Design, Progetti
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Giulio Iacchetti racconta Alessi Goes Digital

Dare una dignità estetica agli oggetti stampati in 3D e traghettare una grande azienda del design italiano (analogico) nel mondo della produzione digitale. È questo il senso del progetto Alessi Goes Digital, a cura di Giulio Iacchetti, che verrà presentato durante il Fuorisalone 2016. E che ha come protagonista l’oggetto più analogico che c’è: la penna.

Un esperimento, un esercizio iniziato per gioco per creare una nuova partnership: tra una grande azienda del design italianoAlessi – e il metodo di produzione hightech ormai simbolo delle piccole imprese – la stampa 3D. È così che Giulio Iacchetti presenta Alessi Goes Digital, che verrà presentato durante il Fuorisalone 2016 nel suo studio in viale Tibaldi 10 a Milano. Un progetto (che ha coinvolto, oltre a Iacchetti, Alessandro Stabile, Chiara Moreschi, Mario Scairato, Marco Ferreri e Alessandro Gnocchi) che consiglio a tutti gli amanti del design “in the making”: in scena, infatti, non ci sarà la solita parata di oggetti meravigliosi, perfetti, finiti, ma, per dirla con Iacchetti, «un resoconto di una vera vita progettuale, l’intero campionario di tentativi ed errori che caratterizzano ogni processo di ricerca degno di questo nome».

Una penna stampata in 3D per un’azienda analogica famosa soprattutto per i suoi prodotti per la casa. È un progetto che, raccontato così, sembra una collezione di contraddizioni…
«Un po’ lo è. Ma spesso quando le grandi aziende manifatturiere vogliono spostarsi in ambiti diversi riescono a farlo solo innestando pensieri nati “altrove”, al di fuori del seminato. Quando Volkswagen ha voluto riposizionarsi con una nuova categoria di prodotto, per esempio, ha aperto un ufficio stile in California dando carta bianca ai creativi che ci lavoravano (e che non avevano nulla a che fare con l’automotive). Il risultato è stato il Beetle che – a prescindere dal fatto se mi piaccia o no – commercialmente è stato un enorme successo e che ha anche lanciato il trend della rivisitazione delle vetture d’epoca. Allo stesso modo, io trovo che sia interessante dare una dignità diversa agli oggetti stampati in 3D – che sono il simbolo di una manifattura in divenire – proprio focalizzandosi su merceologie tradizionali come la penna, che danno sicurezza. E di farlo con un’azienda come Alessi che potenzialmente, se volesse davvero un giorno entrare nell’universo della fabbricazione digitale, ha la potenza di fuoco per riuscirci in grande stile».

penne iacchetti

foto di Mario Stilla

Cos’ha di speciale questa collezione di penne?
«Innanzitutto propone un’estetica che non avrebbe potuto essere ottenuta se non con stampanti 3D. L’idea era quella di mostrare che questo tipo di fabbricazione non è interessante solo perché permette di creare oggetti in modo agile, senza grandi investimenti, ma anche perché dà la possibilità di sviluppare nuovi concetti di bellezza. Un esempio è la penna di Alessandro Stabile, composta da una struttura elicoidale nella quale si incastra il tappo, da svitare e avvitare. Realizzarla in plastica sarebbe difficilissimo ed estremamente costoso. E per farla a mano, magari in metallo, ci vorrebbero mesi di lavoro, un’opera certosina. Basta toccarla, poi per rendersi conto che non ha nulla della consueta consistenza sabbiosa degli oggetti stampati in 3D: la superficie è liscia, indefinibile perché a metà tra la plastica di alta qualità e il metallo».

Come avete ottenuto questa particolare finitura?
«Il vero fronte di sperimentazione sulle stampanti 3D riguarda i materiali. Il nostro è stato un percorso di ricerca fatto di decine di tentativi andati male (che abbiamo documentato nella mostra del Fuorisalone). A grandi linee, siamo partiti con il tradizionale nylon, stampato e poi colorato tramite immersione in acqua e inchiostro. Il primo prototipo lo abbiamo realizzato con la Shapeways di Eindhoven ma la finitura era porosa, poco preziosa alla vista e soggetta a sporcarsi. Siamo quindi passati all’Irix, una nanoceramica molto dura già impiegata nelle protesi dentarie (e stampata in SLA, Stereo Lithography Apparatus, dalla DWS di Thiene). In questo caso la finitura era vellutata, perfetta. Ma il materiale è risultato poco elastico e fragile. Il terzo tentativo ci ha portati a sperimentare con l’ABS, un altro materiale simile alla nanoceramica ma più economico, questa volta in collaborazione con l’Alphaprotech, un’azienda di Terni. Qui la morbidezza era maggiore ma rimaneva la fragilità. A questo punto abbiamo capito che l‘unico modo per ottenere quel mix di estetica, morbidezza al tatto e durabilità era mescolare materiali diversi: abbiamo tentato con nylon+titanio ma alla fine abbiamo scelto un composito di nylon nero e fibra di vetro detto Windform GT, realizzato in collaborazione con la CRP Technology di Modena. Che è flessibile ma durissimo e inscalfibile, esteticamente nero e opaco – quindi simile alla grafite – e liscio e caldo al tatto».

Un percorso lungo che forse inciderà anche sul prezzo al pubblico.
«Per noi, come per Alessi, si tratta di un progetto sperimentale. I costi di produzione – a meno di arrivare a numeri consistenti di ordini – sono infatti alti. Ma insieme al design degli oggetti abbiamo anche immaginato il modello di business che ne supporta la distribuzione: dalla creazione dell’ordine alla manifattura alla vendita. Perché è così che si sta evolvendo il mondo della produzione e mi piacerebbe vedere questo pensiero insinuarsi anche nell’universo del grande design italiano. Il pensiero che mi ha mosso nel concepire questo progetto era simile a quello che mi ha portato a creare il Design Alla Coop: tentare un cambio di paradigma, un modo diverso di guardare alla produzione di oggetti “di design”. E nel caso del Design Alla Coop è stato il successo dell’evento Fuorisalone a convincere l’azienda a produrre i singoli oggetti…»

Cosa avete imparato da questo progetto?
«Che l’Italia è il leader mondiale nella fabbricazione digitale. Che siamo tra i primi non solo nella produzione e vendita delle stampanti 3D ma anche nella ricerca avanzata sui materiali e i compositi per renderne i prodotti davvero speciali. È un patrimonio che sarebbe un peccato non sfruttare».

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