Opinioni
Leave a comment

Expo2015: un’opinione

Una visita a Expo2015 vale davvero la pena. Ma se non avete tempo di sedervi in uno dei ristoranti di qualità meglio saltare il pasto…

DSC_0070Quando sono arrivata a Expo, la settimana scorsa, ho avuto una strana sensazione di déjà vu. Come se in quel posto decisamente sui generis ci fossi già stata. Colpa del successo della manifestazione, ormai ritratta in lungo e in largo da reportage e da migliaia di foto indipendenti postate sui social network. Ma anche un po’ della sua stessa natura di kermesse gigantesca, quasi un parco divertimenti per adulti: come non sentirsi a Gardaland quando ci si trova in file chilometriche davanti ad “attrazioni” in cui si entra 80 alla volta?

Per vedere la mia storia fotografica

dedicata a Expo su Steller clicca qui.

Malgrado questo, aggirarsi in questo spazio enorme allestito da architetture spesso mozzafiato è un piacere per gli occhi. Ci sono spazi raccolti – gli austriaci hanno ricreato un bosco, gli inglesi un percorso concettuale per riflettere sulla scomparsa delle api – o super high tech – nel padiglione del Kazachistan era tutto un pullulare di touchscreen, cannocchiali 3D, video (incluso un cinema 4D); ambienti semplici ma piacevolmente didascalici (nello spazio estone si può salire su un’altalena e calcolare l’energia prodotta dal movimento) oppure capaci di suscitare meraviglia con effetti speciali semplici (bellissimo il tetto cantilever specchiato del padiglione russo!) DSC_0130

E nel padiglione Italia – senza dubbio uno dei più completi e davvero ricchi in termini di contenuto – c’è un’installazione meravigliosa di foto di paesaggi e architetture montate ad arte con della musica e proiettate in una stanza interamente ricoperta di specchi. Ne sono rimasta stregata…

IMG_8657Ma quello che mi ha stupito di più è stato osservare le persone che vi si aggirano fuori e dentro i padiglioni: a differenza di altri non-luoghi, infatti, che spesso seppur bellissimi sembrano non appartenere a nessuno tanto sono asettici, a Expo si ha l’impressione – data soprattutto dalle persone che la vivono ogni giorno – che tutto appartenga a tutti, tanta è la cura e la passione che viene sprigionata da chi ci lavora. Il clima, insomma, è un po’ da Olimpiade: tutti contro tutti in una gara per essere i più belli, i più interessanti, i più memorabili.

 

IMG_8989A Expo sono andata invitata da Rubner, l’azienda che produce legnami e prefabbricati di design. Per Expo, Rubner ha realizzato le strutture di due Cluster (i Cluster sono i padiglioni tematici che raggruppano le nazioni che non avevano i mezzi per presentarsi alla kermesse con una propria struttura), quelle del Children Park (vedi foto a destra, un bellissimo percorso interattivo che permette ai bambini di conoscere le piante con tutti i sensi) e di SlowFood. Quest’ultima è una delle esposizioni da non perdere (e non solo perché l’architettura è firmata da Herzog & De Meuron. Pur trovandosi alla “fine” del Decumano, quindi almeno 20 minuti a piedi dall’entrata, in una posizione non proprio felice, l’allestimento di SlowFood è infatti il vero e proprio fulcro di Expo: un percorso interattivo (ma senza schermi o facili trovate high tech) che racconta la biodiversità e i principi di base del movimento di Carlo Petrini, proponendo esempi e spiegazioni legati al quotidiano di chiunque e fornendo informazioni utili per cambiare il proprio stile di vita (per esempio quando si fa la spesa).

Non ho potuto fare a meno di pensare che avrei vissuto Expo in un altro modo se questa esposizione non fosse stata una chiusura ma un’apertura della manifestazione – secondo me, infatti, ne rappresenta il cuore e anche l’origine (avremmo mai pensato a dedicare un’esposizione universale al cibo e all’energia se non fossimo stati il paese che ha inventato SlowFood)? E non sarebbe stato meraviglioso se i vari baretti di cui è costellato il Decumano fossero stati gestiti da produttori locali italiani? Da fruttivendoli, formaggiai, panettieri o gastronomie capaci di offrire qualcosa di davvero memorabile?

Invece, passeggiando tra i padiglioni, non c’è traccia alcuna degli insegnamenti del movimento italiano più famoso al mondo. È vero, a Expo ci sono meravigliosi ristoranti stellati e c’è Eataly, con i suoi produttori selezionati (dove, ammetto, non sono entrata). Ma l’unico cibo “a portata di mano” per chi vuole vedere quanto più possibile in un giorno (cioè quello proposto dai piccoli locali che si trovano agli angoli tra i padiglioni) varia dal muffin al panino in stile autogrill fino al primo o secondo a prezzo da oreficeria (ho pagato 8,50 euro per due cucchiaiate di verdure cotte immangiabili). È paradossale ma proprio il cibo è l’unica cosa che mi ha davvero delusa di Expo.

Il trionfo del junk food, infatti, mi è parso non solo contraddittorio rispetto ai temi di Expo (come negare che lo sia? Non avrebbe dovuto avere spazio alcuno!) ma anche totalizzante: se è riuscito a vincere anche qui, allora davvero non c’è più speranza… La sua onnipresenza era come un ripetere incessante che va tutto bene finché si chiacchiera (gli insegnamenti dei padiglioni, gli sforzi congiunti di tutti i partecipanti nella promozione di un futuro sostenibile) ma quando si arriva ai fatti (l’effettiva gestione dei servizi) allora è chi conta davvero (economicamente) che prende il sopravvento. E non era SlowFood…

0 Comments

  1. Viviana says

    EXPO 2015 è un successo innegabile ovviamente non solo per le stupefacenti architetture (cit.), ma per il tema “feed the planet” che ogni paese ha declinato come meglio crede: la Corea e il Giappone o il Cluster Bioclimatico con l’ausilio d tradizione, la Germania con il ricorso all’uso consapevole d risparmio d risorse e dell’uso di antiche/sostenibili tecniche di agricoltura bio, Israele con l’aiuto della bioingegneria e di sistemi d’irrigazione che han trasformato deserti in oasi e così via…
    Chi più chi meno ha centrato il tema, sponsorizzando il proprio paese in un clima da “io sono il 1• d classe” ma qs è l’expo dai fasti di Paris/tour Eiffel ai giorni nostri
    Su slow food e terra madre versus Coca Cola e simili il discorso è un altro:
    – Slow Food e Terra Madre sono l’eccellenza di un vivere mangiare coltivare in maniera sostenibile in armonia coi territori d’origine e coi contadini che vivono d prodotti d terra
    – le multinazionali no ovviamente
    Ma la vicinanza ad Expo dei 2 modi opposti di pensare il cibo può portare giovamento n contaminazione intelligente
    In parte sta già avvenendo: qs è un’opinione di Carlin Petrini che faccio mia.
    In quanto a carretti regionali con prodotti autoctoni, ci sono all’interno dei clusters e comunque l’Italia e Milano col fuoriEXPO ne è piena!

  2. designlarge-d says

    Mah, dire che la vicinanza dei due mondi può dimostrare una contaminazione intelligente è un concetto che mi lascia dubbiosa – anche se dici che l’ha detto Petrini. Personalmente mi sarebbe piaciuto tantissimo trovare al posto di quegli orredi baretti sul decumano qualcosa di diverso. Non avrei sentito la mancanza del format autogrill-style. È vero che c’erano carretti di cibo in alcuni padiglioni ma diciamo che le location più a portata di occhi e di mano erano ovviamente proprio quei baretti. Sarebbe stato bello se il cibo “sostenibile” fosse stato quello più facile da raggiungere anche per chi non era necessariamente interessato. In ogni caso esprimo solo ed esclusivamente una mia opinione che in nessun modo pretendo che venga tradotta o percepita come una verità. E ci sono rimasta un po’ male, ecco. Soprattutto perché, proprio come dici tu, tutti hanno fatto del loro meglio per interpretare il tema Feed The Planet con serietà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *