Fuorisalone 2018
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Robert Stadler racconta Vitra Typecasting

Il design influenzato dai social media. La qualità e lo stile relegati a sinonimo di vintage. Gli arredi che parlano di chi siamo davvero. Robert Stadler, curatore di Vitra Typecasting, racconta la sua installazione Fuorisalone alla Pelota.

Vitra Typecasting (alla Pelota, al Brera Design District) è un’installazione dedicata ai mobili. Eppure non lo è. Proprio come il suo curatore – il designer austriaco Robert Stadler: che è un designer ma anche non lo è. Perché lo sguardo che offre sulle cose è quello di un artista.

Robert Stadler, l’artista

Perché Robert Stadler fa cose “da artista”, e più spesso in musei che in fiere di settore. Un esempio? Gli “arredi” progettati per affiancarsi alle opere di Iasmu Noguchi al Noguchi Museum di New York. Sostegni in travertino che sembravano usurati quanto le opere dello scultore, ma la cui erosione era stata realizzata con una stampante 3D. Un altro? Il suo Design Salon al MAK Museum di Vienna. Dove ha coperto mobili del XIX secolo con un mantello “invisibile” (decorato con motivi che ricordavano il parquet del museo).

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Robert Stadler, il designer

Eppure Robert Stadler è sicuramente anche un designer. Uno che capisce molto bene non solo il significato di forme e materiali, ma anche cosa c’è dietro: i processi di produzione e le questioni di efficienza economica della produzione. Quando ha ridisegnato la 214 Chair per Thonet, per esempio, l’ha resa più accessibile economicamente trasformando lo schienale in un unico pezzo. Senza che l’oggetto perdesse il suo aspetto iconico.

«La maggior parte degli stilisti di successo ormai non disegnano più vestiti. Sono manipolatori di immagini in perfetto controllo dei social media. Penso che lo stesso stia accadendo nel design»

Vitra Typecasting alla Pelota

Considerando il doppio approccio al design di Robert Stadler e il suo talento riconosciuto per le installazioni, è impossibile non considerare Vitra Typecasting come uno dei must del Fuorisalone 2018. Perché Stadler è un uomo che sconfigge le categorie, in grado di discutere degli oggetti come portatori di identità, uno che interroga lo status quo. E che, per farlo, usa il design per farlo: come mezzo espressivo che capisce intimamente, ma è felice di sorpassare.

Robert Stadler, qual è il concetto alla base di Vitra Typecasting?

«Uno dei miei obiettivi era fornire la possibilità di rileggere oggetti familiari. L’ho fatto evitando le categorie tradizionali (come la funzione o la data di creazione). E analizzando gli oggetti come personaggi appartenenti a varie comunità. Fare questo mi ha permesso di creare una correlazione tra la personalità di un oggetto e quella di chi lo usa. È un approccio giocoso per mettere in discussione la funzione sociale del mobile nella nostra società contemporanea».

Cosa intendi quando parli della personalità dei mobili?

«La Living Tower di Verner Panton è chiaramente un arredo socialmente aggregante. La sedia di Richard Artschwagers, invece, può sembrare esserlo meno. Eppure in Vitra Typcasting le ho messe insieme. Perché la connessione appare chiara quando si legge che il nome del pezzo di Artschwagers è Chair/Chair. E ci si rende conto che le sue strane proporzioni permettono a due persone di sedersi. Alcune attribuzioni di carattere sono quindi visivamente ovvie, per altre invece serve uno sguardo più ravvicinato. Quelle ovvie aiutano a entrare nella narrazione e incuriosire il visitatore: perché poi abbia voglia di approfondire le altre».

Qual è il valore aggiunto (per i progettisti, i produttori e il pubblico in generale) di questo pensiero?

«Vitra Typecasting – oltre a essere una mostra di mobili – parla di noi e dei nostri atteggiamenti sociali. Gli arredi di design, qui, ci fanno riflettere ironicamente sul nostro strano ma potente desiderio di esporci, in particolare sui social media. Che è un fenomeno su cui riflettere, come designer, perché sta influenzando il modo in cui si progetta».

I mobili parlano davvero di chi siamo? Come pezzo singolo o in un ambiente?

«La combinazione tra le cose con cui decidiamo di circondarci dice molto di più su chi siamo di un singolo oggetto. Che può essere un colpo fortunato, un regalo o un acquisto dell’ultimo minuto. La foto d’insieme, invece, è come una rappresentazione grafica del nostro cervello».

In che modo i cambiamenti sociali, economici e tecnologici influiscono sul design, in particolare quello dell’arredo?

«Tutte le forme artistiche sono legate ai cambiamenti sociali. Alcuni li seguono, altri li contrastano o li accompagnano. Le nove diverse comunità in Vitra Typecasting sono il frutto di una scelta soggettiva che avrebbe potuto essere diversa. Per esempio nella categoria Slashers, ovvero le persone che passano costantemente da un’attività all’altra. Questo tipo di personalità emerge chiaramente nella serie di sedie di Fukasawa dove la stessa forma esiste in nove materiali e finiture differenti. E in questo caso l’idea modernista della verità sulla materia viene messa in discussione sottolineando la libertà di progettazione garantita dalle nuove tecnologie. Oppure prendi il Tool Stool di Konstantin Grcic nel gruppo Restless. L’oggetto stesso è statico, ma è stato progettato per stimolarci ad avere un comportamento più dinamico: anziché rimanere per ore su una grande sedia da ufficio».

Il mobile conta ancora oggi, nella nostra società iper-tecnologica, e perché?

«Il design del mobile è decisamente in una fase di cambiamento. È sempre interessante osservarlo rispetto alla moda, che viaggia velocissima ed è un vero sismografo del cambiamento sociale. La maggior parte degli stilisti di successo ormai non disegnano più vestiti. Sono manipolatori di immagini in perfetto controllo dei social media. Penso che lo stesso stia accadendo nel design».

Intendi dire che i social media stanno influenzando il design del mobile come accade nel fashion?

«Il mobile – e molte altre cose – è sempre più progettato per essere “instagrammable”. Il che è un peccato perché di fatto cancella il valore di tutto quanto va oltre il look. Ecco perché oggi qualsiasi oggetto ben pensato, ben realizzato, con un’anima propria sembra una riflessione nostalgica sul passato. Malgrado il mio apprezzamento totale delle tecnologie digitali, io credo ancora nella singolarità dell’oggetto. Penso che abbracciare le attuali evoluzioni del nostro mondo digitale e tuttavia non proporre oggetti che funzionano solo come immagini sia la strada da percorrere per salvare il design».

Cosa vedremo alla Pelota?

«Il visitatore sarà immerso in un panorama di circa 200 oggetti. Ci saranno gli attuali prodotti Vitra, ma anche prototipi, edizioni, idee dimenticate e visioni per il domani. Dei video offriranno punti di vista insoliti e zoom sui dettagli delle opere esposte: verranno trasmessi su due grandi schermi a LED. Su un terzo schermo centrale, mostreremo un video 3D di Samuel Fouracre che racconta la storia dei divani “comunitari”. Vi sono ad esempio i risultati del progetto e dell’esposizione del Citizen Office del 1991/93. Perché nonostante nessuno di quei pezzi di Ettore Sottsass, Michele de Lucchi o Andrea Branzi sia entrato nella produzione di serie, il loro impatto sul design è stato notevole».

Qualche scoperta per te?

«Per esempio la somiglianza nella forma di Granpa Beaver di Frank Gehry e How High the Moon di Shiro Kuramata che sono una “coppia” nel gruppo Dating Site Encounters. Un’altra coppia di questo gruppo è la sedia geometrica di Scott Burton e il divano Polder di Hella Jongerius. Insieme creano una sottilissima linea tra arte e design. Perché mentre la sedia di Burton è quasi irriconoscibile come tale, il divano di Jongerius è chiaramente un divano. Eppure entrambi sono composti sovrapponendo volumi geometrici».

Vitra Typecasting, Pelota, Via Palermo 10.

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