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Studio Irvine: «il buon design è il contrario del personalismo»

Marialaura Rossiello Irvine dirige lo studio fondato da James Irvine, il grande designer (e suo marito) mancato nel 2013. Una chiacchierata su design, ironia e metodo. E sul ricordo: perché chi se ne è andato viva ancora. Non nella nostalgia ma nella voglia di continuare.

Quando arrivo allo Studio Irvine suono il campanello. Avrei potuto farne a meno. «La porta, qui, è sempre aperta», mi rivela infatti Marialaura Rossiello Irvine. Non mi stupisce. Non ho mai conosciuto James Irvine, scomparso nel 2013. Ma la sua fama di amico di tutti, ospite sempre disponibile e aggregatore culturale aleggia ancora su Milano, ovunque.

Mostre, libri e “groupage” di amici

Infatti non c’è serata al Bar Basso in cui non venga menzionato. Del resto è stato lui, con una storica festa nel 2000, a trasformarlo nel luogo cult del Fuorisalone, facendo convogliare nel locale designer come Stefano Giovannoni, Marc Newson, Jerszy Seymour. Né passa una design week senza che qualcuno organizzi qualcosa “per ricordare James”. C’è stata una mostra (al Museo del Novecento, a cura di Maria Cristina Didero e Marco Sammicheli). C’è stato un bellissimo libro (a cura di Francesca Picchi con Marialaura Rossiello Irvine, ed. Phaidon, con contributi di decine di progettisti). E ci sono gli aperitivi che gli amici di sempre organizzano. «Quest’anno è stato Jasper Morrison a lanciare l’idea», dice Marialaura.

La libreria di oggetti

Ma James Irvine vive ancora soprattutto nel suo studio, oggi gestito da Marialaura Rossiello Irvine. Perché l’enorme “libreria di oggetti” che lo taglia in due parti è il cuore pulsante dell’attività progettuale dello Studio Irvine. È qui che Marialaura Rossiello Irvine viene quando deve far nascere le idee, “sfogliando” le cose come se fossero libri, come ha fatto per dieci anni con James. È qui che prendono vita i progetti per Muji, Matteo Brioni, Thonet, Yamakawa, Sovet Italia, Amorim…

Perché questa libreria è importante per progettare?

«Perché l’idea di partenza è quella che ho imparato vivendo e lavorando con James per dieci anni. Osservare, analizzare, capire. Aspettando che l’”idea”, quella che sarà alla base del progetto, si materializzi nell’immaginario. Quando avverrà, sarà una sintesi: di funzione, fantasia e di quell’ironia che è sempre la cifra dello Studio Irvine. Io poi, come progettista, faccio di tutto per aggiungere a questo equilibrio anche la tradizione…»

Capitelli per Matteo Brioni

In che senso?

«Lo spiego con un esempio: la culla Sloop che Studio Irvine ha disegnato per Yamakawa, azienda giapponese leader nella lavorazione del rattan. La culla che abbiamo presentato da Rossana Orlandi è un richiamo alle forme accoglienti progettate da Isamu Kenmochi negli anni 60. Ed è quindi un richiamo al DNA dell’azienda. Ma recupera anche una tradizione del Sud Italia e che apparteneva ai miei genitori: portare i bambini in una cesta di vimini. A questo abbiamo aggiunto la sensibilità contemporanea. L’esigenza di cullare il piccolo (il fondo è arrotondato). La possibilità di averlo più vicino a noi: e per questo abbiamo disegnato un supporto per la culla che la rialza. Che, siccome manca lo spazio, serve anche come porta oggetti. E, avendo un foro, è perfetto per permettere al gatto di nascondersi… come piaceva fare al nostro… Inoltre Sloop diventa una poltroncina quando il bambino cresce…»

Ho trovato ironica anche la Utopil che ho visto da Subalterno, per la mostra #sendmethefuture…

«Una pillola per i momenti morti dell’ispirazione, per rivitalizzare il designer. Uno scherzo, ma progettato con grande cura, incluse le indicazioni terapeutiche, gli effetti collaterali, il blister… Utopil è un farmaco riconosciuto nello Stato Mentale dal Ministero del Design. La leggerezza, negli oggetti, non deve essere facilità di esecuzione. Per 100×100 Achille, la mostra che celebra il centenario di Achille Castiglioni, da napoletana ho disegnato il numero 100 di una tombola. Che non esiste (i numeri sono 90). Ma anche se si tratta di un oggettino, abbiamo realizzato il disegno tecnico, fatto una ricerca sul legno da utilizzare, lavorato con un artigiano specializzato…»

La catalogazione degli oggetti nella libreria vi aiuta a prendere scelte del genere?

«Ci aiuta soprattutto nella fase creativa, sì. Perché c’è sempre da imparare dagli oggetti. Siamo sovraesposti alle cose e quelli che esponiamo qui sono il risultato di una selezione. Ci hanno colpiti in qualche modo, anche se a volte non è chiaro quale. Può essere una forma, una finitura, una funzione, un accostamento di colori. Per esempio svuotando una casa di Londra ho trovato questa zuccheriera: ha un meccanismo per estrarre le zollette con una pinza. Potrei riutilizzare questa idea da un’altra parte. E queste lenti a braccio snodabile: non sarebbero perfette per una lampada da tavolo? Guarda questo posa-scarpa, trovato in un mercatino. Permette di pulire e allacciarsi le scarpe senza piegarsi. Non sarebbe bello se tornassero in produzione con logiche, materiali più contemporanei?».

La culla Sloop, progettata per Yamakawa, qui da Rossana Orlandi durante il Fuorisalone 2018

Vuoi dire che il lavoro da “archivista” aiuta lungo tutto lo sviluppo del progetto?

«Assolutamente. Noi documentiamo tutto: ogni schizzo, comunicazione, contatto con i fornitori, prototipi. Tutto viene inserito in un libro nero, ce ne sono diversi per ogni progetto. E una volta terminato il lavoro rileghiamo il tutto in un libro bianco. Avere sottomano così tante idee, pensieri, approcci – anche quelli non riusciti – aiuta a migliorarsi in modo costante».

È questo quindi che si intende con “metodo Irvine”, quello che ancora seguite nello studio?

«Lo Studio Irvine è sempre stato un mix tra il design di stampo britannico e quello italiano. James lo incarnava perfettamente, da inglese che aveva fatto di Milano la sua casa. L’analisi e lo studio disciplinato e organizzato di fianco alla passione per la catalogazione e all’ironia (alla Castiglioni). Io mi sono inserita nel suo percorso. Provenivo da una formazione totalmente diversa. Avevo studiato alla Facoltà di Architettura di Napoli con Riccardo Dalisi, che era maestro nel portare tradizione, folclore e artigianalità nel design. Stavo lavorando in Danese quando lui mi ha accompagnata nel suo mondo e abbiamo lavorato insieme, 24/7 per dieci anni. E ora quel metodo e quel modo di lavorare sono parte di me. Anche se è ovvio poi che ognuno metta del suo, nei progetti».

Qual è il compito del designer oggi?

«Per il product design, aggiungere qualcosa a quanto già esiste. Un pizzico di qualità, di funzione, di relazione, di bellezza agli oggetti. E farlo all’interno della personalità del marchio e delle sue disponibilità economiche. Per l’art direction, sintetizzare il marchio in tre parole. È l’intuizione ch\e aggiunge valore alle cose. Per esempio questo “gioco di intrattenimento” per cani che ho progettato con Maddalena Casadei nel 2016 per il Museo del Cane Foof. Sembra un incrocio tra una pallina e un omino perché ha due buchi. È in gomma e ha una forma tale per cui quando viene lanciato si sposta nello spazio con traiettorie sempre diverse e imprevedibili. Le aperture servono per inserire crocchette e farne uscire l’odore. I cani impazziscono… E il costo è basso».

E quando arriva l’intuizione?

«A volte in modo immediato. Per esempio quando abbiamo disegnato uno specchio per Sovet Italia il collegamento con l’ultima sfilata di Dior è stato istantaneo. Per Matteo Brioni, di cui curiamo l’art direction, è stato invece un lavoro di analisi lunghissimo. Quando siamo partiti avevamo delle terre in dei sacchettini di plastica e il sogno dell’imprenditore. Cioè diventare il numero uno nelle finiture da interni in terra cruda. È un progetto di design strategico, nel quale l’intuizione aiuta (per esempio presentare le terre come dei make up nel catalogo ha un potere evocativo enorme). Ma che non avrebbe mai portato ai risultati raggiunti in termini di riconoscimento sul mercato senza un’analisi seria di mercato. Senza un brand design a tutto tondo. Oggi Matteo Brioni è numero uno in Italia nella realizzazione di superfici naturali per l’Architettura».

Foof Dogs and People, product design e art direction per il Museo del Cane

Cos’hai provato, da architetto napoletana da poco approdata a Milano, quando sei entrata nel mondo British di James Irvine?

«Per dirti cosa significava quel mondo per una come me sappi che la prima volta in cui ho incontrato Jasper Morrison gli ho chiesto un autografo. Avevo 30 anni, non ero una ragazzina e lui e James erano amici dai tempi della scuola. Ma per me era un mito… E non ero abituata a quella facilità nei rapporti, a quella cultura fatta di apertura, scambio, desiderio di condivisione. Da noi transitavano tutti: Konstantin Grcic, Naoto Fukasawa, Marc Newson, Stefano Giovannoni, Thomas Sandell, George Sowden».

Ma l’autografo Jasper te l’ha fatto?

«Noooo…. è stata una situazione così imbarazzante. Che però mi ha fatto capire che ero di fronte a un mondo diverso. Che istintivamente mi affascinava, di cui volevo essere parte. Ci sono entrata in punta di piedi. Per anni sono stata in silenzio perché dovevo capire, assorbire come una spugna. Vivere e lavorare con James 24/7 per dieci anni, ovviamente, mi ha fatta ben presto esser parte di quel mondo».

Non deve essere stato facile continuare con lo studio…

«Alcuni mi dicevano che ero folle. Ma chiudere sarebbe stato come perderlo di nuovo. Ed ero convinta che il mondo avesse ancora bisogno del suo sguardo leggero sulle cose, della disciplina unita all’ironia che avevo imparato a costruire con lui. E sono ancora convinta che sia così. Anche se il mondo del design intanto è molto cambiato».

In che senso è cambiato?

«Fino a una decina d’anni le aziende pagavano il progetto e poi le royalties. Poi si è passati a un rimborso spese o un anticipo royalties. Le aziende chiamavano un designer perché credevano nel suo lavoro. La sua creatività era considerata parte dell’investimento. Poi hanno iniziato a pretendere i progetti gratis. È un gioco al ribasso che fa male alla professione. Mentre quello che fa male alle aziende è credere che la ricaduta in termini di immagine offerto da designer molto esposti si rifletterà su di loro. Ma non è mai così. Quando il marchio è industriale e il progettista è un brand lui stesso, la gente tende a ricordare il secondo. Per me, come era per James, un progetto di design industriale è tanto più riuscito quanto più vive di vita propria, autonomamente da chi lo ha creato. Il buon design è il contrario del personalismo. È su questa linea che lo Studio Irvine intende continuare».

Foto di copertina di Laura Traldi

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