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Alexandre de Betak: ecco come disegno sogni (in passerella)

Da 25 anni crea ambienti da sogno per Dior, Michael Kors, Viktor & Rolf: Alexandre de Betak, produttore cult, racconta perché le sfilate sono ancora eventi d’eccezione. E, soprattutto, perché raccontano sempre il nuovo (ben oltre le collezioni di moda).

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DIOR COUTURE FW14

Dior Haute Couture FW 2014

Ci si chiede spesso se le sfilate di moda abbiano ancora un senso nell’era dello streaming – quando ormai tutti i fashionisti possono godersi lo spettacolo come se fossero nell’ambitissima front row. Ovviamente la risposta è sì, hanno ancora un senso e la ragione è semplice: le sfilate sono spettacoli progettati come esperienze da vivere in prima persona, come episodi che immergono l’individuo in spazi di sogno, impossibili da comunicare con la tecnologia (almeno per il momento), in tutta la loro intensità. Ma, soprattutto, solo i luoghi in cui spesso viene espresso il meglio della creatività a tutto tondo.

La magia di una sfilata, infatti, dipende solo in parte dalla moda. La passerella, negli anni, è diventata un luogo di ispirazione, un evento che nasce dalla multi-disciplinarità più spinta. Non è un caso che, per sapere davvero chi sono i talenti emergenti nella musica, nello styling, nel food e nell’arte e nelle performance spesso il luogo in cui guardare sono proprio gli eventi delle Fashion Week…

Ne ho parlato, qualche tempo fa, con Alexandre de Betak, che da 25 anni inventa mondi da sogno per marchi come Dior, Viktor & Rolf, Berluti… Tra le sue ultime creazioni memorabili, la sfilata di Dior Haute Couture a Parigi, in cui ha trasformato – ispirandosi alla ceramica Valentine Schlegal – il Musée Rodin in un abbraccio di orchidee bianche.

PETER PILOTTO RTW FW14

Peter Pilotto, RTW FW 2014

Come si crea una sfilata?

«Con precisione, organizzazione militaresca e disciplina ferrea. La parte creativa è solo un’intuizione iniziale, una scheggia che ti attraversa il cervello quando, per esempio, lo stilista ti dice «spose vergini ucraine» e tu ti immagini un tunnel, del laser, la neve che fiocca. Il messaggio deve essere immediato, l’allestimento emozionante, lo storyboard deve toccare le corde giuste perché per essere riuscito, un evento di moda deve essere memorabile».

Cos’è cambiato, nel suo lavoro, dagli anni 80 a oggi?

«L’impatto delle sfilate: prima erano viste da pochi privilegiati, oggi da chiunque abbia accesso a YouTube. Vanno quindi progettate per essere vissute di persona ma anche per funzionare online. Emozionare è anche diventato sempre più difficile: il nostro pubblico è molto colto, ha visto di tutto, non rimane a bocca aperta facilmente».

E lei allora cosa fa per ispirarsi?

«Mantengo uno sguardo curioso sulla vita. Le discipline cosiddette artistiche spesso mi annoiano. Mi perdo online leggendo di scienza, tecnologia, natura. Imparo come cresce una pianta, come funziona una formula matematica, come si costruisce un razzo. ».

Ha ancora un senso parlare di tendenze?

«No, se si intende una palette colore o la forma di una gonna. Invece ha un senso parlare di stili di vita che si evolvono. Penso che questo sia il momento della vita “slow”. È un paradosso: la gente guarda alla moda (un mondo che non si ferma mai) per capire “che aria tira”. Ma chi ci lavora viene ispirato da tutto tranne che dal fashion. Per quanto mi riguarda direi che è l’ultima cosa di cui tengo conto quando cerco ispirazione. So che è lo stesso per gli stilisti».

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