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Cosa penso della chiusura anticipata del Triennale Design Museum #11

Non si può ancora commentare il palinsesto in nome del quale il Triennale Design Museum #11 chiuderà le porte con mesi di anticipo. Ma è importante riflettere sul modo in cui questa decisione è stata comunicata a chi ha contribuito alla realizzazione dell’edizione 2018 del museo mutante…

Al momento non è possibile commentare da un punto di vista contenutistico la ragioni per le quali è stato decisa la chiusura anticipata dell’undicesimo Museo del Design della Triennale. In una nota stampa distribuita ieri, infatti, si leggeva solo che verrà smantellato dopo il 16 settembre (avrebbe dovuto chiudere il 20 gennaio 2019) per far posto al un nuovo palinsesto. Quest’ultimo, sempre secondo la nota, rappresenterà «un importante rilancio a livello internazionale e un’apertura a nuove progettualità e collaborazioni».

Tutti sanno che questo rilancio includerà un Museo del Design a cura di Joseph Grima (su di lui leggi anche qui e qui): lo riporta infatti anche Repubblica oggi. Ma bisognerà attendere una conferenza stampa (che avrà luogo il 1 ottobre con presidente della Triennale Stefano Boeri e il comitato scientifico) per avere dettagli in merito.

Sul Museo del Design #11, leggi qui

Quello che è facile fare già oggi, invece, è giudicare il modus operandi con cui è stata annunciata la chiusura dell’undicesimo Museo del Design della Triennale. Cioè un’operazione progettata quando la Triennale era sotto la guida di Andrea Cancellato e sviluppata dal Direttore del Museo Silvana Annicchiarico.

Per “Storie. Il Design Italiano”, la strada è sembrata in salita fin dalla sera dell’inaugurazione. Quando il neopresidente della Triennale Stefano Boeri ha tagliato il nastro ma non ha proferito verbo sul lavoro svolto. Che non fosse entusiasta si toccava, insomma, con mano. E così, quando a luglio è giunta notizia delle dimissioni di Silvana Annicchiarico, il destino del Museo del Design 2018 sono sembrate segnate.

Leggi qui altro sul TDM

La comunicazione ufficiale, però, è arrivata ai curatori il 30 agosto, alle 19. Mentre la stampa era stata avvisata alle 14 insieme agli sponsor. Ci sarà qualcuno che accuserà “il computer” (ah, queste macchine infernali!). Resta però il fatto che non sarebbero state certo quelle poche ore di scarto a fare la differenza. Chi ha lavorato a una mostra va avvisato non qualche ora prima ma con settimane di anticipo. Il concetto è: non è possibile che un curatore debba scoprire che la mostra su cui ha lavorato verrà chiusa anzitempo da persone esterne all’istituzione che la ospita. I motivi sono tanti, e davvero semplici.

Il primo è il rispetto per il lavoro altrui

Perché si può dire a qualcuno che non si è apprezzato quello che ha fatto. Ma meglio farlo a quattr’occhi, magari motivando il commento e permettendo una ribattuta. Mentre un “chiudiamo la vostra mostra per far spazio ad altro” non lascia molto spazio all’interpretazione, anche per chi di natura vede sempre il bicchiere pieno. E lascia un sapore amaro in bocca che sarà difficile cancellare.

Il secondo è la ricerca di una critica costruttiva

Cambiare rotta è doveroso perché un’istituzione rimanga viva. E sicuramente la nuova linea curatoriale – che verrà presentata il 1 ottobre – sarà all’avanguardia. Ma se la critica al passato vuole essere costruttiva, dovrebbe essere fatta con trasparenza e chiarezza. E dichiarata, almeno nel suo principio fondante, prima del colpo di spugna. Ci sono infatti mille motivi per ritenere che una storia del design italiano potesse e dovesse essere racconta in modo diverso da quanto è stato fatto al TDM11. Ma al momento non è dato sapere quale di queste ragioni abbiano indotto la Triennale a ritenere l’edizione 2018 così inadeguata da meritare una chiusura anticipata.

Il terzo è la qualità delle relazioni

Perché – chi organizza mostre lo sa benissimo – dietro ogni oggetto ci sono accordi, relazioni, promesse di visibilità. Rapporti che i professionisti della curatela costruiscono nel tempo e sulla propria pelle, facendo leva sulla propria credibilità. Cosa rimane di quest’ultima a un curatore che si vede costretto a rispondere a un prestatore o a uno sponsor: «non sapevo, lo hanno detto a te prima che a me?» E che impressione fa l’istituzione che mette i suoi collaboratori in tale imbarazzo?

Il quarto è la cortesia

Che aiuterebbe in un momento storico in cui manca, a tutti i livelli. Aver comunicato per tempo ragioni e modalità della chiusura sarebbe infatti stato un gesto di cortesia importante nei confronti di tutte le parti coinvolte. E avrebbe evitato il rischio di apparire boriosi, saccenti, quasi ingrati nei confronti di chi è venuto prima di noi. Di sembrare lontani mille miglia da quella Milano aperta al dialogo e al diverso che è scesa in piazza solo qualche giorno fa non fa bene a un’istituzione come la Triennale.

Ed è, questo, nella mia modesta opinione, il peccato più grande di questa operazione di chiusura anticipata. Un peccato per la Triennale – che ammiro da sempre e che sono certa continuerà a regalare a Milano contenuti straordinari. Ma anche per la città e il segnale che sta tentando di dare all’Italia.

6 Comments

  1. Cristina Morozzi says

    Brava Laura, hai raccontato con molta sapienza un argomento spinoso. Il giudizio di merito su un qualsiasi operato, assolutamente legittimo, anzi doveroso (la critica, basta non sia solo di parte, è utile e necessaria alla crescita culturale), non può prescindere dalla deontologia professionale e dalle norme di base della buona educazione e creanza. Spazzare via quanto è stato fatto con tanta fretta, indipendentemente da qualsiasi valutazione, fa nascere il sospetto di pericolose voglie di epurazione, di cultura da barricate e non di condivisione.
    Infine, molto banalmente, la fretta non è mai buona consigliera! Mi spiace che il nuovo corso della Triennale, per cui le aspettative sono alte, inizi con un passo falso

  2. Lilli Bacci says

    Brava Laura sono pienamente d’accordo con te e stupita del comportamento di Stefano Boeri che ho sempre pensato persona perbene educata e civile

  3. Concordo e aggiungerei la quinta: il dovere della cura. La cura di un’istituzione che c’era prima che ti venisse affidata e che si spera, duri molto più di te. Perchè minandone la rispettabilità e la capacità di mantenere promesse (visto che una programmazione ufficiale, come hai giustamente sottolineato, è figlia di accordi e relazioni), la stai screditando.

  4. Irene Lopez says

    Sono basita per questa decisione fuori da ogni comportamento corretto e mi complimento con te per questa tua riflessione che spero verrà diffusa e letta da più gente possibile. Aggiungo che mi sembra di aver capito che l’Urban Center verrò trasferito in Triennale: anche questa mi sembra una decisione inopportuna, con tutto il rispetto per la Triennale, il senso dell’Urban Center è quello dato dal nome, accessibile davvero a tutti, sul percorso quotidiano di migliaia di persone: ne convieni?

  5. clara mantica says

    Gentile Laura Traldi
    grazie di prendere la parola su questo tema. La sensazione di essere davanti ad un corso che azzera il precedente in modo perentorio e non educato l’ ho avuta ad aprile quando c’è stata la conferenza stampa in Triennale e Boeri ha presentato i nuovi responsabili delle varie aree della Triennale. Le immagini di iniziative e personaggi che ha mostrato per raccontare un po’ i meriti dell’istituto appartenevano rigorosamente alla storia della Triennale, quella delle origini; non un solo commento sul molto lavoro fatto in questi anni recenti.
    Inoltre aggiungo un piccolo ma significativo dettaglio per quanta riguarda le forme, che sono i modi di manifestare i contenuti: quando ho ricevuto lo scarno messaggio che annunciava le dimissioni di Silvana Annicchiarico le ho scritto una mail (suo indirizzo in Triennale) per comunicarle alcune impressioni ma la mail non funzionava già più, inghiottita.
    Comunque spero che sapremo creare dialogo e confronto con i nuovi responsabili.
    Speriamo bene per loro, per noi e per la città
    Clara Mantica

    • irene Lopez says

      Ciao Clara, mi unisco al tuo commento che condivido. Anzi aggiungo al momento della conferenza che descrivi che ho sentito un non so che alla bocca dello stomaco che mi diceva che qualcosa non va; mi capita raramente, ma di solito non mi sbaglio e vedo che non sono la sola a pensarla così. Dopodiché è ovvio che ci auguriamo comunque un futuro roseo per l’istituzione

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