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Enrico Bassi: fabLab, stampa 3D e Design For all

 

FabLab e stampa 3D sono strumenti fondamentali per la creazione del Design For All. C’è infatti un lato sociale di queste pratiche che spesso sfugge, dimenticato dietro la miriade di oggettini che la fabbricazione digitale permette di creare e vendere a buon prezzo. Un progetto di TOG e OpenDot lo mette in mostra a Milano: Enrico Bassi lo racconta.

Il design for all è l’altro possibile volto per la produzione personalizzata, one off: quella di cui di solito si parla come unica possibile manifestazione del vero lusso e che è sempre più legata al mondo della produzione digitale e auto-produzione. Da fenomeno esclusivo, disponibile per pochi, l’oggetto unico può infatti diventare oggetto inclusivo, manifesto di un design unico ma disponibile “per tutti”. Tutto questo, che a parole sembra una parata di ossimori, è possibile grazie all’uso delle nuove tecnologie di fabbricazione digitale per creare oggetti non seriali ma a basso costo, disegnati – e più spesso co-progettati da più autori che collaborano su file aperti e sempre personalizzabili – per rispondere alle esigenze di un pubblico con particolari esigenze.

È il nuovo, promettente capitolo del Design For All quello in cui si muovono Together To Go, una onlus attiva nel settore della riabilitazione di bambini con deficit motori, cognitivi o comportamentali, e OpenDot, laboratorio di fabbricazione digitale creato dallo studio dotdotdot, in cui design, tecnologie digitali e artigianato si fondono nella ricerca di nuovi modelli di innovazione multi-disciplinari.

Le due realtà hanno presentato ieri sera a Milano nel FabLab di Via Tertulliano (di cui avevo parlato qui) L’Oggetto Che Non C’è, un progetto che riassume i risultati di una collaborazione a lungo termine che ha coinvolto terapisti, personale medico, progettisti, artigiani digitali, piccoli pazienti e i loro genitori (nonché gli studenti di Naba e Domus Academy in collaborazione con Ikea). Gli oggetti in mostra sono quindi stati pensati da più persone e disegnati secondo una logica opensource – significa che il file del progetto è disponibile, aggiornabile, personalizzabile e scaricabile da chiunque e soprattutto è realizzabile in qualunque FabLab dove si lavora con le stampanti 3D. E sono oggetti unici, ma dal prezzo contenuto. La fabbricazione digitale infatti – che funziona per addizione di materiale – ha infatti costi infinitamente più bassi rispetto alla manifattura tradizionale che richiedeva la produzione di oggetti tutti uguali, prodotti in enormi quantità, per far fronte agli investimenti richiesti dalla realizzazione di costosissimi stampi.

Abbiamo chiesto a Enrico Bassi, coordinatore di Opendot e grande esperto di fabbricazione di raccontarci il progetto. Che non è solo importante perché aiuta dei bambini che davvero hanno bisogno di un supporto personalizzato ma anche perché indica una possibile via per il futuro dei sempre più numerosi FabLab.

Cosa avete scoperto lavorando a L’Oggetto Che Non C’è?

«Principalmente due cose. La prima è quanto sia importante parlare con le persone: una delle distorsioni a cui ci ha abituato la produzione industriale è che i prodotti debbano andare bene per un mercato di riferimento (uomo, tra i 35 e i 45, sportivo, cultura medio-alta, etc..) non per una persona definita con un nome, delle esigenze, una certa mobilità alla mano destra, etc. La seconda è quanto sia importante lavorare su problemi e necessità vere: altra distorsione della produzione industriale è quella di indurre bisogni che in realtà non esistono. In questo momento in Italia ci sono decine di Fab Lab che si domandano a cosa possa davvero servire un laboratorio di fabbricazione digitale. Questa non è l’unica risposta, ma sicuramente è una di quelle possibili».

Come si collegano due mondi – design e neurologia ? Come ha funzionato l’interazione?

«Mi piace molto la traduzione del termine inglese design con ‘progettazione’ perché sposta l’accento dal ‘disegno’ (tipico dell’altra traduzione ‘design industriale’) a ‘progetto’. Il designer è quindi colui che sa mettere insieme una soluzione che tenga conto di molto aspetti oltre all’estetica e alla funzionalità. Ciò che mi ha stupito è che i terapisti di TOG con cui noi di Opendot abbiamo lavorato avevano la stessa attenzione: ci ricordavano che i bambini venivano integrati meglio dai loro compagni se gli oggetti che usavano sembravano più giocattoli che dispositivi medicali, ci dicevano come fare qualcosa perché funzionasse bene con la manualità di un ragazzo, e così via».

Che ruolo ha avuto il Fab Lab? Questi oggetti sarebbero potuti esistere senza le nuove tech o no?

«Alcuni di questi progetti avrebbero potuto esistere anche senza un Fab Lab. La più grossa differenza sta proprio nella replicabilità e nella scalabilità. Un buon artigiano (ma come ci dicevano i terapisti, anche un genitore paziente) può creare oggetti fatti benissimo, che soddisfano le stesse esigenze che risolverebbe un progetto fatto in un Fab Lab. Le tecnologie di fabbricazione digitale dei Fab Lab consentono di replicare facilmente una soluzione sviluppata per una persona, per adattarla a qualcuno che ha bisogni simili, ma non identici. Per questo i Fab Lab si posizionano perfettamente tra i processi artigianali (interamente su misura, in cui ogni volta si ‘riparte da zero’) e quelli industriali (in cui un prodotto solo deve adattarsi al maggior numero possibile di persone)».

Qualche esempio di oggetti realizzati che davvero cambiano la qualità della vita?

«Alcuni di questi progetti sono strettamente legati alla terapia, altri all’integrazione sociale, altri ancora alla qualità della vita e all’indipendenza dei bambini.

Il primo progetto è la digitalizzazione delle ‘doccette’. Questi supporti in gesso (che non ho mai capito perché si chiamino così) servono per garantire una postura corretta per i bambini e evitano che a lungo andare si danneggino articolazioni e legamenti (i più sensibili sono quelli delle anche, che può persino portare a interventi chirurgici con l’avanzare degli anni). L’unico modo per essere sicuri che sia corretto è facendoli a mano, con garze gessate e tanti anni di esperienza. Naturalmente i pezzi che ne escono non sono lavabili, si sbriciolano con il tempo e sembrano dei gessi da frattura. Poterli digitalizzare, modificare a pc (aggiungendo scritte e decorazioni) e stamparli in 3D risolve moltissimi di questi problemi.

Il secondo è invece ‘la macchinina di E.’: una seduta con tavolino, trasformata in automobilina. E. ha bisogno di mantenere una specifica posizione anche mentre è all’asilo. Il fatto che la sua seduta sembri un gioco, ne aiuta l’integrazione con i compagni di classe e riduce quel divario (tutto mentale) tra cosa sia normale e chi non lo sia.

L’ultimo caso è un giocattolo vero e proprio: un cubo le cui facce si illuminano se toccate, mostrando figure prima invisibili. Giocare può essere considerata un’attività superflua, che si può trascurare se le circostanze lo richiedono. Il gioco invece è uno dei principali sistemi con cui il cervello di un bambino riceve stimoli e si sviluppa. Per un bambino con limitate capacità di comunicare, accorgersi che un oggetto reagisce a una sua azione è fondamentale per capire di essere connesso al mondo esterno. Anche in questo caso, che tipo di interazione creare (visiva? sonora? entrambe?) sulla base di quale stimolo (basta sfiorarlo? è meglio sentire il click di un bottone meccanico?) è stato deciso insieme ai terapisti».

Perché è importante che il design si occupi di questo settore? E non solo il settore medico/ tecnico?

«Noi non siamo fatti solo di ossa e nervi. Da qualche parte dentro di noi c’è anche qualcosa che ci fa sentire a nostro agio o meno, in base a come possiamo interagire con gli altri. Queste considerazioni sono abbastanza comuni nel design e nella progettazione.

Ci sono due tipi di esperti nel settore medicale: il tecnico e il terapista.

Il tecnico molto spesso si concentra solo sulla risoluzione di un problema (una carrozzina elettrica che possa muoversi in autonomia per più di 24h, pesi meno di 20 kg, etc.); un designer può sicuramente aiutare in questo caso a spostare l’attenzione dall’oggetto alla persona che lo userà.

I terapisti, invece, sono perfettamente consci della centralità del paziente e spesso hanno anche in mente il prodotto giusto per affrontare una situazione specifica. A volte manca solo sapere che si può costruire con un costo sostenibile, progettandolo in modo che altri lo possano adattare e quali siano le tecnologie più adatte: è qui che entrano in gioco designer e Fab Lab».

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