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Coworking al Talent Garden Calabiana a Milano non vuol dire condividere un ufficio low cost ma un social network fisico in cui l’unione tra le parti fa la differenza e l’interior design facilita le interazioni (foto di Alberto Bernasconi per D la Repubblica)

Lo spazio di coworking di Via Calabiana a Milano sta cambiando i connotati al quartiere che lo ospita. All’Osteria Tajoli in via Brembo, per esempio, dove si va per il cibo fatto in casa e per ascoltare musica italiana anni ’50, la clientela è cambiata due volte negli ultimi sei mesi. I primi ad avvicendarsi agli habitués del locale – operai e ferrovieri – sono stati gli impiegati glamour della Fondazione Prada (aperta a maggio nel vicino largo Isarco). Raggiunti poi, a inizio ottobre, da nerd occhialuti e ragazzine nerovestite che chiacchierano di investimenti e startup. Sono gli inquilini del nuovo spazio di coworking Tag, ovvero  Talent Garden, di via Calabiana: un’ex fabbrica ristrutturata che più che un ufficio in condivisione è un acceleratore di idee (e di opportunità).
«Tag è nato per chi lavora nel digitale e funziona come un social network, ma fisico», dice il fondatore Davide Dattoli, 25 anni, bresciano. «La condizione per entrare è apportare qualcosa di professionalmente rilevante alla comunità, perché le interazioni creino un valore aggiunto, più alto della semplice somma delle parti. Noi non offriamo metri quadrati, ma membership». Per funzionare, un sistema così – la cui salute dipende dall’apporto di energia di ogni elemento che lo compone – non può contare su affiliati presi a caso. Per questo in Talent Garden, proprio come  in alcuni social (o, più prosaicamente, come nei club privati o nelle lobby), si entra solo se introdotti da un insider. Oppure con l’autocandidatura durante un aperitivo mensile – che immaginiamo rilassante quanto un colloquio di lavoro – alla quale i talent gardeners possono dare il loro nulla osta. È la logica del peer-to-peer:  paritaria come nella migliore tradizione online.

Davide Dattoli

Chi arriva qui si sente parte di una tribù “speciale”, unita oltre che dall’interesse per il mondo digitale, soprattutto da una comprovata sete di imprenditorialità e di voglia di eccellere. Cervelli italiani che non hanno nessuna intenzione di darsi alla fuga perché credono che le opportunità esistano anche qui. E che, se ancora non ci sono, saranno loro a crearle.

Tutto, all’interno di Tag, è pensato perché ci riescano. In via Calabiana – a oggi il più grande e strutturato dei 12 spazi della società presenti in Italia e in Europa – il fee mensile di 250 euro dà accesso agli spazi di lavoro (aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7), ai corsi (di yoga e inglese), alla consulenza (amministrativa e fiscale) e anche ai workshop, ai seminari e agli eventi (dagli hackaton agli aperitivi con esperti internazionali, stile Ted Conference): tutte occasioni per creare contatti potenzialmente utili. Poi, oltre agli studi “artigianal-digitali” (come il FabLab e l’atelier di sartoria) c’è un Corporate Lab, dove la rete di talenti del Garden viene messa a disposizione delle aziende (sono quasi una decina) che hanno scelto via Calabiana per de-localizzare i loro team di open innovation.
Il risultato? «Possibilità di lavoro nuove e diversificate per tutti», dice Dattoli. «E la possibilità di concentrarsi sulla propria expertise, senza dover diventare “tuttologi” come spesso accade quando si lavora da soli, senza possibilità di confronto e di outsourcing».
È un approccio che ha già dato i suoi frutti negli altri Tag più piccoli e meno “attrezzati” dell’ultimo nato (e che ha portato, non a caso, Talent Garden a diventare il primo operatore del coworking in Europa). «Entrando in Tag a Torino ho conosciuto un piccolo gruppo di sviluppatori e programmatori», dice Barbara D’Amico, giornalista professionista specializzata in economia. «Insieme abbiamo creato Vizandchips, un servizio che realizza visualizzazioni e infografiche con un team di datajournalist, e ora lavoriamo con grandi gruppi editoriali e multinazionali». Anche Alessandro Pilla, grafico, ha ampliato i suoi orizzonti nel coworking: «Ho conosciuto una ragazza che mi ha presentato a un’agenzia che stava lavorando per Expo e che ha coinvolto anche me. Grazie a lei ho anche iniziato una collaborazione, che continua tuttora, con uno studio che si occupa dell’organizzazione di eventi».

Stare nel “campus” di via Calabiana ha aiutato Francesca Montemagno della startup FormaFutura (che offre consulenze alle aziende sul passaggio dal mondo analogico a quello digitale) a trovare insegnanti speciali per i propri corsi. Quando una grande banca le ha chiesto un training sul tema dell’ufficio stampa online, Montemagno ha materializzato davanti ai manager un giornalista culto come Jacopo Tondelli, fondatore ed ex direttore de Linkiesta e ora direttore de Gli Stati Generali, altro sito di giornalismo da lui ideato. «La redazione de Gli Stati Generali è seduta proprio di fronte a me e al mio socio qui al Talent Garden», dice Francesca. «Con i suoi ambienti aperti, la lobby con il bar e i biliardini, il giardino e la piscina sul tetto, questo posto porta a cambiare la natura delle relazioni di lavoro e a dilatare il tempo delle interazioni».
«Uno spazio di coworking accessibile per chi ha interesse e competenze nel digitale è un plusvalore innegabile per una realtà come la nostra», dice Gianluca Treu di Guard.Social, una startup che ora ha sede qui e si occupa di customer care tramite i social network (una vera eccellenza italiana, che ha vinto numerosi premi: dall’IBM Smart Camp all’ultimo Alpha Class di The Web Summit a Dublino). «Se devo testare un nuovo servizio, per esempio, vado da Alessio che ha un’agenzia che si occupa di queste cose e gli chiedo: che ne pensi? E so che avrò la risposta di uno che  ne capisce».

Basta guardarsi intorno in via Calabiana per capire che davvero tutti parlano la stessa lingua. C’è per esempio Cinzia Rinelli, che gestisce la sede italiana dell’antagonista di Spotify, Dezeer; c’è Marcello Merlo, guru dell’internet delle cose (direttore della conferenza internazionale Frontiers of Interaction); e ci sono le startup partecipate di Digital Magics, il più grande venture incubator italiano, quotato in borsa, oltre ai corporate labs di Cisco e IBM. «I lavoratori del digitale sono oggi l’equivalente di quello che gli artigiani sono stati per il Made in Italy dagli anni ’60 in poi», dice Dattoli. «Noi nello sharing – quello vero, che non ha niente ha che fare con il like su Facebook – ci crediamo davvero. E i Millennials ancora di più: sempre meno giovani sognano un lavoro “sicuro” ma poco flessibile, un posto al caldo dietro a una scrivania».
«Per qualcuno è vero e di sicuro lo è per le persone che arrivano in un posto come Talent Garden», dice Jacopo Tondelli. «Credo che mediamente che per chi è in grado di fare un lavoro ad alto valore aggiunto c’è un’esigenza diffusa di cambiamento e un bisogno crescente di stimoli. Quello che resta problematico – ed è tipico del modello di sviluppo in cui viviamo oggi – è che non si sa che posto ci sia per chi non è fatto per fare il libero professionista. Per chi magari è bravissimo in un certo settore, è preciso, è diligente, ma non ha la stoffa adatta per lanciare una propria attività, decidere gli investimenti, mettere a frutto una preparazione, trarre vantaggio da un sistema di relazioni. Gli ambienti come Talent Garden, di ispirazione californiana, sono parte di un universo in cui chi è bravissimo e velocissimo, “spacca”. A me però a volte viene da chiedere: “E chi non lo è? Che posto trova oggi in questo mondo?”. Sarebbe bello se in questa nuova Italia qualcuno si facesse carico di contaminare con l’argomento del  “bisogno” chi parla solo la lingua del “merito”».

COME UNA CITY CAR (box)
«L’ufficio sta diventando come un servizio di car-sharing. E l’Italia, terra di freelance, è un terreno di ricerca importante», dice Giovanni de Niederhäusern di Carlo Ratti Associati, autore degli interni di Talent Garden di via Calabiana. È grazie allo studio torinese, creato dal professore del MIT Carlo Ratti, che la sede assomiglia più a un albergo cool di Berlino che a un agglomerato di uffici: divanetti bassi ovunque (decisamente non lussuosi, ma “disegnati”, quindi curati nei dettagli), pannelli digitali, musica soffusa, biliardini e una bella caffetteria. Alle spalle del bar c’è un bel giardino (dove si può anche lavorare, visto che il wifi è ovunque); e, sul tetto, una piscina. Nei grandi open space dove lavorano i freelance e le startup, la flessibilità è totale grazie a un sistema di arredi in legno a incastro che permette di ottenere spazi raccolti e postazioni singole o organizzate in piccoli gruppi (ma sempre accessibili visivamente perché le pareti sono di vetro). Niente è fisso e, all’occorrenza, i moduli sono riassemblabili velocemente. Ma la vera flessibilità è digitale. A breve qui verrà testato un sistema particolare: «Utilizza lo smartphone dei membri – subito riconosciuto all’entrata – per accedere ai propri dati sui computer in dotazione (trasformando un desktop pubblico in uno personale, in tutta sicurezza)», spiega de Niederhäusern, che ha già progettato un sistema simile per una grande banca italiana. «.Allo stesso modo una app permetterà di prenotare le sale riunioni, accedervi, utilizzare tutte le apparecchiature senza fili, confermare la partecipazione agli eventi o ai corsi».

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