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Oliver Burkeman: il pensiero positivo fa male alla felicità

Dopo anni passati a recensire i manuali di self help per il Guardian, l’illuminazione: il pensiero positivo è inutile, quando non dannoso, per la felicità. Se c’è una ricetta, dice Oliver Burkeman, eccola: accettare che la vita è un’alternanza tra bene e male.

Oliver Burkeman recensisce libri che aiutano le persone a essere felici sul quotidiano inglese The Guardian. Una vera e propria overdose di testi, che l’ha portato a detestare il “pensiero positivo”. Così, ha deciso di trasformarsi in cavia e sperimentare sulla propria pelle alcune delle metodologie dei guru della felicità. Risultato: un libro (The Antidote: Happiness for People Who Can’t Stand Positive Thinking, 2013), in cui Burkeman sostiene che l’ottimismo a oltranza, quando è autoimposto, porta alla frustrazione. Per essere felici è molto meglio un sano realismo. Anche un po’ pessimista.

Dire sì alla negatività per essere felici: non suona un po’ paradossale?

«In realtà è un’idea vecchia come il mondo. Seneca esortava gli uomini a vivere di stenti: avrebbero capito così di non aver bisogno di tutto quello che possedevano, e di essere in grado di sopravvivere anche nella povertà. Si tende spesso a soffrire di più per quello che siteme, che per un evento negativo in sé».

Quali cliché evitare, in tema di felicità?

«Anzitutto l’idea che sia possibile iniettare l’autostima nelle persone. E che basti qualche esercizio mentale, spesso insegnato da un guru che si fa pagare profumatamente,per far emergere la felicità che si annida segretamente in ognuno di noi. Il che equivale a pensare che si possa scegliere se essere felici o infelici (un’accusa che spesso si rivolge ai depressi, per esempio). Pericolosissimo. Ci sono persone che, malgrado tutto,si svegliano la mattina e vedono la vie en rose,sempre e comunque. Ma non è possibile sentirsi soddisfatti di se stessi utilizzando la sola forza di volontà:questa credenza è un mito, non un fatto».

Eppure ci credono in tanti.

«Perché sono cento anni che ci viene raccontata questa frottola.Che, non dimentichiamolo, si è trasformata in business multimiliardario, spesso gestito da cialtroni. Ci sono, però, numerosi studi che sostengono l’inefficacia del pensiero positivo. Lo ha dimostrato la psicologa Gabriele Oettingen: ha fatto disidratare un gruppo di persone e chiesto ad alcuni di loro di visualizzare, tramite apposite tecniche, un bicchiere d’acqua. Risultato: in chi aveva forzatamente immaginato l’agognata bevanda sono stati riscontrati livelli decisamente inferiori di energia, rispetto agli altri. A loro volta, gli psicologi dell’Università di Waterloo sono riusciti a dimostrare che i pazienti afflitti da scarsa stima di sé e forzati a ripetere a se stessi frasi positive continuavano astare peggio degli altri».

La felicità, quindi, non va cercata dentro di sé?

«Sicuramente è una forza che viene da dentro. Guai a subordinarla a fattori esterni, dei quali diventeremmo schiavi.Per farla emergere, però, non dobbiamo sottoporci a costrizioni, ma cambiare il nostro modo di percepire e vivere la negatività, accettandola come parte della vita, senza più temerla».

Com’è evoluta, nel tempo, la ricerca della felicità?

«Si tende a pensare che sia una mania di oggi, ma non ècosì. Se ne parla da sempre. Ogni filosofo,dall’AnticaGrecia al Dalai Lama, ha cercato di definirla e di proporre vie per raggiungerla. Ma la sua ricerca ossessiva, che caratterizza gli anni in cui viviamo, parte dall’approccio positivista di fine Ottocento. Il primo ad applicarlo alla psicologia umana è stato il farmacologo e psicoterapeuta francese Emile Coué, che ha ideato il principio dell’autosuggestione cosciente. Secondo Coué, il potere della mente deriva dalla capacità di rappresentazione mentale e dalla ripetizione ad nauseam di affermazioni positive, che trasformano un’idea nella realtà. Ne era a tal puntoconvinto da far incidere su un’insegna, all’entrata dell’ospedale che dirigeva, la frase: “Ogni giorno, da ogni punto di vista, vado sempre meglio”».

Praticamente un mantra…

«Che senz’altro funziona per alcuni, ma non per chi per natura è afflitto da scarsa autostima. Recenti studi hanno provato che questi individui stanno molto peggio se sono costretti a ripetere slogan positivi autosuggestionanti, perché la loro mente, in modo automatico, produce argomentazioni contrarie. Il risultato è uno stress insostenibile e un’autostima ancora inferiore. Del resto, sia Seneca sia il Dalai Lama, i cui scritti apprezzo moltissimo e considero una via dignitosa ed effettiva per allenarsi a essere felici, non parlano di pensiero positivo ma di autocoscienza di sé. Anche John Keats, il grande poeta romantico inglese, diceva che il vero genio esiste solo nella capacità di essere negativi. Esiste in chi è in grado di vivere la vita come un mistero costante, che non dà risposte certe. Solo il dubbio è in grado di elevare il pensiero a profondità che ci arricchiscono. Un assunto che può essere applicato anche nel quotidiano. Invece, viviamo in una cultura che esalta la sicurezza in sé, l’affermazione sulla domanda».

Quando la ricerca della felicità è diventata un fenomeno di marketing?

«Da quando è nato il concetto di branding, che poco a poco è stato applicato anche alle persone. Direi quindinegli ultimi 30 anni, con una forte accelerazione con l’avvento di una società connessa e globale. È infatti rilevante l’influenza dei media e di tutti gli esperti, più o meno professionali, che per anni ci hanno convinti della necessità di auto-monitorarci continuamente, per proporre al mondo la corretta visione di chi siamo. Psicologicamente, è una tragedia. Anzi, è la strada che porta all’infelicità, perché rendiamo il mondo esterno, e quello che pensa di noi,la ragione della nostra felicità».

C’è rapporto tra felicità e sentimento di possesso?

«Sì, ed è un rapporto quasi di sudditanza,che i libri di self help non hanno fatto altro che aumentare. Del resto, è normale: questo approccio positivista alla vita ha radici nel protestantesimo, una religione secondo cui il successo nella vita terrena (commerciale,politico,culturale) determina l’accesso al Regno dei Cieli. Una cultura che poi si è imposta nel commercio ovunque ma soprattutto negli Stati Uniti, dove è confluita progressivamente in tutto il training dei venditori prima e dei consulenti oggi. Un tempo, i prodotti industriali venivano venduti porta a porta: siguadagnava in base alle vendite. Si vendeva se si era capaci di convincere:era necessario piacere a se stessi, prima di tutto. I primissimi libri di self help riprendevano le teorie dei manuali per i venditori, adattandole a esigenze più allargate. Non è un caso chel’idea della felicità oggi sia legata al possesso e alla vendita».

Che fare, quindi, per essere felici: rinunciare?

«No: è necessario però smettere di credere nelle ricette facili. La felicità passa attraverso la coscienza di sé e l’accettazione del mondo, con le sue eterne alternanze di eventi positivi e negativi».

Come si arriva ad accettare la negatività?

«Cambiando prospettiva: accettando il fatto che nella vita serve l’alternanza. Le tecniche per arrivare a questa saggezza semplice le hanno inventate gli antichi. Il memento mori non era altro che la coscienza della mortalità accettata come fatto, ed elevata a motivazione per essere felici. A Londra sono di gran moda i Death Café,locali in cui i fanatici del memento mori si ritrovano per parlare della morte ogni settimana.Esiste addirittura un’App per l’iPad che calcola il tempo che ti resta da vivere, in base alla tua età e alle statistiche. Una cosa un po’ morbosa… Però è innegabile che incoraggi a una vita più attiva, meno chiusa in se stessa, più capace di sfruttare al massimo ogni attimo. Parlando seriamente: la tecnica più efficace per arrivare a questa saggezza è la meditazione. Per la quale è necessario, però, affidarsi a maestri degni: guai se fossero positivisti!».

Quali sentimenti lasciamo da parte perché siamo troppo occupati a cercare la felicità?

«La gratitudine, uno degli ingredienti fondamentali per essere felici. Seneca diceva che,per provare gratitudine, bisogna ricordarsi che le persone ci sono oggi, ma potrebbero non esserci domani. Un pensiero negativo, che però porta ad apprezzare gli altri in modo infinitamente più grande».

Immagino che, nelle librerie,il suo libro si trovi insieme a quelli di self help…

«Ovviamente sì. È uno degli aspetti negativi da accettare per essere felici comunque»

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su D la Repubblica nel 2013

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