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Fuorisalone 2016: il design hacking di Macao

Per il Fuorisalone, l’ex macello occupato da Macao diventa un hotel e ospita un palinsesto di eventi, lezioni, atelier e feste. Autori della trasformazione sono gli studenti del Sandberg Institute di Amsterdam dove – con il progetto The Wandering School – il design si mescola con l’arte e l’architettura, è socialmente impegnato e si alimenta con l’hacking più che con kickstarter….

 

C’è chi, come il critico del FT Edwin Heathcote con cui ho chiacchierato di recente, pensa che l’architettura e l’arte – quelle con la A maiuscola, quelle delle “grandi opere” e dei pezzi battuti alle aste per cifre record – si vergognino un po’ di sé stesse, «ormai sempre meno coinvolte in progetti che hanno un vero impatto sulla società». Sarebbe per questa, secondo Heathcote, la ragione che ha portato la giuria del Turner Prize (un premio dedicato all’arte) ad assegnarlo a un gruppo come Assemble per un progetto di architettura sociale – la ristrutturazione di un quartiere di Liverpool.

È all’interno di questo discorso più ampio sul ruolo dell’architettura e dell’arte che mi piace leggere l’esperienza della Wandering School che gli studenti del Dirty Art Department del Sandberg Institute di Amsterdam stanno mettendo in scena all’ex macello di viale Molise a Milano, occupato dal 2012 dai centro per le arti, la cultura e la ricerca Macao. Perché trovo bellissimo che il design si mescoli in modo così profondo all’arte e all’architettura da confondersi e soprattutto che ne diventi il catalizzatore per una rilettura in senso “social” (leggesi davvero underground, per chi sinceramente non ne può più di situazioni laccate).

Tre settimane fa, questo gruppo di giovani laureati (il Sandberg è la scuola post-laurea della Rietveld Academy) è infatti nello spazio di Macao per rimetterlo a nuovo, utilizzarlo come scenario per un intenso programma di eventi, installazioni e gli immancabili parties e soprattutto trasformarne una parte in un albergo.

L’ideazione e la realizzazione di quest’ultima trovata, che personalmente trovo la più curiosa del progetto, è di Carole Cicciu, una studentessa del primo anno. «Il nostro arrivo era previsto da tempo», dice, spiegando che Jerszy Seymour (designer apprezzatissimo dalla nicchia degli intenditori e docente responsabile del programma) aveva visto già mesi fa nello spazio di Macao un luogo perfetto per ospitare il programma di residency della scuola – che prevede tre settimane di ricostruzione di un ambiente e 3 di abitazione e gestione culturale dello stesso. «Pensando al sempre tragico problema del reperimento di posti letto durante il Fuorisalone e vedendo quanto spazio avevamo a nostra disposizione ho pensato alla creazione delle stanze d’albergo. Che sono tutte diverse, disegnate da artisti e designer, disponibili a prezzi super contenuti (si va dai 25 per il letto in dormitorio ai 50 per la doppia)».

Suona un po’ come un boutique hotel anche se di questo il Macao non ha assolutamente nulla. Le camere (per un totale di 28 posti letto) non sono belle nel senso tradizionale del termine – c’è una Marble Room, allestita con le lastre di marmo trovate in situ (meglio non pensare a cosa servivano, visto che ci troviamo in un ex macello), c’è la Blue Room, piastrellata come una piscina, c’è il dormitorio, tutto di legno – ma piacciono perché fanno pensare a quanto sia possibile realizzare con tanta creatività, olio di gomito e pochissimi soldi. «Non possiamo ufficialmente chiamarci albergo, per ragioni di sicurezza», spiega Carole. «Per questo – e anche perché avevo bisogno di finanziamenti per la costruzione delle camere – ho affittato i posti letto prima di costruirli, usando semplicemente la mia rete di contatti. E chi ha pagato risulta quindi non tanto un affittacamere ma un finanziatore di un progetto artistico».

Questo curioso albergo – che essere ufficialmente un’installazione artistica è aperto al pubblico ogni giorno durante il Fuorisalone, dalle 13 alle 16 – diventa quindi una ragione in più per visitare il Macao, animato da un programma di eventi fittissimo (ci saranno performance di danza, una mostra diversa ospitata ogni giorno in un White Cube al centro dell’atrio, una sauna, un caffé letterario – che stamperà anche mini-cataloghi e libri ispirati alle lezioni aperte che verranno tenute qui ogni giorno).

Ma è davvero importante che il design abbia un ruolo sociale oppure questo genere di esercizi è pià fine a se stesso che altro? «Non ho una vera risposta a questa domanda», ammette Carole. «Ma nel dipartimento in cui studio lavoriamo sul contesto, su come risolvere i problemi che ci circondano, su come adattare gli ambienti al nostro modo di essere. Ci sentiamo hackers perché ci viene insegnato a insinuarci nello status quo per cambiarlo da dentro, rendendolo nostro. Come in questo caso: il problema era la mancanza di spazio per restare a Milano, la soluzione più ovvia era un sistema come airbnb. Lo abbiamo preso, alterato (sfruttando anche un sistema di crowdfunding ma senza l’aiuto delle piattaforme tradizionali come Kickstarter) e adattato alle nostre esigenze».

 

 

 

0 Comments

  1. isabella says

    Questo articolo é di una pochezza disarmante. Come distruggere il lavoro di un movimento artistico dissidente in poche battute di tastiera. Credo non le sia per nulla chiaro l’aspetto fortemente oppositore di questa iniziativa. Contro i vostri mercati dell’arte e i salotti scomodi del salone del mobile. I gentrificatori siete e sarete sempre voi, designer snob affamati di underground. Non ci capirete mai un cazzo.
    Buona giornata

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