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Disegno, lo slow journalism che funziona

Dopo cinque anni come semestrale, la rivista di design inglese Disegno comincerà a uscire con quattro numeri l’anno a partire da Aprile. È una conferma che lo slow journalism funziona, anche nel design.

«La carta non è morta», dice Johanna Agerman Ross. «È questa la vera notizia. E questo annuncio è il nostro modo di festeggiarla». Quando, nel 2011, la ex caporedattrice di Icon ha annunciato la nascita di Disegno – una rivista di approfondimento dedicata a design, architettura e moda che è anche un sito e un salon di eventi – ricordo di aver pensato: «Good luck». Malgrado la bravura di Johanna, infatti, che tra le giornaliste di design è una delle più puntigliose, accurate e capaci di spaziare, i tempi erano durissimi, con testate che chiudevano e altre che si spostavano su scivolosissimi terreni di ibridazione inventati solo per attirare inserzionisti della moda e del lusso. Invece, contro ogni aspettativa, la settimana scorsa la redazione ha annunciato che a partire da aprile 2016 Disegno passerà da due a quattro numeri l’anno (e verrà anche reinterpretata graficamente dai nuovi art directo Florian Böhm e Annahita Kamali di Studio AKFB, famosi in italia per il loro Cookbook).

È una notizia colpisce e che in qualche modo rassicura in un mondo in cui sempre di più a spopolare (e a fare i veri grandi numeri) sono i blog puramente orientati verso il prodotto. Cioè luoghi dove il cuore del progetto – la sua capacità di diventare storia, il suo tentativo di dare un valore antropologico e culturale alle scelte estetico-funzionali, rispondendo a una sensibilità diffusa – viene banalizzato o dimenticato sull’altare della velocità di consumo dell’“informazione”. Ed è, questa di Disegno, anche una notizia che incoraggia, facendo pensare che il meta-trend di cui si tanto parla – la non cannibalizzazione da parte dell’e-book del libro tradizionale che ha ripreso le vendite in modo sostanziale nel 2014 – possa anche riflettersi nel settore delle riviste. Che, non dimentichiamolo, se fatte bene, con cura critica e con uno sguardo attento e sensibile, hanno un ruolo importantissimo nel traghettare un discorso culturale valido da un settore di nicchia al grande pubblico, semplificandolo senza perderne però l’essenza.

Che è proprio quello che fa Disegno, di cui abbiamo parlato con la fondatrice e direttore Johanna Agerman Ross.

Da due a quattro numeri l’anno è una scelta ancora decisamente controtendenza.

«Negli ultimi anni, progressivamente, si è capito che la carta ha ancora un suo spazio importante e mi piace pensare alla nostra decisione di diventare un trimestrale come a una celebrazione di questa notizia. Ma si tratta anche di un’evoluzione naturale, prevedibile quando una testata funziona. Del resto è stato Tyler Brûlé (inventore e direttore di Wallpaper negli anni 90 e poi fondatore e direttore di Monocle, testata valutata da FT 115 milioni di dollari, nrd) a chiedermi un giorno quando mi sarei decisa a trasformare Disegno in un trimestrale. Sono passati cinque anni e siamo cresciuti: abbiamo una redazione, una rete distributiva solida (abbiano scelto fin dall’inizio un distributore molto forte, che ci ha permesso di essere nei luoghi giusti), un parco di inserzionisti che ci apprezza e ci segue. E molti più contenuti rispetto a quanti riusciamo a pubblicare su due soli numeri. Sono profondamente convinta che ci sia più spazio ora che mai per delle testate specializzate, fatte bene, pensate per un pubblico specifico come il nostro».

Come dici tu, si tratta di un’evoluzione naturale ma solo per una testata che funziona. Qual è il segreto di Disegno? Cosa porta il suo pubblico a decidere che gli 11,99 euro del prezzo di copertina sono ben spesi?

«Disegno è nato da tre desideri. Il primo era di creare una rivista di altissima qualità: con della carta bellissima, una stampa perfetta, fotografie progettate e realizzate ad hoc. All’interno di questo contenitore curatissimo volevo realizzare il mio secondo desiderio: dare spazio a un giornalismo di approfondimento dedicato all’esperienza fisica del design. Non ne potevo più di scrivere snapshot su oggetti che non avevo mai veramente visto o persone che non avevo mai conosciuto. Dal primo giorno, quindi, Disegno va nei luoghi dove le cose accadono, tocca con mano, conosce le persone, parla con loro, osserva, registra. E la grafica, da sempre, lascia il respiro che un soggetto merita: alcune delle nostre feature stories arrivano a venti pagine. Dal punto di vista contenutistico, poi, volevo far sì che design, moda e architettura si alimentassero creativamente a vicanda.

Qualche esempio di storia ben riuscita?

«Mettere impegno nella ricerca delle informazioni, avere uno sguardo diverso su un argomento, non farsi travolgere dagli eventi ma cavalcarli e fare le proprie scelte editoriali in modo sereno. Sono questi gli ingredienti per una buona storia. Per esempio quella che abbiamo fatto sui grandi cambiamenti che stavano accadendo al Royal College of Art (le misure prese per reperire nuovi fondi, l’elezione della nuova responsabile della sezione Design Products Dr Sharon Baurley, ndr): un tema di cui si parlava tanto nei “corridoi” che che nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare e che ci ha regalato grandi plausi del pubblico. Il che dimostra quanto disperato bisogno ci sia di buon giornalismo nel settore.»

 

0 Comments

  1. Ciao Laura,
    complimenti per il tuo blog e per gli articoli che leggo sempre con molto piacere su Repubblica.
    Sono sempre fonte di grande ispirazione e infatti ho preso molti spunti durante la ristrutturazione del mio appartamento a Milano. Ecco il risultato: http://www.silvia-iaia.com/flat-in-milan-citt-studi

    Se ti piace e ti va di condividere le foto, non esitare a farlo. Mi farebbe molto piacere se il mio piccolo appartamento farà parte del book dei tuoi flat di design.
    A presto
    Silvia

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