Fuorisalone 2018
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Sedie che servono. Francisco Gomez Paz racconta Eutopia

Una sedia-manifesto di un nuovo modo di fare design 4.0. Francisco Gomez Paz racconta Eutopia, la superleggera disegnata e prodotta (industrialmente) del suo studio a Salta, in Argentina.

Francisco Gomez Paz ci ha messo tre anni per creare Eutopia, la sedia superleggera (1800 grammi) che il designer argentino presenterà alla Cascina Cuccagna e da Rossana Orlandi durante il Fuorisalone. Tre anni. Quando la domanda che tutti si fanno, quando arriva il Salone del Mobile è: abbiamo davvero bisogno di un’altra sedia? E quando lui avrebbe davvero tanto altro da fare (basta guardare il numero e la complessità dei progetti su cui lavora).

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Eppure creare qualcosa come Eutopia era il sogno di Francisco Gomez Paz.

Perché è stata pensata e sviluppata in totale libertà: senza una committenza, senza fornitori di supporto, senza scadenze e senza uno scopo se non il puro desiderio di sperimentare. E perché è un’innovazione squisitamente progettuale: grazie a un ingegnoso gioco di incastri è leggera e resistentissima.

Un design industriale, senza industria

Ma anche, e forse soprattutto, Eutopia è una sedia necessaria. Perché, per la prima volta, un designer crea, in solitudine, un oggetto industriale e lo produce. Non in Brianza ma in un luogo lontanissimo da qualsiasi industria del mobile: a Salta, in Argentina. E questo, secondo Francisco Gomez Paz, indica un futuro possibile per il design nell’era dell’industria 4.0. «Produzioni autarchiche ibride, industriali e seriali ma realizzate in botteghe tecnologicamente avanzate, in grado di produrre pezzi di qualità in numeri molto simili a quelli delle aziende del design tradizionali. Un design industriale senza industria». Un’utopia realistica. Cioè un’Eutopia…

Partiamo dall’oggetto. Perché Eutopia è così leggera?

«Perché la base è formata da 12 listelli di legno di 6 mm di spessore. Che non reggerebbero mai le forze in gioco ma che funzionano perché intersecate tra loro, a forma di croce. Anche le altre parti della sedia sono formate da pezzi di legno: in questo caso massello, 10 elementi in tutto per realizzare poggiabraccia, schienale e base. La riduzione del materiale della struttura è quello che permette di ottenere il peso di 1800 grammi».

In che senso si tratta di un prodotto industriale e non artigianale?

«In realtà Eutopia non è né l’uno né l’altro. È un oggetto ibrido tra industria e artigianato. È industriale perché fin dalla sua concezione. Eutopia è nata per essere prodotta in quantità elevate da macchine (taglio laser, fresa a controllo numerico, stampante 3D). Anche le singole parti sono state realizzate da macchine.

Per far funzionare l’incastro, per esempio, listelli e tondini di legno devono essere perfettamente complementari: per realizzarli ho dovuto progettare delle dime poi stampate in 3D che mi hanno aiutato nella definizione di forme e dimensioni.

Ma è artigianale perché nessuna azienda mai realizzerebbe un oggetto del genere. Che senso avrebbe, economicamente parlando, fare così tanti pezzi diversi e incastrarli in modo così elaborato quando una sedia si può stampare in due minuti?».

Però un artigiano avrebbe potuto realizzarla.

«Certamente. Però dovrebbe trattarsi di un artigiano che conosce la tecnologia, la modellazione in 3D, la progettazione degli strumenti (che ho fatto tutti io, a mano), la programmazione di frese complesse. Questo tipo di artigiano è, di fatto, un designer».

Ma se per un’industria non avrebbe economicamente senso realizzarla, perché lo hai fatto tu?

«Perché questo è, secondo me, fare, design. Se non è innovazione, il progetto è decoro. E per fare innovazione servono prima di tutto tempo e fatica».

(clicca sotto per guardare il video di Francisco Gomez Paz su Eutopia). L’intervista continua sotto

Sudore più che ispirazione?

«Il vero nuovo nasce dal pensiero “pulito”. E profondo. Dalla conoscenza intima delle cose. Se l’atteggiamento è quello di “uscire fuori dai canoni” è difficile che il risultato sia significativo. Perché spesso i canoni sono giusti e vanno compresi intimamente per poi usarli come un trampolino di lancio per spingersi più in là. Il mondo avanza se si accetta quanto di buono è stato fatto e si procede, non solo realizzato il diverso tanto per farlo».

Una sedia-manifesto. Perché ci tenevi così tanto?

«Per un motivo personale innanzi tutto. Volevo uscire dalla mia zona di comfort, che è quella della produzione industriale, per testarmi. E poi per una motivazione politica. Sembra un parolone, ma da ragazzo, per fare il designer, ho dovuto lasciare l’Argentina, un paese che è poi arrivato all’orlo del collasso e che ora sta inaugurando una nuova fase. In cui credo molto. Per questo ho deciso di passare la metà del mio tempo a Salta e l’altra metà a Milano. E dimostrare che ora è possibile fare design anche in Argentina. Per gli argentini in primis».

Perché dimostrare che fare design e produrlo, da solo, era importante?

«Perché dimostra un riassestamento nei giochi di forza tra chi pensa e chi fa. Prima della rivoluzione industriale, chi pensava faceva: ed erano gli artigiani. Poi l’industria ha slegato le due cose. Il designer progettava e l’operaio o la macchina realizzavano gli oggetti. Oggi nascono nuove possibilità e situazioni dove grazie alla tecnologia le due funzioni fondamentali si possono accavallare. Accade già, nell’artigianato. Ma in questo caso, parliamo di oggetti non singoli o fatti a mano ma in serie: non numericamente elevante ma molto vicine alla serialità del design italiano. Di Eutopia potreri farne anche centinaia al mese».

Cosa penserà l’industria del design italiano di questo manifesto?

«Ogni cosa ha il suo posto. L’industria del design è sempre più rigida e meno propensa alla ricerca e di certo beneficierebbe da un incontro con questo mondo di mezzo. Così come farebbe bene anche all’universo dei maker e degli artigiani confrontarsi con l’industria».

Perché una sedia e non qualcos’altro?

«Non sono ossessionato dalle sedie, come si pensa che siano i designer. Però ho molto rispetto per chi le sa progettare bene: non è un oggetto facile. Io non avevo mai disegnato una sedia. Volevo imparare a progettarne una con tutta la libertà del mondo. Che poi è il modo migliore per imparare davvero».

 

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