Architetti, Architettura, Interviste
Leave a comment

David Adjaye: «impariamo dall’Africa»

David Adjaye parte dall’antropologia per arrivare all’architettura. Ed è soprattutto alla natia Africa che guarda l’architetto inglese, origini ghanesi ma nato in Tanzania, per realizzare edifici in grado di creare relazioni e qualità della vita.

Nel monolite costruito da David Adjaye in Marylebone Road a Londra, tutto è rigorosamente nero: muri, pavimenti, arredi. La luce di Londra filtra incerta tra le tende, nere anch’esse. È qui che lavora l’architetto più celebrato del momento: il suo progetto per lo Smithsonian National African American Art Museum a Washington, che aprirà i battenti a breve, gli è valso un invito a cena con Barack Obama e voci insistenti lo vedono come il futuro autore della biblioteca presidenziale.

Di origine ghanese ma nato in Tanzania, un padre diplomatico che gli regala un’infanzia giramondo, Adjaye è uno dei pochi architetti inglesi (è arrivato a Londra a 14 anni e ha passaporto britannico) ad aver fatto breccia negli Stati Uniti.

A Washington, oltre allo Smithsonian, ha firmato due biblioteche. A New York, un complesso di case popolari voluto da Bill de Blasio e lo Studio Museum, che promuove il lavoro degli artisti afroamericani. Ma Adjaye ha al suo attivo un altro record: aver inserito l’Africa nella mappa globale dell’architettura.

Non a caso, oltre agli uffici di Londra e New York, ne ha uno ad Accra, in Ghana, dove lavora su progetti nati e pensati per «dare dignità e qualità della vita» agli abitanti del continente: un ospedale pediatrico oncologico in Ruanda, il masterplan per un complesso governativo in Gabon, lo Slavery Museum a Cape Coast, il concept store Alana a Lagos, che la proprietaria e appassionata d’arte e design Reni Folawiyo vuole far diventare il 10 Corso Como del continente nero… Viene da chiedersi dove trovi il tempo per gestire tutto questo (ha anche un ufficio a New York) e, nel contempo, avere anche una vita privata (ce l’ha, si è appena sposato e ha un figlio. E cura personalmente anche il suo account di Instagram, seguirlo per crederci: @adjaye_visual_sketchbook).

Quando David Adjaye arriva, capisco subito che è un architetto sui generis. E non solo per le sue origini. Le parole che ama di più, per esempio, sono “geografia”, “contesto”, “continente”. Quelle che detesta sono “nuovo”, “stile”, “avanguardia”. Quando parla, sembra un jazzista: c’è un canovaccio ma non è che un trampolino di lancio per arrivare oltre. Ed è bene prestare grande attenzione, perché Adjaye regala pensieri densi e complessi, anche quando la domanda è semplice. Come la prima: come descriverebbe la sua architettura?

 

 

Sugar Hill, New York. Ph: Ed Reeve

Sugar Hill, New York. Ph: Ed Reeve

«È una risposta alla geografia: fisica, umana e psicologica. Quello che mi affascina è capire quali forze sono in gioco in un luogo, il mix di arte, storia, paesaggio, le variabili che determinano la qualità della vita del presente». Per coglierle Adjaye lavora con un team di antropologi, sociologi, storici dell’arte nella prima fase di ogni progetto: quella che porta alla comprensione del contesto. «Un edificio di Londra non potrà mai essere simile a uno di Mosca», spiega. «Mentre un’architettura progettata per il Mali e una di Santa Fé sì, visto che – geograficamente parlando – si tratta di posti simili». È questo il motivo per cui di Adjaye si dice che non abbia un “signature style”, l’equivalente delle curve ardite di Zaha Hadid, delle geometrie sperimentali di Libeskind, del decostruttivismo di Gehry. Anche se, in tutti i suoi edifici i giochi di luce sui materiali ricercatissimi sono la costante che crea un senso di benessere ed equilibrio negli interni, talvolta in aperto contrasto con la brutalità degli esterni.

Skolkovo-by Ed Reeve

Mosca, Skolkovo School, Ph: Ed Reeve

Anche per il National Museum of African American History and Culture – che aprirà nel 2016 – il riferimento è alla storia sociale e alla geografia del luogo. «L’edificio rende omaggio a Washington, crocevia di culture: le cinque “corone” che lo compongono hanno la stessa angolazione (17 gradi) del pinnacolo del Washington Monument, mentre ognuno nei 3600 pannelli color bronzo riprende il design di oggetti realizzati dagli artigiani-schiavi di Charleston e New Orleans».

SMITHSONIAN credit AA

Washington, Smithsonian

 

 

In effetti la sua storia affascina perché sembra una sinusoidale, una figura che avanza ma tra alti e bassi. Come quando la sua Elektra House di Londra – «una scatola di luce senza finestre convenzionali» per gli artisti Giorgio Sadotti ed Elizabeth Wright – gli vale un monito ufficiale del comune di zona che la definisce «non aderente alle regole architettoniche e quindi da abbattere». Adjaye salva la situazione parlandone a Richard Rogers, architetto controverso ma ormai affermatissimo, che lo difende pubblicamente. O quando la famosa presentatrice Janet Street-Porter lo accusa a mezzo stampa di averle costruito una casa che perde acqua. Ma il vero crollo arriva nel 2007 – paradossalmente proprio nell’anno in cui riceve l’OBE dalla Regina – quando la recessione comincia a intaccare l’edilizia pubblica e i progetti in essere dello studio vengono cancellati. «Lo studio di Londra era quasi in bancarotta», ammette Adjaye. Come si esce da impasse del genere? «Mia madre mi ha insegnato che fallimenti e successi sono distrazioni che non ci definiscono come persone. Quello che conta, infatti, è essere sempre impegnati nel fare quello che vogliamo fare. Quando ho avuto problemi finanziari mi sono impegnato il quadruplo per uscirne». Una filosofia che Adjaye ha anche applicato alla sua vita privata. Quando incontra la business consultant ed ex modella Ashley Shaw-Scott a una conferenza, per esempio, per lui è amore a prima vista. Ma ci sono voluti anni (letteralmente) di amicizia e corteggiamento prima che lei accettasse la proposta di matrimonio.

Gahanga Children Hospital

«La tenacia aiuta, sì», ammette. «E non perdere mai di vista l’obiettivo». Che, per Adjaye, da sempre, significa mettere l’Africa sotto i riflettori di una nuova cultura architettonica. Alla fine degli anni ’90, viaggia in lungo e in largo per il continente che ha abbandonato da piccolo per studiarne le città. Doveva essere un progetto personale e durare solo sei mesi. Andrà avanti invece undici anni, terminando con un’analisi di 51 paesi raccontati in un libro e una nuova filosofia progettuale: «Non c’è luogo al mondo che, più dell’Africa, abbia dovuto negoziare in modo così profondo le fusioni culturali, etniche e la complessità che ne deriva. Gli artefatti del continente sono prove tangibili di come gestire la complessità usando l’astrazione, per comunicare l’essenza delle cose in modo immediato». Secondo Adjaye, per esempio, un architetto ha molto da imparare dalle shanty towns. «Per farlo dobbiamo sospendere il giudizio di valore tradizionale occidentale (basato sul PIL). Ma se guardiamo questi luoghi dal punto di vista della resistenza umana e dell’ingegno, hanno molto da insegnarci su come facilitare le relazioni tra le persone e su come creare stabilità partendo dal caos».

Un insegnamento che va applicato ai progetti. «Gli architetti spesso di lavano le mani. È vero, ci viene chiesto di creare case di lusso, strutture meravigliose e gigantesche. Ma anche abitazioni sociali. Ed è in questi casi in cui bisogna ingegnarsi perché non ci sia uno scarto sociale e l’esistenza civica sia sempre equa. Siamo noi architetti che abbiamo i codici per questa uguaglianza, non gli urbanisti». Ecco perché oggi, più della filosofia estetica di Nicolas Bourriaud che lo affascinava ai tempi del Royal College of Art (dove ha iniziato a frequentare artisti come Chris Ofili, Sue Webster e Tim Noble) Adjaye guarda alla sociologia. «A Saskia Sassen, per esempio: le sue analisi su globalizzazione e migrazioni umane internazionali sono fondamentali per capire la logica delle città di oggi».

Alla fine, mentre me ne vado, penso che se fossi un giovane architetto è qui che vorrei lavorare. Perché l’impressione che Adjaye lascia dentro è che è tra queste mura che un futuro diverso e possibile sia in fase di costruzione.

Questo articolo è stato pubblicato su D la Repubblica il 3 ottobre 2015.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *