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Daniel Libeskind: momento nero, ma sono positivo

Il passato e della memoria nell’era dei populismi e della chiusura mentale. Perché, secondo l’architetto Daniel Libeskind, possiamo ancora sperare in un futuro migliore a partire dalle nostre città. Un’intervista pubblicata il 23 luglio su la Repubblica.

L’occasione per parlare con Daniel Libeskind, architetto e autore di luoghi emblematici come il masterplan di Ground Zero di New York e il museo ebraico di Berlino, è l’installazione temporanea Florence Blossom (a Firenze, in piazza Santa Trinità, in situ fino al 31 luglio). Nata come interpretazione del nuovo profumo maschile di Salvatore Ferragamo, Uomo, questa struttura dinamica di 13 metri nasce dall’intersecarsi tra linee verticali e piani ricoperti di pannelli rossi e specchi per formare un fiore stilizzato: entrando, ai visitatori viene offerto uno sguardo diverso, caleidoscopico, sulla città.

«Il fiore è un riferimento alla fragranza», spiega l’architetto. «Ma onora anche la memoria della città che ha dato i natali alla prospettiva: gli specchi sono un chiaro riferimento a Brunelleschi che ne comprese le regole grazie a un gioco di riflessi, aprendo così un nuovo sguardo sul mondo».

Polacco di origine, figlio di vittime dell’Olocausto e cresciuto tra Israele e gli States, Libeskind (69 anni) ha una passione quasi ossessiva per la storia. Mai nostalgica, però. «Lo scopo dell’architettura è farci ricordare le cose che contano. Ma pur dando a un edificio o a un’installazione un carattere che si lega al passato è fondamentale che abbia una rilevanza per chi lo abita oggi. Un memoriale, per esempio, ha un senso solo se permette di creare nuovi legami tra le persone, rigenerandole. È uno strumento di guarigione collettivo che funziona facendoci sentire in sintonia con gli altri pur permettendoci di sviluppare un pensiero individuale e indipendente».

«L’architettura serve per creare nuovi legami tra le persone»

Libeskind è innamorato delle città italiane, soprattutto quelle più piccole. «Racchiudono il DNA dell’umanità», dice. «La loro evoluzione parla della dignità dell’essere umano perché tutto – scala, edifici, strade – è nato per facilitare le relazioni. Studiarle permette di capire il senso di una cultura che mette l’uomo e i suoi bisogni al centro, creando dialogo e sprigionando colore e bellezza. Non avrebbe un senso oggi copiare queste città. Ma ispirarsi, certamente, sì. Per esempio ricordandoci che è la gente, non le pietre, il vetro o l’acciaio, il vero cuore di una città». Spesso, però, gli architetti sono visti come personaggi inarrivabili, lontani dal sentire delle persone. «È un retaggio del modernismo, quando prima di progettare si parcellizzava, si razionalizzava. Un approccio contemporaneo invece parte dall’amore sincero per la città che non è un paziente sul lettino di un medico ma una realtà da affrontare con l’orecchio a terra, per ascoltarne le vibrazioni: cercando luoghi inconsueti, osservando gli sguardi della gente. È da lì che si può cogliere l’essenza di un luogo complesso, più che dalle analisi delle amministrazioni».

Ci pare, questo, anche il messaggio della Biennale di Architettura di Venezia, su cui Libeskind, però, fuori dal coro, sembra alquanto critico. «Non ci sono ancora stato ma da quello che ho visto e letto mi pare un evento perfetto per il nostro tempo, in cui la paura è pervasiva e la gente ha bisogno di un approccio populistico».

«La troppa semplificazione è un disastro: politico, umano e architettonico. Per risolvere i problemi di oggi serve una comprensione della complessità»

La troppa semplificazione, insomma, disturba Libeskind che la ritiene anche una causa della situazione in cui l’Europa si trova al momento. «È un disastro, causato – e questo è il peggio – da bugie e tendenze inquietanti in cui si preme per dividere, fomentate da persone che hanno dimenticato che il mondo non appartiene a nessuno e che anche loro, in passato, abitavano da un’altra parte. Brexit, i muri: c’è chi vuole portare indietro l’orologio. Ma la banalizzazione non risolverà le questioni che naturalmente vive una società articolata, per la quale al contrario, serve una comprensione e un’accettazione della complessità».

Malgrado il momento sia buio, l’architetto rimane positivo. «Penso che stiamo vivendo in un momento di rinascimento. Sempre più gente abita nelle città e il trend è in aumento. Ed è vivendo con gli altri, a stretto contatto, che si impara a gestire la complessità nonché a inventare soluzioni alternative. Non è un caso che le città siano i luoghi più creativi al mondo. Il sapere è da sempre connesso, le arti e le scienze si sono sempre alimentate tra loro». Lo sa bene lui, che oltre a essere architetto è anche musicista, pittore, designer. Quasi un uomo del rinascimento, insomma. «Ma contemporaneo», sottolinea. «C’è musica in un edificio e teatro nella letteratura, c’è cultura visiva negli oggetti, c’è scienza e geometria nell’arte. La divisione tra discipline creative è un fenomeno recente non del tutto salutare che penso sia destinato a finire. E ora, grazie alla connettività, un patrimonio sempre più multiculturale è a disposizione di molte più persone di quanto non sia mai stato. E io sono positivo: penso che ne faranno buon uso».

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