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De Vecchi: sogni d’argento

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Per realizzare una brocca, qui ci vuole come minimo una giornata intera. Per preparare il metallo con la torcia, prima dello stampo, è necessario un tempo preciso che solo l’occhio esperto sa valutare. Per saldare senza soluzione di continuità due sezioni bombate a specchio, serve un’expertise che si acquisisce con un apprendistato decennale.
Siamo nel laboratorio di De Vecchi, a Milano. Un atelier di tre, quattro stanze in vecchio edificio sui Navigli, in cui si respira un’aria da bottega rinascimentale. Qui è  nato il primo candelabro senza braccia, nel lontano 1947; e qui sono stati realizzati i primi esperimenti i di design cinetico e multi-sensoriale, negli anni Sessanta con le famose caffettiere specchianti di Gabriele De Vecchi.

Sono tempi duri per l’artigianato. E in particolare per chi, come De Vecchi, lavora l’argento. Negli ultimi anni, infatti, il suo prezzo è quintuplicato, con conseguenze disastrose. Basta aggiungere l’immagine “tradizionale” e “molto per bene” della stragrande maggioranza di oggetti realizzati con questo materiale per capire perché, nel 2010, la famiglia De Vecchi ha deciso di vendere il suo laboratorio, attivo dal 1935, all’azienda orafa Vhernier.

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Da allora, la grande scommessa di Carlo Traglio, presidente di Vhernier e di De Vecchi, è quella di reinterpretare in chiave contemporanea l’incredibile patrimonio dell’atelier milanese. L’asso nella manica rimane la tradizione, l’expertise degli artigiani la cui scommessa è riuscire a tramandare il proprio saper fare ai giovani. Il passato, del resto, è sempre più la leva utilizzata dalle aziende del made in Italy per trasformarsi in narratori e in costruttori di sogni per i ricchi di tutto il mondo in cerca di qualità e prestigio.

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L’argento rimane, ovviamente, il materiale principe. Piace tanto soprattutto all’estero, in quei luoghi dove il prezzo non conta (anzi, in qualche modo rassicura). La nuova strategia aziendale, però, prevede una allargamento ad altri materiali: come la preziosa lega De Vecchi (un misto argento e metallo), il silverplated, il legno, la ceramica. E un ampliamento in senso globale della propria distribuzione, con spazi fisici ed e-shop.
Dal punto di vista creativo, De Vecchi punta prevalentemente sui giovani: le ultime collezioni sono state firmate dal duo toscano Gumdesign e dai milanesi 4p1B.

4P1B_273_De Vecchi 06

I 4p1B hanno realizzato per l’atelier l’iconico 273, un vaso parallelepipedo scolpito dall’acqua, dimostrando come – proprio come ai tempi di Gabriele De Vecchi – argenteria e sperimentazione possono viaggiare sullo stesso binario. «Si parte da un parallelepipedo in metallo prodotto industrialmente, forato su una delle facce», mi hanno spiegato. «Lo si riempie di acqua e poi lo si mette in un congelatore. Ghiacciando, l’acqua aumenta di volume di circa il 10% e, espandendosi, deforma il metallo fino a spaccarlo». I giovani designer milanesi avevano già lavorato sullo stesso concetto per un lavoro realizzato per Bologna Water Design e si sono resi conto che l’argento sarebbe stato il materiale che meglio di ogni altro avrebbe evidenziato le deformazioni della superficie. «Abbiamo contattato De Vecchi trovando subito una grande disponibilità e soprattutto la voglia di credere e investire nel progetto». Sono nati così i vasi 273, una collezione di pezzi la cui unicità non è frutto di una volontà artigiana ma deriva dal processo stesso. «Non abbiamo inventato nulla», dicono citando opere semi-industriali di maestri come Enzo Mari o Gaetano Pesce. Sta di fatto che, nel settore dell’argenteria, i vasi 273 certamente spiccano per il loro carattere sperimentale e avanguardista. Per De Vecchi, una prova in più che il nuovo corso è davvero iniziato.

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