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Il sistema design italiano sta benissimo, il report di Pambianco

Un’Italia prima al mondo per R&S e capofila degli esportatori mondiali del settore. Il design italiano sta benissimo secondo il Convegno Pambianco Arredo&Design con ElleDecor. Che lo ha provato numeri alla mano.

L’atmosfera che si respirava oggi al Convegno Pambianco dedicato all’Arredo & Design era elettrizzante. Dopo anni di segni meno e di notizie poco confortanti, i dati comunicati da Federlegnoarredo sulla salute del sistema Italia del design hanno portato i sorrisi sui visi della fitta platea di Palazzo Mezzanotte a Milano, convocato dalla testata economica dedicata al lusso in collaborazione con Elle Decor.

UNA BUONA NOTIZIA. ANZI, DUE. La prima, grande notizia, è che il comparto è tornato, in termini di fatturato, ai tempi d’oro pre-2008. Il che equivale a dire che la crisi sembrerebbe (il condizionale è scaramantico) finita. Questo non significa che la situazione sia la stessa del pre-crollo: le ragioni di questa ripartenza, infatti, si ritrovano soprattutto in un’accelerata (progettata e meritata con il sudore della fronte) negli investimenti all’estero. A sei anni di distanza dall’inizio della crisi, la maggior parte delle aziende che oggi vincono vendono quindi molto di più all’estero rispetto a quanto non facessero in precedenza (con buona pace delle centinaia dei piccoli caduti sul campo).

La seconda buona notizia è ancora più inaspettata della prima: dati alla mano, il sistema design Italia è primo al mondo in termini di fatturato investito in Ricerca e Sviluppo. Grazie al design, quindi, per una volta l’Italia si trova alla testa di una classifica virtuosa come quella dei milioni di euro che le aziende si auto-iniettano ogni anno per l’innovazione: 56,4 in Italia, 44,6 UK, 39,9 in Germania e solo 17,5 in Francia. Con un export complessivo fissato al 64% (e una corrispondente percentuale di visitatori stranieri al Salone del Mobile, indiscusso traino mondiale per l’arredo italiano, del 68%), una crescita in Cina del +25% nel 2014 (e uno strabiliante +33% nel primo trimestre del 2015), e una presenza fortissima negli States (primo paese esportatore, con un fatturato doppio rispetto al secondo classificato, la Germania), l’Italia del design è insomma tornata in ottima salute.

GLI INVESTIMENTI ESTERNI? DA OPZIONE A NECESSITÀ Il merito? Come già accennato, secondo le ricerche di Federlegnoarredo non si tratta solo della generale crescita della ricchezza mondiale (immagino ci si riferisca al fenomeno dei ricchi che diventano sempre più ricchi, non certo della maggiore affluenza della classe media!) ma anche della determinazione e lungimiranza delle nostre aziende che – durante la crisi – hanno spostato tutti i loro sforzi sull’export. Il risultato è che oggi la filiera logistica (che, come sa chi si occupa di design, è il fattore più determinante per il successo dei brand dell’arredo) si è sviluppata in modo esponenziale nei paesi “big spenders”, come la Cina, la Russia, gli Emirati. Per riuscire in questa difficile (e costosissima) impresa, le aziende italiane si sono spesso “sposate” tra loro o approfittato dell’ingresso di investitori. Mentre si storce spesso il naso, infatti, davanti ai gruppi di investimento che entrano nelle storiche aziende del design, quello che è emerso oggi – sempre dati alla mano – è che senza una forte iniezione di capitali (anche necessaria data la scarsa presenza internazionale delle banche italiane e al loro scarso interesse nell’investire nei progetti di espansione imprenditoriale delle aziende, secondo il CEO di Boffi Roberto Gavazza), i marchi del design non riuscirebbero a mantenere le loro posizioni di leadership nel mondo. Né riusciranno a continuare a crescere.

Siamo, insomma, secondo Federlegnoarredo, alla vigilia di un processo di consolidamento del settore. Di fronte a tutti i dati positivi e gli ottimi posizionamenti COSA SERVE OGGI AL SISTEMA ITALIA?

Secondo tutti gli imprenditori intervenuti – e anche secondo l’assessore Tajani – la parola chiave è sinergia. Tra le aziende – che, spesso solo per colpa di un campanilismo storico, fanno ancora molta fatica a parlarsi tra loro e condividere esperienze, costi e strategie (al contrario di quanto, per esempio, hanno fatto i ceramisti in Emilia-Romagna)… E tra le aziende e la città di Milano – cuore pulsante del sistema grazie al Salone del Mobile e al Fuorisalone – che già ha sperimentato con successo il valore delle collaborazioni pubblico-privato in occasione di Expo (come ha raccontato l’assessore Cristina Tajani).

La sinergie più significative, però, sono ovviamente quelle a carattere finanziario, illustrate durante il convegno dai big del settore. Stefano Core di ItalianCreationGroup (che ha recentemente acquistato Driade e Valcucine) ha immediatamente chiarito che l’interesse degli investitori su marchi di design non è da darsi per scontato. «Le aziende italiane del settore quotabili in borsa si contano sulle dita di una, massimo due mani», ha detto. «Il restante 80% ha un fatturato medio di 30 milioni di euro. Non sono quindi appetibili. Se aggiungete a questo il problema dei margini – che nel settore del design sono decisamente più bassi rispetto a quelli del comparto moda – direi che se non ci fosse stata la crisi oggi non saremmo qui a parlare di questa nuova realtà: cioè dei fondi di investimento che si occupano di marchi di design. In questo senso, la situazione di difficoltà si è trasformata in una grande opportunità perché oggi per avere successo quello che conta sono i brand e la distribuzione. Su entrambi è necessario investire tanti soldi. E i soldi o ci sono oppure è necessario creare sinergie per trovarli o per condividere i costi. Iniettando anche, quando possibile, una forte dose di managerialità nelle aziende».

Su questo ultimo punto è discordante (e anche sull’idea, espressa da Core, di creare dei “poli” di marchi che coprano l’intero settore casa, dall’arredo giorno alla cucina, al bagno, alla luce) Andrea Bonomi che con il suo Investindustrial ha acquistato l’anno scorso Flos e recentemente (con ufficializzazione a settembre) B&B Italia. «Questo è un settore in cui è difficile insegnare qualcosa agli imprenditori che sono padri e figli di giganti. Non mi piace quindi parlare di campagna acquisti. Le aziende che abbiamo assorbito sono marchi che avevano l’ambizione di dare un futuro a se stesse andando oltre i propri desideri personali. Piero Gandini, quando si è reso conto di non poter fare un salto per arrivare “oltre” da solo, ha cercato un partner. E ha trovato me. Ma Gandini sa benissimo cosa deve fare, non sarò certo io a imporgli il mio management. Il mio ruolo è quello di iniettare capitale e basta. Pensiamo a qualcosa come un miliardo di euro. Lo faccio perché è difficile pensare che un’industria così importante per il nostro paese come quella del design sia tra tre anni la stessa che è oggi. Il fatturato totale annuo del sistema Italia è buono ma non gli rende giustizia. Potrebbe volare molto più in là. E noi siamo qui perché riesca a farlo».

I PAPERONI DEL DESIGN. E per finire qualche cifra (l’equivalente della pagina gossip quando si parla di economia del design).

I leader per fatturati 2014 in ordine decrescente. Natuzzi (461 milioni di euro), PoltronaFrau-Haworth (294) Molteni (289), PoltroneSofa (209), Scavolini (196), Chateaux D’Ax (209), Flos-Investindustrial (160), B&B Italia-Investindustrial (154), Lube (151), Veneta Cucine  (146), Poliform (128), Gessi (126), Artemide (125), Calligaris (115), Kartell (95).

Chi è cresciuto di più nel 2014: Molteni +18% e PoltroneSofa (+15,5%) (effetto Gio Ponti vs effetto Ferilli??)

Quota di mercato di Ikea oggi 10% in Italia (crescita globale di Ikea negli ultimi 5 anni, +10%)

Export italiano +16% in 5 anni (con Cina +51% ma con quota di mercato solo al 2% e USA +25% di crescita ma con una quota di mercato del 7% – se la Cina può rappresentare quindi un futuro roseo, sono gli States a rassicurarci nell’immediato con fatturati immediati).

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