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Deyan Sudjic: il nuovo London Design Museum parlerà di futuro

«Rischiare è l’unico modo per andare avanti, quando si fa cultura», dice il Direttore del Design Museum di Londra Deyan Sudjic in questa intervista esclusiva pubblicata su DLui la Repubblica. Ecco perché, per raccontare cos’è il progetto oggi, il suo nuovo museo – che dal 24 novembre, con il cambio di sede a Kensington e la ristrutturazione di John Pawson, sarà il più grande al mondo – metterà in scena non solo oggetti ma contesti, processi, modi di pensare.

Scarica qui il PDF dell’articolo pubblicato su DLUI il 1 ottobre 2016

Da Kensington High Street si vede solo il tetto di rame con la volta in torsione di cemento: la prima realizzata in Gran Bretagna nel dopoguerra, ragione per cui il Commonwealth Institute è considerato un gioiello architettonico. Per il resto, il cantiere che sta trasformando questo edificio del ’62 nel nuovo Design Museum di Londra, con progetto a firma di John Pawson, è nascosto agli occhi del pubblico.

Ancora non si vede Holland Park, che gli farà da scenario verde sul retro, né la copertura laterale di vetro, costruita su modello dell’originale. I passanti, però, si avvicinano lo stesso. «Sa per caso quando apre?», chiede una signora, capelli bianchissimi e sandali malgrado il cielo plumbeo. Mancano meno di due mesi all’inaugurazione del 24 novembre, ma la nuova location, a due passi dal Victoria & Albert, dal Science Museum e dal Royal College of Art, attira i curiosi: in un anno che passerà alla storia per una serie di aperture straordinarie in città (prima la Tate Modern, a breve una nuova ala del V&A), l’entusiasmo per il trasloco dall’edificio in stile Bauhaus in Shad Thames al prestigioso quartiere di Kensington è palpabile. Non solo tra gli addetti ai lavori. «Non vedo l’ora di passeggiare tra modelli di caffettiere e macchine da scrivere», continua la signora. «Quando avrà 70 anni capirà».

schermata-2016-10-04-alle-09-37-34Deyan Sudjic, il direttore del Design Museum che ci accoglie per questa nostra intervista in anteprima, ne ha 63 e lo capisce bene. Eppure non cede alla tentazione del revival. «Il passato esercita un fascino innegabile, non solo sulle persone di una certa età. Mia figlia ha 20 anni e fotografa con una Polaroid, i ragazzi vanno pazzi per vinili e riviste di carta», racconta nel suo nuovo ufficio di legno e vetro, dopo essersi tolto l’elmetto giallo e il gilet catarifrangente d’ordinanza. «Chi si aspetta i greatest hits o il classico percorso da Thonet a Joe Colombo e Mendini, però, rimarrà deluso. Non abbiamo lavorato così tanto e così a lungo per rifugiarci nel passato, ma per guardare al futuro». Detto da un uomo che usa il soggiorno di casa per esporre una collezione di sedie, fa pensare. «Sarebbe anacronistico e noioso», spiega. «Non per negare il piacere di guardarsi indietro. Ma per convincere le persone ad abbandonare divano e touchscreen, dobbiamo far pensare e non glorificare la nostalgia».

Il «così tanto e così a lungo» di cui parla Sudjic è l’understatement inglese per descrivere 10 anni di lavoro necessari a trovare la location, definire il progetto e metterlo in atto. Facendo quadrare i bilanci. Il solo sforzo per trovare gli 80 milioni di sterline, in un periodo in cui le sovvenzioni statali sono ridotte all’osso, ha impegnato Sudjic in operazioni che vanno dal classico networking alle vendite all’asta, fino all’organizzazione di iniziative alternative e coinvolgenti per il pubblico (come le adozioni online di oggetti da mettere in mostra). «Ne è valsa la pena per arrivare alla situazione migliore possibile e soddisfare la nostra ambizione:

«fare per il design quello che Tate Modern ha fatto per l’arte contemporanea, mettendo una disciplina spesso incompresa al centro della vita culturale del nostro tempo».

In effetti questo cambio di location ha tutte le caratteristiche per essere un evento epocale. Non solo per Sudjic, che ci lavora dal 2006, né perché è il primo progetto pubblico di John Pawson (che ha costruito abbazie e case private e mai edifici accessibili a tutti). Ma soprattutto per la disciplina. Quello che apre il mese prossimo, infatti, sarà il più grande museo interamente dedicato al design al mondo, l’unico a non essere parte di un’istituzione “madre” (come succede al MoMA o al Centre Pompidou), il solo specializzato (come il Museo della Triennale di Milano o il Die Neue Sammlung di Monaco) e avere anche una collezione permanente gratuita accanto alle mostre temporanee a pagamento (che saranno sei all’anno). E anche quello con più visitatori. «Nella vecchia sede staccavamo 250mila biglietti all’anno», dice Sudjic. «Ora che siamo in una zona di passaggio, con uno spazio più importante (10 mila metri quadrati suddivisi in tre ali), contiamo di arrivare fino a 600mila». Impresa non facile se si pensa che il Cooper Hewitt Design Museum di New York, che ha raddoppiato il numero dei visitatori dopo la ristrutturazione del 2015, ne ha registrati 275mila da gennaio a luglio 2016. «Sarà una sfida. Ma siamo convinti di avere la ricetta espositiva giusta: oggetti scelti non per il look o per chi li ha fatti, ma per la storia che sanno raccontare. Una storia che spieghi chi siamo e dove andiamo».

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Al nuovo visitatore, il Design Museum si presenterà come un’architettura dentro l’architettura: un box di tre piani in legno e vetro le cui geometrie giocano con quelle della volta di cemento che lo sovrasta. «La ristrutturazione è stata complessa, abbiamo eliminato tutto tranne il tetto, sostenendolo come su dei trampoli. Gli edifici degli anni 60 non venivano ben isolati e le pareti del Commonwealth Institute sembravano quindi quelle di un frigorifero abbandonato all’aperto per anni», dice Sudjic. È proprio la constatazione del valore del recupero che ha convinto il direttore a posizionare al piano superiore l’esposizione permanente, quella ad accesso gratuito. «Per arrivarci, i visitatori avranno la possibilità di ammirare un’architettura che insegna come salvare il pre-esistente sia più importante, anche se meno glamour, del costruire da zero».
La permanente si chiamerà Designer Maker User. «Gli oggetti non saranno organizzati cronologicamente, ma esposti secondo le problematiche che affrontano. Le cose non esistono nel vuoto ma sono parte di una coreografia di interazioni. Un kalashnikov, per esempio, è un “buon design” per chi lo ha inventato e realizzato (funziona, è low cost e indistruttibile), ma ha un significato sinistro per tutti gli altri. Allo stesso modo esporremo la Model T della Ford: per parlare della prima vettura prodotta in massa ma anche per analizzare cosa questa manifattura ha significato per le città». Nella sezione a ingresso libero ci sarà anche una parete di sei metri con oggetti selezionati dal pubblico su una piattaforma online, il Crowdsourced Wall. Che suona, a partire dal nome, come una concessione al mondo dei social. Il Design Museum, infatti, anche su quel fronte è all’avanguardia: con i suoi 3 milioni di follower è già su Twitter il museo più seguito al mondo. «Il nostro è prevalentemente un pubblico giovane, interessato a new media e tecnologie», dice Sudjic. «Ma il mondo virtuale serve per creare un dialogo che deve approdare al luogo fisico». Le installazioni interattive, per esempio, devono intrattenere e spiegare. «Avremo degli specchi in cui ci si può vedere vestiti da mod o punk, per  raccontare come il tempo cambia lo sguardo sulle tendenze e gli oggetti: un abito è uno scandalo se arriva troppo in anticipo sul mercato, ma sei mesi dopo è roba vecchia. Dopo 10 anni ricomincia a piacere e dopo 25 diventa da collezione».

«Niente “best of” né operazioni nostalgia: per affascinare le persone è molto meglio regalare pensieri nuovi»

Far discutere è del resto parte della storia del Design Museum, segnata da polemiche fin dalle sue origini. Il tema? Sempre lo stesso: che cos’è o non è il design. Nato nel 1982 per volontà del patron di Habitat, Sir Terence Conran, e del critico Stephen Bayley, il museo è stato ospite della Boilerhouse, nel seminterrato del V&A finché l’allora direttore Roy Strong, sdegnato, non gli diede lo sfratto per il passaggio dalle mostre sul costruttore di ponti Brunel a quelle sul branding della Coca Cola. «Una benedizione travestita», pare abbia commentato Conran. Perché con il trasferimento in un ex magazzino di banane sul Tamigi, la sua sede nel 1989, il museo diventa indipendente.
Sotto la direzione di Alice Rawsthorn, dal 2001 al 2006, il numero dei visitatori aumenta del 40%, la partecipazione ai programmi educativi raddoppia e il suo sito web diventa quello di settore più letto al mondo. Ma nel 2004 James Dyson, l’inventore del celebre aspirapolvere simbolo del made in Britain e membro del board, se ne va sbattendo la porta: le mostre su flower stylist e i videogames erano per lui un insulto alla professione di Dieter Rams o Ettore Sottsass. Sudjic arriva quindi proprio nel 2006, dopo un periodo trascorso in Italia dove ha diretto la rivista Domus e la Biennale di Architettura di Venezia 2002. «Le discussioni sono sempre nate dallo scontro tra modi diversi di intendere il significato della parola design», spiega, «che non è soltanto abusata, ma si riferisce a una disciplina in continua evoluzione perché legata indissolubilmente al presente». Del resto basta guardare i titoli delle mostre che hanno segnato i cambi di sede del museo: Art & Industry al V&A, Culture & Commerce  a Shad Thames, e ora Fear & Love, a cura di Justin McGuirk. «Il compito di un curatore è cercare il nuovo, non per fare qualcosa di moda ma per mettere in discussione proprio cosa sia il design e che impatto può avere nella definizione di una nuova qualità della vita». Ci vuole del coraggio, soprattutto in un ambiente in cui – come ha dimostrato la storia di questo museo che si candida oggi a diventare la Tate del design – basta poco per mettere la propria carriera a rischio. «Sono tempi in cui non rischiare almeno un po’, soprattutto dopo il caso Brexit, significa soccombere alla chiusura mentale. Il nostro lavoro è in bilico tra fear and love, paura e amore. Ma noi siamo sul pezzo».

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