Design, Progetti
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Progettare la coscienza civile si può. A San Marino si discute su come farlo

È iniziato il 28 maggio a San Marino l’incontro internazionale «Designing Civic Consciousness» (fino al 1 giugno). «Perché progettare la coscienza civile si può», spiega il Vicedirettore del Corso di Laurea Magistrale in Design, Gianni Sinni. E il nemico da combattere è la semplificazione. Ecco perchéCittadinanza, coscienza civile, rapporto con le istituzioni. Tematiche di drammatica attualità, nel tumulto politico del momento. E che molto hanno a che fare con design e architettura, come prova il fatto che a esse fosse dedicato uno dei padiglioni a mio avviso più interessanti della Biennale di Architettura di Venezia, quello statunitense.

Si può progettare una coscienza civile? E come? Quali strumenti potrebbero portare a un nuova educazione civica? E perché la semplificazione è un problema (su questo abbiamo già scritto qui)? Su queste domande l’Università di San Marino ha costruito il programma di Designing Civic Consciousness. Una serie di lezioni e workshop iniziato il 28 maggio e che proseguirà fino al 1 giugno, cui partecipano filosofi, storici e designer.

SCARICA QUI IL PROGRAMMA DI DESIGNING CIVIC CONSCIOUSNESS

Ne abbiamo parlato con Gianni Sinni, Vicedirettore del Corso di Laurea Magistrale in Design dell’Università di San Marino. Che spiega: «Una didattica che promuova il design for social innovation diviene un passaggio essenziale per affrontare le complessità della crisi in atto».

Si parla già da molto tempo di design for social innovation. Cosa manca, allora? Cosa non va nel modo di posizionare il design for social innovation ora, in Italia e all’estero?

«Il “design per l’innovazione sociale” significa progetti che promuovono un cambiamento di valore sociale attraverso un metodo sostenibile. Ma spesso manca la vera volontà di implementare il cambiamento. Facciamo un esempio. Rendere più accessibili i servizi digitali della pubblica amministrazione renderebbe più effettivo l’esercizio dei diritti dei cittadini. E allo stesso tempo meno distante la percezione dello stato. Nessun problema tecnologico si frappone al raggiungimento di questo obiettivo. Ed è la strada intrapresa negli ultimi anni dal regno Unito con il progetto di digitalizzazione dei servizi Gov.uk e in Italia dal Team Digitale. Dov’è il problema allora? Ma tutti questi progetti incontrano le maggiori difficoltà all’interno delle amministrazioni. Nel superamento di quelle logiche burocratiche che sovrintendono alla maggior parte dei processi amministrativi».

Mario Cucinella, in relazione al suo Padiglione Italia alla Biennale, ha detto che “l’architettura è politica”. Anche il design lo è? In che termini?

SUL PADIGLIONE ITALIA LEGGI QUI

«Certamente. Progettare è un atto eminentemente politico perché riguarda l’idea di come conformare il nostro futuro. Il design è politica quando migliora i processi istituzionali (come nell’esempio appena citato). Quando incentiva i processi democratici di partecipazione, aiuta la trasparenza, mette in atto processi partecipativi e inclusivi all’interno del progetto. Come affermava un famoso designer (AG Fronzoni) “Chi ricusa di progettare accetta di essere progettato”».

Chi secondo lei è il “nemico” da combattere per creare una nuova coscienza civile?

«La semplificazione. Ogni società, e in particolare la democrazia, è un sistema complesso. In cui solo la comprensione del rapporto dinamico che lega l’esercizio dei diritti alla responsabilità dei doveri permette di avere la corretta visione d’insieme. Ho parlato non casualmente di rapporto dinamico. Perché, così come la società evolve, anche le regole di convivenza civile hanno la necessità di essere aggiornate e rimodulate. L’educazione civica dei nostri giorni non può più essere quella che fu a suo tempo introdotta nella scuola italiana da Aldo Moro. Era il 1958. Lo studio della Costituzione rimane senz’altro un punto fermo. Ma l’educazione civica dovrebbe aggiornarsi, per esempio includendo i rapporti sociali online…»

Esiste una posizione “di destra”o “di sinistra” nella ridefinizione della coscienza civile attraverso il design?

«Sicuramente esistono diverse posizioni. C’è chi ritiene che la partecipazione democratica si possa basare su una visione taumaturgica delle tecnologie dell’informazione. Di cui la cosiddetta “democrazia diretta” rappresenta l’estrema semplificazione. E c’è chi ritiene invece che la crescita civile di ciascun cittadino, con il suo valore di complessità, debba passare attraverso la progettazione di processi abilitanti».

Cosa pensa del fatto che il design sia spesso inserito all’interno dei corsi delle business school? è un bene o un male in un’ottica di sviluppo di design per social innovation?

«Direi che si tratta senza dubbio di una cosa positiva. I principi del design thinking e del service design mettono l’accento su user experience e inclusività. E possono costituire un valido presupposto per la valorizzazione del fattore umano, in un mondo spesso orientato a valutare il solo profitto quale indice di successo».

I vostri incontri nascono all’insegna della “consilienza”. Cos’è?

«La consilienza è quel principio in base al quale una tesi viene consolidata dalla convergenza dei risultati di ricerche proveniente da ambiti disciplinari diversi. Si tratta di un approccio interdisciplinare sempre più irrinunciabile quando ci si confronta con sistemi socio-tecnologici complessi. Come testimonia l’estesa applicazione delle digital humanities (o informatica umanistica). Nel nostro caso rappresenta perfettamente lo spirito con il quale questa iniziativa di Designing Civic Consciousness ha preso corpo. Cioè da un incontro tra filosofi, storici e designer che, nelle loro ricerche, lavoravano sul tema del critico stato in cui versa oggi la coscienza civile.

Quale sarebbe, per lei, un ottimo risultato ottenuto da questo convegno?

«Direi portare all’attenzione del mondo della scuola e della formazione universitaria le idee e le esperienze legate all’educazione civica. Nella duplice prospettiva di crescita civile e progettuale delle giovani generazioni».

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