensieri nello shopping mall di Zaha Hadid a CityLife

 

Entrare nel ventre del gigante disegnato da Zaha Hadid a CityLife è come fare un viaggio nell’immaginario dell’architetta mancata l’anno scorso. Un’esperienza in cui la ragione fa a pugni con l’emozione. E quest’ultima vince.

Oggi sono andata a visitare quello che, quando aprirà il 30 novembre, sarà uno dei più grandi centri commerciali italiani: quello di CityLife a Milano progettato da Zaha Hadid. Situato laddove un tempo c’era la vecchia fiera, tra le tre torri – quella in torsione della stessa Hadid, quella “puntellata” di Isozaki e quella ancora in costruzione di Libeskind – il mall sorgerà in uno dei luoghi simbolo della nuova Milano, quella che è ormai sport cittadino amare o detestare.

Io, questa nuova Milano, la amo. Detesto però gli shopping mall. Non per snobismo ma per l’oggettiva fobia fisica che mi assale quando ne varco le porte: il carosello di faretti aggressivi, teche luccicanti e ambienti così caldi che ti viene voglia di toglierti la pelle mi fa venir voglia di uscire dopo 5 minuti.

L’esterno dello shopping mall di Zaha Hadid. Foto Laura Traldi

Perché allora parlo di questo shopping district? E perché, soprattutto, so già che ci tornerò non appena sarà aperto al pubblico? La ragione è che la visita nel ventre di questo gigante disegnato da Zaha Hadid è – per chi conosce l’architetta e il suo lavoro, nonché le critiche e gli apprezzamenti che ha suscitato nella sua imponente carriera – come un viaggio tra la vita e la morte, tra il sogno e la realtà, tra razionalità ed emozione. Un’immersione in una eredità che si sta ancora sviluppando dopo la sua dipartita, a tal punto che entrarci è stato un po’ come trovarsi di nuovo davanti lei, mancata all’improvviso nel 2016, con la sua personalità gigantesca e iconica.

Dentro la zona dedicata al fashion e al food, posizionate una sopra l’altra, tutto è “tanto”, quasi troppo: i soffitti a listelli di legno che disegnano curve mirabolanti, le aperture oblunghe, le scale che sembrano smaltate e che si rincorrono una con l’altra apparentemente sospese nel vuoto… è tutto così Zaha – pensate Maxxi a Roma o Galaxy Soho a Pechino – da fare quasi impressione. Perché è come se lei, con le sue architetture che non badano a spese né a logiche ed esistono solo in quanto rappresentazioni fisiche della sua visione del mondo, fosse ancora qui, e i suoi sogni non smettessero mai di rinnovarsi, anche dopo la sua morte.

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L’interno della sezione food dello shopping mall di Zaha Hadid a CityLife, che aprirà il 30 novembre, attualmente ancora in costruzione.

Nello shopping mall non c’è lastra che ricopre la struttura, né listello di bambù del soffitto o finestra che dà sul cielo che sia uguale all’altra. E durante la visita, gli uomini al lavoro sembrano più artigiani impegnati a fare le cose con precisione e raffinatezza che operai di un cantiere.

È un modo di costruire e di progettare l’architettura che fa a pugni con l’attualità e la necessità di ottimizzare spazi e materiali e che quindi verrebbe voglia di rigettare, razionalmente parlando. Eppure non si riesce a farlo. Anzi, personalmente trovo questo spazio irresistibile: esteticamente, prima di tutto, perché il fascino di questo “troppo” evidente ma non urlato, decorativo ma anche estremamente geometrico, è innegabile. La sua è una bellezza per la quale val la pena affrontare il prezzo dell’eccesso – succede raramente ma succede.

Ma è soprattutto dal punto di vista umano che ho trovato questo luogo affascinante. Perché osservandolo tornavano in mente dettagli degli splendidi disegni che Zaha realizzava da ragazza (esposti a Venezia durante la biennale l’anno scorso nella retrospettiva a lei dedicata e alla Serpentine Gallery di Londra e visibili a questo link di ArchDaily). E veniva spontaneo pensare: ecco, ce l’hai fatta, tu ragazzina irachena e poi donna in un mondo dominato dai maschi. Sei riuscita a riempire il mondo di quelle curve e di quei segni dinamici che ti ossessionavano, chissà perché, fin da bambina e che prima di trasformarsi in un “signature style” miliardario sono stati protagonisti indiscussi di un immaginario urbano personale e intimo, la cui ragion d’essere era forse chiara solo a te, l’alfabeto di un discorso sul futuro del quale volevi essere protagonista indiscussa e inconfondibile. Agli altri, a noi, non resta che rimanere a bocca aperta, lasciandoci trasportare senza razionalizzare troppo ma solo cogliendo la magia di un sogno diventato realtà. Perché la logica terrestre non funziona nel mondo di Hadid, come aveva ben detto il suo maestro alla scuola di architettura di Londra, Rem Koolhaas, apostrofandola, il giorno della sua laurea, come «un pianeta con un’orbita a se stante».

Ed entrare in questa orbita è motivo sufficiente per una visita a CityLife. Per quanto mi riguarda tanto quanto se non di più di qualsiasi lista di marchi presenti nel nuovo paradiso dello shopping.

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Entering Zaha Hadid’s shopping mall in Milan’s new CityLife district is like making a journey into the imagery of the architect who suddenly passed away last year. An experience in which reason is overwealmed by emotion. 

Today I visited what, when it will open on November 30, will be one of the largest Italian shopping malls: CityLife in Milan designed by Zaha Hadid. Where once was the old fair, between the three towers – by Hadid, Isozaki and Libeskind – the mall will rise in one of the symbolic aras of the new Milan, one of those that it is is a national sport to love or detest.

To clarify immediately my position, I love this new Milan. But cannot say the same of shopping malls. It is not snobbery, but the objective physical phobia that drives me when I walk through their doors: the carousel of aggressive spotlights, glittering surfaces and environments so hot that you want to take your skin off makes me want to leave after 5 minutes.

L’esterno dello shopping mall di Zaha Hadid. Foto Laura Traldi

Why then do I talk about this shopping district? And why, above all, do I know I’ll be back as soon as it’s open to the public? The reason is that the visit to the belly of this giant designed by Zaha Hadid is – for those who know the architecture and its work, as well as the criticisms and appreciations it has aroused in her imposing career – as a journey between life and death, between dream and reality, between rationality and emotion. A dive into an inheritance that is still developing after Hadid’s departure, so much so that getting into it was a bit like being back in front of her, suddenly departed in 2016, with her gigantic and iconic personality.

In the area dedicated to fashion and food, placed one over the other, everything is “so much”, almost too much: the wooden strips that draw curious curves, the oblong openings, the stairs that look glazed and run one with the other apparently suspended in the void … it’s all so Zaha – think Maxxi in Rome or Galaxy Soho in Beijing. Because it is as if she, with her architectures that exist as physical representations of her visions, was still here, and her dreams never ceased to renew even after her death.

 

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The interiors of the food section of the shopping mall, in the making

In the shopping mall there is no slab covering the structure, nor bamboo strip of ceiling or window giving on the sky that is the same as the other. And during the visit, men at work seem more artisans committed to doing things with precision and refinement that I work at a yard.

It’s a way of building and designing the architecture that fists with the actuality and the need to optimize space and materials and so it would like to reject, rationally speaking. Yet you can not do it. Indeed, I personally find this space irresistible: aesthetically, first of all, because the charm of this “too” obvious but not screamed, decorative but also extremely geometric, is undeniable. It is a beauty for which you are worth the price of excess – it happens rarely but it happens.

But it is mainly from the human point of view that I found this fascinating place. Because of this, they remembered the details of the beautiful designs Zaha realized as a girl (exhibited in Venice during the biennial last year in her dedicated retrospective and at the Serpentine Gallery in London). And it was spontaneous to think: here, you did it, you Iraqi girl  and then woman in a world dominated by males. You been able to fill the world of those curves and those dynamic signs that were obsessing you, since childhood and that before becoming a billionaire “signature style” have been the undisputed protagonists of a personal and intimate urban imagery, the alphabet of a discourse on the future of which you wanted to be the indisputable and unmistakable protagonist. What’s left to us, is the possibility of capturing the magic of a dream come true. Because Earth’s logic does not work in the world of Hadid, whom Rem Koolhaas, her teacher at London’s School of Architecture apostrophed, on the day of her graduation, as “a planet with a self-contained orbit.”

And getting into this orbit is enough for a visit to CityLife. As far as I am concerned, as much as or much more  than any brand list in the new shopping paradise.

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