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Ronan Bouroullec: il design, la lentezza e il fascino segreto delle cose

«Il mestiere del designer è creare oggetti che parlino alle persone, sprigionando un fascino discreto, fatto di serietà e leggerezza. Per trovarlo, senza cadere nel ridicolo, penso a Jacques Tati». Una conversazione con Ronan Bouroullec.

Dei fratelli  Erwan e Ronan Bouroullec parlano sempre tutti benissimo. Le aziende del design fanno a gara per averli nella loro scuderia (cosa non facile). I giornali e le riviste dedicano loro copertine (recentemente erano sul New York Times Magazine). Ma, cosa molto meno scontata, Erwan e Ronan Bouroullec sono anche universalmente apprezzati anche dai colleghi designer. Niente frecciatine sussurrate dietro le spalle, niente commenti acidi. Nemmeno il tuffo nell’universo della moda (hanno firmato una collezione di accessori per Prada) o in quello del tech (progettano per Samsung) ha scalfito la loro immagine di progettisti colti, raffinati e integerrimi. Da due decenni occupano spazi ambiti da tutti – progettano per tutte le aziende “cult” del design, dall’anno scorso anche per Cassina che li ha corteggiati per 15 anni. Eppure il loro successo non sembra fomentare le gelosie che invece emergono in altri casi.

Perché piacciono i Bouroullec?

Io ho una teoria. Che Erwan e Ronan Bouroullec piacciano perché sono, come le cose che disegnano, (onni)presenze silenziose. Testimonial controcorrente di una lentezza e di una coerenza considerate preziosi in un universo caotico di immagini, messaggi e informazioni. Perché gli oggetti progettati dai Bourouellec non urlano, né vogliono stupire. Ma nemmeno sono ripetizioni sterili e senza rischi di uno stile già collaudato. Li guardiamo e ci sono familiari. Eppure qualcosa (nella loro forma, finitura, nel modo in cui sono prodotti o usati) li rende speciali. È un quid indefinibile, come un’anima… Ne abbiamo parlato con Ronan, che abbiamo incontrato allo showroom di Cassina, dove presentava l’ampliamento della collezione Cotone.

Ronan Bouroullec, come si infonde personalità in un oggetto, senza cedere al decoro?

«Sappiamo di avere la fama dei perfezionisti, che non rinnego. Però quando disegno non cerco la perfezione ma lo charme, il fascino. È da questo che parte il progetto perché l’anima delle cose non viene dalla perfezione dell’esecuzione ma dal loro modo di mettersi in rapporto con quello che sta loro intorno. Trovare questo fascino e definirlo non è semplice né immediato. Infatti non penso che sia presente in tutto quello che abbiamo: a volte c’è a volte meno».

Collezione Cotone edizione 2018, per Cassina, allo showroom Cassina in via Durini durante il Salone del Mobile 2018 (foto @lauratraldi)

Cosa intendi per fascino?

«L’equilibrio tra serietà e leggerezza. Le cose possono essere importanti ma devono sprigionare una immediatezza che le renda comprensibili e accettabili. Altrimenti diventano ridicole. Quando disegno, per capire se sto andando nella direzione giusta mi affido a Jacques Tati. Lui del paradosso della modernità aveva capito tutto. Allora guardo quello che ho messo sul foglio e mi chiedo: cosa direbbe lui? Mi prenderebbe in giro? Ma penso anche a chi crea canzoni, quelle che la gente ha voglia di fischiettare».

Cosa c’entra il design con le canzonette?

«C’entra perché si progetta meglio se si pensa agli oggetti come a delle melodie che devono funzionare ovunque. Senza protocolli e istruzioni d’uso, senza luoghi creati ad hoc per accoglierle, facendo partecipare emozionalmente una varietà di persone. Nelle canzoni che durano c’è un’universalità che deriva dall’aver saputo affrontare complessità enormi da parte di chi le ha inventate. Ed è questo che il design può fare: iniettare nelle cose una vita e un’energia che la gente riesca a cogliere in un istante. I progetti riusciti penso siano quelli che risultano sterili quando sono messi su un piedistallo: in uno showroom o in un museo. Ma che sono a loro agio tra la gente».

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Come si dà energia a un oggetto?

«Io parto dall’immaginario. Che è come una busta di thé immersa nell’acqua calda: che disegni farà? Quale atmosfera ne uscirà? Le possibilità sono infinite e noi esseri umani siamo in grado di perderci dentro. Se ci lasciamo catturare, se ci regaliamo il tempo per trovarle. Quello che so per certo è che una volta definita l’atmosfera e la qualità del fascino di un oggetto voglio riuscire a raccontarlo nel modo migliore possibile. Per questo realizziamo noi tutte le nostre foto e pensiamo in modo accurato a come presentarle. Anche perché spesso, soprattutto alle fiere, mi fa soffrire come lo fanno gli altri. L’accusa di perfezionismo, in questo senso, è calzante».

Le aziende storiche del design italiano chiamano sempre gli stessi designer. È un problema?

«Noi siamo tra quelli. Lo so benissimo. Però sono d’accordo con chi critica questa situazione e spero che si arrivi presto a dare spazio alla nuova creatività italiana. Certe scelte vengono compiute perché il mercato non ha il coraggio di provare qualcosa di diverso. Lo spazio per rischiare nelle aziende è ridotto al minimo ed è un vero peccato».

Alcova collection dei Bouroullec per Wonderglass al Fuorisalone 2018. Foto @lauratraldi

Forse è perché gran parte del mercato dell’arredo è rivolto al settore contract?

«Penso piuttosto che sia a causa di uno stile manageriale e di un approccio americano alla gestione. Che ha, forse necessariamente, obiettivi e metodi diversi da quelli che hanno fatto grande il design italiano».

Si sente un po’ di nostalgia in quello che dici…

«Infatti è così. Le aziende del design italiano sono state leader assoluti sia per quanto riguarda la tecnica che il progetto. Da una decina d’anni a questa parte, però, non è più così. Il saper fare è fortunatamente rimasto ma la visione e il progetto sono stati accantonati. In Italia si producono ancora mobili splendidi, di qualità incomparabile. Ma manca la capacità di cogliere il nuovo spirito del tempo, captare i nuovi movimenti, tradurre in oggetti l’immaginario contemporaneo. Tante aziende sono paradossalmente bloccate dalla loro stessa storia di gloria e il risultato è una perfezione senz’anima».

Installazione dei Bouroullec per Hay a Palazzo Clerici, Milano, con la sedia Elémentaire e i paraventi per Glas Italia. Fuorisalone 2018. Foto @lauratraldi

Cosa bisognerebbe fare?

«Fare ricerca. E allora mi chiederai se la nostra sedia per Cassina lo è. E io direi no. Però racconta quello che è rimasto grande dell’Italia. La precisione assoluta dell’estrusione di alluminio usata per realizzarla è l’espressione di una haute couture tecnica unica. La relazione tra le parti e la composizione sono possibili solo in questo mondo in cui ci sono mani che sanno tagliare, cucire e assemblare in modo perfetto. Non è questo che intendo quando parlo di ricerca. Però fare progetti di questo genere, con un’azienda come Cassina, ha anche un significato “politico”».

In che senso?

«Spiegare che per far sì che questo saper fare continui a esistere in Italia (cosa non scontata) serve il progetto. Per me Cassina era una meraviglia del Novecento, come lo erano Artek o Citroen. Cassina è l’immagine della haute couture italiana e il loro è un saper fare unico in Europa, qualcosa che sta tra artigianato e industria. Ma negli ultimi anni le sono mancate i due elementi che la rendevano davvero grande. La grande libertà di spirito di Binfaré e Magistretti unite alla follia e all’intelligenza di Pesce. Era questo mix che rendeva Cassina un’espressione radicale ma borghese, unica nel suo genere. Certo oggi questo mix dovrebbe avere ingredienti diversi ma con l’arrivo della Urquiola all’art direction abbiamo creduto nella possibilità di creare un immaginario nuovo. Ed è per questo che abbiamo deciso di lavorare per loro. Erano 15 anni che ce lo chiedevano…»

Parlando di ricerca, la vostra sedia Elémentaire per Hay è una low cost firmata. È ricerca, questa?

«Sì. In questo caso progettarla è stato come correre i cento metri. Una sedia a un prezzo basso (di parla di 90 euro, ndr) ma con una qualità e precisione estreme. Perché pur essendo di plastica non doveva avere la “facilità” estetica e il look e feel delle sedie low cost realizzate con questo materiale. Lo sforzo progettuale, in questo caso, è stato tutto focalizzato sul rapporto qualità e prezzo».

Cos’ha di speciale Elémentaire?

«La tecnica di produzione è l’iniezione. Ma il prodotto finito viene lavorato e dipinto perché i giunti scompaiano. La continuità del segno, infatti, rende elegante l’oggetto sottolineandone l’armonia. Che è delicata e semplice, non chiassosa ma nemmeno timida. Perché tante piazze e strade bellissime sono rovinate dalla presenza di sedie di plastica orribili. L’idea era di dimostrare che la piacevolezza estetica non è solo una questione di costo, ma di design. Mi piace paragonare Elémentaire alla cucina italiana che ha elementi basici ma la qualità e il mix perfetto degli ingredienti la rende universalmente apprezzabile. È la prova che si possa fare qualcosa di meraviglioso anche con poco».

Lavorate per le aziende per cui tutti i giovani designer sognano di progettare, però, nessuno sembra avercela mai con voi. Come mai?

«Non lo so. Quello che so è che io sono sempre pieno di dubbi. La settimana del Salone del Mobile è il nostro momento di euforia: l’unica in cui mi sento di essere riuscito a fare qualcosa di buono. Poi finisce e ripiombo nell’incertezza. Ho zero fiducia in me stesso e mi butto a capofitto nel lavoro. Perché davvero l’unica cosa di cui sono certo è che adoro il mio mestiere ed è per fare questo che sono nato».

Hai un consiglio per i giovani designer?

«Parlare alle piccole realtà, anche extra-settore, proponendo loro lavori seri, pensati ad hoc. Non seguire la strada percorsa dalle generazioni precedenti. Non funzionerebbe perché il mondo si è capovolto. Quando abbiamo iniziato noi la difficoltà consisteva soprattutto nel farsi notare: l’unico mezzo erano le riviste di settore e i tempi erano lunghissimi. Le aziende, però, avevano più voglia di rischiare. Ora è l’esatto opposto. Per questo è forse più proficuo rivolgersi altrove».

Foto di copertina di Studio Bouroullec

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