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Design Dynasties & multinazionali

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C’è la lampada da tavolo che sembra un’archetipo (la Costanza di Paolo Rizzatto). Oppure quella che ha dato per la prima volta un tocco high tech alle luci da terra (la  Lola di Meda e Rizzatto, in fibra di carbonio – e siamo nell’89!). C’è, infine, l’invenzione spettacolare: la sospensione Hope di Francisco Gomez Paz che con un gioco di lenti riesce a dare una luce sorprendente. Dietro tutte queste creazioni, lontane e vicine nel tempo, c’è un’azienda – Luceplan. E, come spesso accade nel panorama del Made in Italy, dietro l’azienda c’è una famiglia – i Sarfatti.

Un nome che forse al grande pubblico è ignoto ma che ha segnato la storia del design dal 1939 a oggi: prima con i progetti visionari del capostipite Gino (alcuni suoi storici pezzi sono stati recentemente riproposti da Flos e l’anno scorso una grande mostra alla Triennale ne ha ricalcato la storia), poi con il coraggio imprenditoriale di suo figlio, Riccardo, e della moglie Sandra Severi, che fondarono Luceplan nel 1978 insieme al designer Paolo Rizzatto. E infine con Alessandro, che di quell’azienda ha preso le redini per traghettarla nella difficile sfida che le nuove tecnologie presentano a un’azienda dedicata alla luce. Dalla scorsa settimana, però, Alessandro non è più alla guida di Luceplan. Che, del resto, da qualche anno non era più veramente “sua” perché controllata dalla multinazionale olandese Philips.

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Doveva essere una “win-win” situation, la possibilità di iniettare tecnologie innovative in un tessuto progettuale fertile e di allargare gli orizzonti per un piccolo gioiello del made in Italy senza però snaturarne l’essenza. Per questo, sul ruolo di Alessandro Sarfatti non c’erano dubbi: sarebbe rimasto il garante del marchio, della sua anima sperimentale e fortemente improntata al design tecnicamente spericolato ma esteticamente sobrio, pensato per durare.
Purtroppo non è stato così.
La dipartita di Sarfatti mi ha resa particolarmente triste. Non mi piace chi, davanti a situazioni come questa, trasforma l’individuo in un Masaniello che lotta contro i potenti (“le cattive multinazionali”). In una situazione come questa non c’è un vincitore e un vinto, un Davide e un Golia. C’è solo la triste prova dell’incapacità di far dialogare due mondi.

Personalmente, proprio nel caso dell’accoppiata Luceplan-Philips speravo che l’associazione tra una multinazionale che in passato è stata innovativa e illuminata e un’azienda piccola ma intellettualmente molto potente potesse davvero essere una scommessa vincente. Invece non ha funzionato. Forse, dietro la dipartita di Sarfatti c’è una strategia che privilegia il marketing sul design, il desiderio di prodotti più “facili” da capire per il grande pubblico e quindi più integrabili nella rete distributiva della multinazionale. O forse, semplicemente, l’ambizione di manager che si fregiano di bigliettini da visita altisonanti e che ora gongolano.

Purtroppo, però, Luceplan esiste perché esistono i Sarfatti, una delle poche design dynasties ancora in circolazione – gente per la quale il progettare non è solo un modo per fare soldi (e dare lavoro alle persone) ma un modo di vivere, di essere, di andare avanti.
Nessuna strategia di marketing riuscirà mai a sostituire un gusto fine, il piacere della conversazione con gli amici designer e ingegneri (da cui, poco a poco, nascono i progetti vincenti), l’orgoglio di sapersi parte di una cultura che forse al momento sta soffrendo ma che ha ancora in se i germi per potersi risollevare.
Non sono contraria allo “straniero che avanza”: avendo lavorato per 10 anni proprio in Olanda (e proprio per Philips, quando c’era un managemente totalmente diverso, devo dire) so bene che c’è tanto che possiamo imparare da questo paese. Né sono contro le partnership tra le multinazionali e le aziende del design italiano. Potenzialmente, penso che rappresentino una chance imperdibile per i marchi di nicchia. Purtroppo, però, perché tutto questo funzioni, è necessario il coraggio da parte dei nuovi “potenti” di avere fiducia in ha guidato le aziende per anni.
Ecco perché il “divorzio” tra Alessandro Sarfatti e Philips non ci sono vincitori. E perché è una brutta notizia. Soprattutto per il design.

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