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«Il mio design italiano indipendente»: Carlo&Contin

Il designer Carlo Contin ha trasformato il suo nome in un marchio: Carlo&Contin. Perché nel design italiano indipendente che propone ci sono le sue due anime di progettista: sperimentale e imprenditoriale.

Parla di design italiano indipendente (e non di autoproduzione). Di strategie di vendita lente, che scommettono sulle persone e non sulla rete. Carlo Contin (di lui abbiamo parlato anche qui) racconta il suo marchio Carlo&Contin: che porta il suo nome, ma sdoppiato. Un po’ come si sente lui, da sempre.

C’era bisogno di un altro marchio di design italiano o avevi bisogno tu di farlo, per te stesso?

«Nulla è necessario. Ma quando qualcosa nasce per alimentare idee ed energie su cui poi discutere per confrontarsi, da criticare o apprezzare, aggiunge un pizzico di vitalità al panorama del design italiano. Quel carburante necessario per non sedersi sugli allori. Personalmente è una sfida che mi pone davanti a nuove opportunità e insidie, sicuramente un arricchimento professionale ed umano».

Ph. Andrea Basile

Il nome Carlo&Contin sembra suggerire due anime.

«Carlo&Contin indica lo sdoppiamento della personalità che mi aspetto di vedere in atto. Perché è naturale che il designer e l’editore spesso non vedano le cose allo stesso modo e che uno spinga sulla creatività e la ricerca, mentre l’altro sulla fattibiltà commerciale»

Ci si deve quindi aspettare tanto design di ricerca? O prodotti più “vendibili”?

«Un mix. L’espressione più personale e radicale del mio modo di progettare mescolato al buon senso imprenditoriale. Dopotutto, prima di progettare, ho gestito la produzione di un’azienda di mobili e conosco anche quella parte del sistema».

Cosa intendi, quando parli di ricerca nel design?

«Io lavoro sulla tipologia degli oggetti e sul modo in cui li usiamo. E applico piccole modifiche su ciò che già esiste per dare la possibilità alla gente di vedere le cose sotto una luce diversa. È un modo di pensare “ribaltato” rispetto a quello tradizionale – che è molto tipico della mia generazione di designer. Perché non si parte dalle forme ma dal comportamento della gente in relazione a esse».

In che modo applichi questo approccio ai tuoi oggetti?

«Per esempio nel porta sale e pepe: un oggetto unico che svolge entrambe le funzioni e crea una nuova gestualità quotidiana. O l’olio/aceto. Per quanto riguarda il lavoro che faccio sulle tecniche di produzione, pensa allo sgabello. Lo avevo realizzato per una mostra per la galleria Subalterno1 nel 2013 e l’idea era nata per caso visitando un tornitore che mi ha mostrato dei vecchi attrezzi per realizzare le viti di legno. Così ho creato una collezione di arredi che nascono dai tanti modi diversi in cui si può usare una vite di legno. In questo caso l’innovazione è nell’uso dell’oggetto e nella trasformazione della tipologia, con l’aggiunta di un po’ di ironia. Il tutto fa molto “italian design”».

Ph. Andrea Basile

Perché non vuoi dire che Carlo&Contin è un marchio che fa autoproduzioni?

«Non mi è mai piaciuto il termine autoproduzione. È un contenitore che mette assieme in modo superficiale esperienze troppo diverse tra loro. Si fa dal self-made artigianale, spesso quasi amatoriale (penso ai maker che vendono ai mercatini) all’art design, che finisce nelle gallerie. Io non mi riconosco in nessuno di questi due poli».

La soluzione?

«E quindi ho optato per la parola design indipendente. Che, da quando esiste la produzione digitale, funziona benissimo per esperienze sperimentali, di ricerca ma anche accessibili al pubblico, piccolo o grande che sia. Penso alla stampa, la musica, il cinema indipendenti: storie non allineate, critiche, alternative, originali e coraggiose».

Le edizioni di design spesso costano tantissimo. I tuoi prodotti saranno cari?

«Non mi interessa fare progetti per vederli pubblicati sui blog o accaparrarmi qualche Like. Ma nemmeno per venderli in gallerie snob. Alla base di ogni oggetto c’è lo sforzo cosciente di controllare il prezzo al pubblico, lavorando su materiali e tecniche produttive, come fanno i designer quando lavorano nell’industria. Userò, per esempio, materiali basici: legno, ferro, vetro borosilicato. Perché, come diceva Munari, è l’idea che conta».

Cosa realizzerai?

«Vorrei creare una collezione di pezzi che si ponga al di fuori da quanto è attualmente in produzione. È inutile andare in competizione con quanto fanno meglio di me tante aziende: che senso ha proporre una poltroncina bon-ton anni 50? I miei progetti saranno più radicali, forti, ma senza mai perdere di vista la funzionalità e il buon senso perché questo è il mio Dna».

La distribuzione è un tema fondamentale per il design di oggi. Come lo stai affrontando?

«Sto scommettendo sulla modalità “slow”. Sul contatto umano. Ci sono voluti mesi di lavoro ma ho identificato una lista di studi di architettura e di interior che lavorano sia nel residenziale che nel contract. Cercherò con loro un rapporto diretto, un dialogo che racconti il prodotto e il suo valore ma anche mi permetta di ascoltare le loro esigenze e di rispondere di conseguenza. Non so se sia l’approccio giusto. Ma sono convinto che il design indipendente vada comunicato e diffuso in modalità “slow”, qualunque essa sia».

Niente internet e social, quindi?

«Ci sono abbastanza piccoli editori per provare, dati alla mano, che il canale del web non basta. La rete è importante per proporre e mostrare idee. Ma la particolarità di un progetto indipendente, per le sue caratteristiche di artigianalità e originalità, necessita di uno sguardo meno superficiale».

Carlo&Contin esiste ufficialmente dal 1 aprile 2018. Copertina e foto di Andrea Basile

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