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Quanto tempo serve all’amore?

La passione non dura, lo sappiamo. E va sostituita con l’intimità. Ma come si fa, senza togliere nulla all’intensità del rapporto d’amore? Possono bastare 10 minuti al giorno. A patto di usarli bene . . . (e non è facile).

Orologio alla mano, quanto tempo serve all’amore? Il quesito suona tutto meno che romantico. Lontano anni luce da romanzi e film, nonché dai nostri sogni. E tuttavia, è sensato chiedersi: “Quanto tempo al giorno i due devono riservare all’amore per farlo durare a lungo?”. La risposta viene da una ricerca dell’Università di Oakland: durata 30 anni, ha coinvolto 400 coppie. «Sono rimasti insieme e si definiscono ancora felici i partner che hanno impegnato almeno 10 minuti al giorno in conversazioni significative», rivela la terapeuta Terri Orbuch, autrice dello studio, che lavora all’ateneo californiano e all’Istituto di ricerche sociali dell’Università del Michigan.

Bastano 10 minuti al giorno. Purché non si parli di logistica, attività dei figli, lamentele su colleghi, traffico e trasporti. E all’improvviso quei 10 minuti sembrano tantissimi…

Suona promettente: una manciata di minuti e via, innamorati come il primo giorno. Ma non è davvero così. Perché nei 10 minuti (da intendersi come quota minima) non sono comprese le conversazioni su logistica, pianificazione di attività per i figli, lamentele generiche su colleghi, trasporti e traffico.
«Spesso manca, nelle coppie avviate, quello che nella prima fase dell’amore abbonda: il tempo dedicato con curiosità all’altro, e la creatività che si impiega per renderlo felice, lo scambio “significativo” appunto», spiega Grazia Attili, docente di psicologia sociale alla Sapienza di Roma e autrice di Cuore e Cervello (ed Codice, 2017). La situazione di stallo che si crea non è sempre una colpa, però: piuttosto, è il risultato di un processo chimico-biologico che si innesca quando andiamo a vivere insieme.

Schermata 2017-09-08 alle 13.31.48«L’innamoramento è dominato da ormoni come l’adrenalina, la noradrenalina, la feniletilamina e la dopamina. Sono queste sostanze a farci sentire perennemente eccitati, su di giri, attratti verso il partner», continua Attili. «Il piacere è così intenso da creare una dipendenza quasi fisica, essenziale per fini genetici, ovvero per portarci a produrre un altro essere umano. In questo primo momento, dedicare tutto il nostro tempo all’altro ci viene naturale. Ma la chimica della passione (che non è un’invenzione, tant’è che grazie al neuroimaging oggi la possiamo vedere chiaramente su uno schermo) non dura: il cervello, semplicemente, non riuscirebbe a sostenerla. E così, dopo un periodo tra gli 8 mesi e i 3 anni, scatta la fase due. In cui il successo è direttamente proporzionale all’impegno».

Anche qui la “retribuzione” è ormonale, e arriva sotto forma di ossitocina, che dà quiete, serenità, rilassatezza. Il corpo la rilascia naturalmente durante gravidanza e allattamento, ma anche nell’orgasmo con una partner conosciuta (soprattutto per lui) e con le “coccole” e i ricordi della vita passata insieme (per lei). «È provato che chi produce ossitocina affronta meglio l’impegno che segue la passione, mentre chi non riesce (per insicurezza personale o perché cresciuto in ambienti poco affettuosi) tende a vivere la fine della fase dopaminica come la fine dell’amore. E spesso interrompe il rapporto, alla ricerca di una nuova eccitazione di cui sente un’esigenza quasi fisica».

Possibile che 10 minuti di “ginnastica sentimentale” bastino a sconfiggere la chimica? «Non penso che il tempo da dedicare alla relazione possa essere quantificabile a tavolino», continua Attili. «Ma di certo dovremmo impiegarne molto di più nella seconda fase – per produrre la preziosa ossitocina, che ci aiuta a stare insieme – che nella prima. Anche se non ci viene naturale. Bisogna accettare il cambiamento nella qualità del rapporto e le spinte incontrollabili dei neurotrasmettitori. Ma anche far funzionare la neocorteccia, cioè la capacità di giudizio, perché in questa fase più calma la relazione va portata avanti sulla base di decisioni razionali: la convinzione di essere con la persona giusta, di voler passare la vita con l’altro. Dimenticate il romanticismo, insomma, per essere felici: pensare che sia la magia a tenervi insieme è la strada verso il disastro. Non è chi ricorda il compleanno o mette le candele a cena che ama davvero, ma chi non manca mai nel momento del bisogno».

Come impiegare allora al meglio il nostro tempo, per affrontare l’arrivo dell’abitudine e il declino della passione? «Numerosi studi provano il ruolo cruciale dell’interazione nei primi momenti della giornata», dice la psicoterapeuta Camilla Larsen. «Investire anche solo 4 minuti nelle fasi clou (al risveglio e al rientro a casa dopo il lavoro) per confermare all’altro il nostro supporto e la propensione all’ascolto, crea fiducia e complicità, che favoriscono il rilascio dell’ossitocina. E regala ottimismo per il resto della giornata, perché le emozioni tendono a susseguirsi a catena». Lo stesso, secondo Larsen, è vero per i primi momenti di conflitto. «Il Gottman Institute di Seattle (che indaga e tratta i rapporti di coppia) ha identificato una correlazione tra le modalità di interazione e la durata del matrimonio, analizzando i primi 3 minuti di discussione tra 124 coppie di sposi novelli, poi seguiti per 6 anni. Sintetizzando: chi si lamenta di un comportamento specifico (anziché generalizzare), sopravvive; chi trasforma l’episodio in un giudizio negativo sul carattere dell’altro, negandogli quindi il supporto incondizionato, è destinato al divorzio».

«Oltre al tempo passato insieme è fondamentale quello vissuto separatamente: un po’ dovrebbe essere dedicato a pensare con interesse sincero all’altro»

«Quando c’è incomunicabilità, può bastare un solo minuto di conversazione vera e sincera per iniziare il riavvicinamento», conferma Luca Mazzucchelli, direttore di Psicologia Contemporanea e fondatore del canale YouTube Parliamo di Psicologia. «Bene imporsi un determinato tempo per interagire con l’altro, ma prima è necessario lavorare sul proprio atteggiamento. Innanzi tutto focalizzandosi su quello che funziona nella coppia, interiorizzandolo come una verità, e facendolo emergere nella conversazione per generare un sentimento di gratitudine. E poi chiedersi sempre: cosa posso fare per rendere migliore la giornata dell’altro? È l’antico “dare prima di chiedere, senza aspettarsi nulla in cambio”, e l’ottima notizia è che funziona, anche se a provarci è solo uno dei due, perché la coppia è un sistema la cui meccanica è fatta dalla somma delle parti, e ogni piccolo mutamento incide sul tutto. Questo significa che, oltre al tempo da passare insieme, è fondamentale anche quello vissuto separatamente: un po’ dovrebbe essere dedicato a pensare con interesse sincero all’altro». Come quando si è agli inizi, e farlo è assolutamente naturale.

Ma cosa c’è ancora da scoprire dopo anni di convivenza? «Moltissimo, perché cambiamo di continuo, anche e soprattutto nel nostro modo di amare. Quello che viene a mancare, più che altro, è la curiosità. Anche qui, più che ricette, ci sono atteggiamenti da proporre, perché quello che inizia come un esercizio un po’ forzato – in cui 10 minuti possono sembrare un’eternità – diventi un piacere intenso a cui nessuno dei due vuole rinunciare. Essere aperti e curiosi, quindi, e in atteggiamento di ascolto. Raccontare la propria giornata, soprattutto cosa si è provato davanti alle situazioni; affrontare tematiche di attualità che ci hanno colpiti: qualsiasi cosa funziona purché ci sia condivisione. L’obiettivo è arrivare a creare un archivio di nuove esperienze comuni, anche verbali, che rappresenti le fondamenta ritrovate della coppia. A questo punto, i 10 minuti prima interminabili non basteranno più, e si vorrà andare oltre».

 

Scarica qui il PDF dell’articolo pubblicato su D1053

 

 

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