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WonMin Park e il design in limited edition

Gli arredi di WonMin Park della collezione Haze sono affascinanti nel loro mescolare solidità ed effimero. Un bell’esempio di design che diventa quasi arte e metafora

Non sono un’appassionata del design-art, degli arredi fatti a mano e venduti in edizione limitata dalle gallerie. Non ho niente contro questa pratica, solo è un settore che mi ha sempre interessata meno del design industriale propriamente detto.

Ecco perché sono stata io stessa la prima a stupirmi quando mi sono resa conto di essere irrimediabilmente attratta dal lavoro del designer koreano Wonmin Park la cui serie Haze (di cui avevo visto alcuni pezzi dal vivo da Rossana Orlandi durante un FuoriSalone) sarà in mostra alla Carpenter’s Workshop Gallery di Parigi (che l’ha anche prodotta) dal 10 settembre al 14 ottobre.

Mi sono chiesta perché questi tavoli mi affascinassero tanto?

PARK_Haze Shelf (White, Gray and Navy)_01Forse per il modo in cui sono stati realizzati? Con il colore aggiunto agli stampi poi ricoperti di resina, e i pigmenti che entrano anche nei giunti delle strutture? Oppure per le scelte formali e strutturali: le tre gambe, il loro posizionamento senza simmetria, in gioco degli incastri?

Non era questo. Quello che mi attrae verso il lavoro di Wonmin Park infatti non è così razionale.

Si tratta, al contrario, di un legame emotivo, emozionale, che viene dalla capacità di questi pezzi di creare un’atmosfera, di insinuarsi in un ambiente e di occuparlo con la loro presenza quasi spirituale: l’opacità materica della resina e la cromia senza contorni fissi che li rende visivamente sfuggenti, solidi da un punto di vista strutturale (gli spessori sono importanti, non c’è desiderio di “scomparire” nell’ambiente) ma allo stesso tempo eterei, come un pensiero importante.

Non riesco a pensare ai tavoli, alle sedie e agli scaffali di Wonmin Park come a oggetti di design perché la loro forza estetica e simbolica è molto più forte della loro funzione.

L’opacità delle superfici, il colore suggerito ma che rimane muto e le geometrie rigorose ma allo stesso tempo surreali (che dire dell’incastro delle gambe nel piano?) li rengono a mio avviso ipnotici quanto le sculture di Dan Flavin: che, malgrado le loro classicissime proporzioni, portano la mente lontano con la loro essenzialità sobria e proprio per questo così forte. Ed è questa la ragione per cui li trovo meravigliosi.

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