Design, Inchieste
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Diversamente design

Non buonismo ma un buon design. Progettare per tutti – Design for All – significa non solo migliorare la qualità della vita dei diversamente abili ma creare prodotti più facili da usare, longevi e sostenibili per tutti. Grazie alla tecnologia, il Design For All è ora alla portata di tutte le aziende. E conviene anche economicamente. Ecco perché.

Scarica qui il PDF del servizio uscito su D la Repubblica 1013 (5/11/16)

La matita Glifo di OpenDot stampata in 3D e tagliata al laser.

La matita Glifo di OpenDot stampata in 3D e tagliata al laser.

C’è Edoardo: la paralisi cerebrale gli rende difficile camminare. Giovanni, invece, ha la sindrome di Down: per lui andare in bagno da solo è un problema. Ed ecco Ricky, con la distrofia muscolare, Maya che è quadriplegica e Vito, autistico. È difficile trattenere l’emozione mentre gli studenti della Domus Academy raccontano la vita dei bambini della onlus Together To Go di Milano, affetti da deficit motori, cognitivi o comportamentali.
Ma è da lì che questi giovani designer sono partiti. Guidati dai terapisti, dai genitori e da Enrico Bassi del FabLab OpenDot, hanno “hackerato” (previa autorizzazione) dei prodotti Ikea per trasformarli in oggetti appositamente pensati per Edoardo, Giovanni, Ricky e gli altri: supporti in gesso per la postura stampati in 3D, seggioline per chi non si può muovere che diventano camion, cavallo o cisterna dei pompieri (un super hit all’asilo!), giochi che aiutano a comunicare le emozioni rispondendo al tatto (grazie a un software personalizzabile che cresce con loro). «Trovare soluzioni per i disabili è un compito chiave del design. Ma solo ora le nuove tecnologie permettono di realizzare soluzioni personalizzate a basso costo, anche opensource, di cui le persone affette dalle patologie più invalidanti hanno assolutamente bisogno», spiega Bassi.

Il sogno di “disegnare per tutti” sta uscendo dalla nicchia delle accademie e delle associazioni (dove esiste da decenni, il Design for All Europe è stato fondato a Dublino nel 1993, e Design For All Italia nel 1994, ndr) e appassiona sempre di più le aziende. A partire proprio dai colossi come Ikea.

In prima linea c’è anche Google, che sta erogando venti milioni di dollari stanziati con il suo concorso Impact Challenge a progetti low cost e opensouce da trasformare in prodotti (tra questi, librerie digitali per non vedenti, protesi stampabili in 3D, motori e adattatori per carrozzelle).

Matthew Walzer, ispiratore della scarpa Nike Flyease, e il campione di basket James Lebron

Matthew Walzer, ispiratore della scarpa Nike Flyease, e il campione di basket James Lebron

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E c’è ovviamente Nike: Tobie Hatfield ha disegnato la sua sneaker Flyease, che si apre sul retro con un solo gesto, dopo aver ricevuto la lettera di un sedicenne affetto da paralisi cerebrale che raccontava la sua frustrazione nel dover chiedere aiuto per annodare i lacci. A questo parterre di aziende interessatissime alla disabilità si è aggiunta Apple, che per i prossimi aggiornamenti dell’iWatch ha ideato programmi di monitoraggio delle attività sportive anche per chi è bloccato su una sedia a rotelle. E Facebook, che ha appena creato l’Automatic Alternative Text, un algoritmo che percepisce le caratteristiche di un’immagine e le traduce in informazioni vocali e tattili, permettendo ai ciechi di utilizzare il social network.

 

Sembra una novità, ma in realtà si tratta di un ritorno. Perché è solo con l’avvento della produzione di massa che il target di preferenza è diventato il consumatore standard e il design – considerato un orpello del marketing – ha abbandonato la sua attenzione quasi ossessiva per il “diverso” come fonte di ispirazione per creare il nuovo, quello che funziona meglio per tutti..

La tastiera, per esempio, è stata inventata da Pellegrino Turri per permettere alla Contessa Carolina Fantoni da Fivizzano, affetta da cecità e sua probabile amante, di scrivergli lettere leggibili. E Alexander Graham Bell ha costruito “per caso” il telefono mentre studiava un apparecchio acustico per la madre sorda. Ma anche il primo protocollo per le email, il miscelatore per lavandini, lo spazzolino elettrico, le porte automatiche e perfino la texture di alcune bottiglie (riconoscibili dai non vedenti) non sarebbero esistiti senza uno sguardo alla disabilità di parenti o amici di chi le ha ideate.

Perché allora la disabilità è tornata a essere all’improvviso così interessante per le grandi aziende?

La Cucina Sottosopra di Azzolini, Corà e Stella MVK+Italia. Per vedere come funziona clicca sulla foto.

Da un lato c’è, come sempre, il fattore business. «Stiamo parlando – anche tenendo conto dell’invecchiamento progressivo della popolazione – di un mercato grande quanto quello cinese: 1,3 miliardi di individui», dice Rich Donovan, fondatore del Return on Disability Group (dal 2014 quotato in borsa a New York) che raccoglie informazioni e strumenti per aiutare aziende e istituzioni a vedere la disabilità come un asset commerciale strategico. «Aggiungendo parenti e amici, questa rete di 2,3 miliardi di consumatori totali controlla 8 trilioni di dollari ed è spesso online alla ricerca di prodotti innovativi, pronta a testarli e a dare la sua fiducia a un marchio che ne soddisfi le esigenze», conclude Donovan, affetto da paralisi cerebrale.

La disabilità interessa alle aziende. Per il gran numero di persone affette, in crescita per l’invecchiamento della popolazione, ma anche perché può diventare un motore per l’innovazione.

Ma i numeri sono solo una parte dell’equazione per Kat Holmes, da tre anni a capo del gruppo Inclusive Design di Microsoft. «Il design oggi può contare su tecnologie, sia a livello di hardware che di software, che permettono personalizzazioni fino a pochi anni fa inaudite. A nessuno piacciono i prodotti standard, men che meno ai Millennial. Ecco quindi che la disabilità torna a essere un motore per l’innovazione», dice Holmes, che lavora con i portatori di handicap per inventare, partendo dalle loro specifiche necessità, prodotti più facili e piacevoli da usare. Per loro in primis ma anche per il pubblico generico. «Solo chi sta vicino ai disabili conosce la straordinaria perseveranza e creatività con cui devono arricchire ogni gesto per riuscire a vivere. Come designer so di avere molto da imparare da loro».
A queste conclusioni, Holmes è arrivata in modo brutale tre anni fa, quando il suo collega August de los Reyes (all’epoca Principal Design Director per la Xbox ora design manager in Pinterest) è rimasto improvvisamente e quasi completamente paralizzato. «Con August abbiamo iniziato a guardare il mondo di Microsoft con altri occhi. Prima identificando quasi ossessivamente le situazioni in cui il design è un ostacolo, poi organizzando incontri con chi è maggiormente escluso dall’esperienza. Da allora lavoriamo come etnografi, abitando con le persone che osserviamo e applicando quello che abbiamo imparato a prodotti esistenti per migliorarli in modo silenzioso. La possibilità di spaziare le lettere delle parole, dividerle in sillabe, trasformare immagini in testi, per esempio, sono state aggiunte a One Note perché abbiamo lavorato con studenti dislessici, ma sono feature che usano tutti. Mentre la nuova Seeing AI App – inventata da Saqib Shaikh, cieco dall’età di 7 anni – traduce l’ambiente in informazioni audio: dai suoni della strada alle espressioni sui volti delle persone (catturate da una mini-camera inserita negli occhiali). E se da un lato si tratta di una soluzione perfetta per i ciechi, è ovvio che le potenzialità che apre anche per tutti gli altri sono enormi».

La cucina Convivio di Giulio Iacchetti per Haute Material

La cucina Convivio di Giulio Iacchetti per Haute Material

«Quando si disegnano oggetti aperti, ospitali e generosi, si arriva a un’accessibilità accresciuta e, di conseguenza, a soluzioni inclusive pur facendo a meno della ghettizzante etichetta “per disabili”. Progettare “per tutti” è una questione di buon design più che di buonismo», dice Giulio Iacchetti, designer. La sua cucina a isola Convivio per Haute Material, un grande tavolo con una parte che si alza e abbassa rivelando piano cottura e lavaggio nonché una cappa, è certificata Design For All ma funziona perfettamente per chi ha una casa piccola e non vuole privarsi della gioia di ricevere gli amici.

«Quando una collezione pensata anche per i disabili vende a un pubblico allargato le opportunità sono enormi», conferma Monica Graffeo, da anni attiva nel Design For All.

Ever by Thermomat di Monica Graffeo

Ever by Thermomat di Monica Graffeo

La sua collezione di arredo-bagno Ever: by Thermomat è pensata per chi ha problemi di deambulazione e vista: ma punti di appoggio, sostegni e luci aggiuntive sono invisibilmente integrate in belle mensole di massello o alluminio, porta-asciugamani e manubri di legno che sembrano giochi per bambini. «Il fatto che le aziende percepiscano le potenzialità economiche di un design “per tutti” (che è perfetto, per esempio, per gli alberghi) rappresenta un’occasione unica per vedere la disabilità come uno scarto tra i bisogni – fisici, psicologici, emozionali – e prodotti offerti. Non, quindi, come un problema dell’individuo ma come una conseguenza di un cattivo design».

La vera frontiera rimane quella dell’emancipazione, pratica ma soprattutto emotiva.

«Stiamo lavorando per creare delle smart card, una specie di carta d’identità con un chip che specifica le esigenze del singolo individuo e le comunica automaticamente a tutti i servizi pubblici digitalizzati, dal bancomat ai tornelli della metro fino alla reception in un albergo», dice Jutta Treviranus dell’Università dell’Ontario, fondatrice dell’Inclusive Design Institute. «Non dover spiegare la propria difficoltà è il primo vero passo per sentirsi parte integrante di una società inclusiva. È su questo punto che il design può davvero fare la differenza. E, in questo campo, il lavoro è appena iniziato».

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