Fuorisalone 2018, Opinioni
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Cosa è successo (e cosa succederà) a Ventura Lambrate?

La notizia che cambierà il Fuorisalone 2018 è arrivata lo scorso ottobre: Ventura Lambrate non esisterà più, le storiche curatrici del distretto dei giovani talenti si spostano altrove. Poi la contronotizia: il Lambrate Design District continuerà a esistere e il cuore del suo Fuorisalone sarà un evento dedicato all’hotellerie. Cosa è successo a Lambrate e cosa potrebbe succedere.

Sulla vicenda di Ventura Lambrate mi sono fatta un’idea, ed è che la ragione per la quale non esisterà più – o per lo meno cambierà i connotati – sono i soldi. L’illusione del guadagno facile. La convinzione che al Fuorisalone basti esserci per attirare il pubblico.

Lo scorso ottobre, lo studio olandese-italiano Organisation in Design, che Ventura Lambrate l’ha inventata e fatta crescere, inserendosi nel programma di rigenerazione urbana promosso da Mariano Pichler dai primi anni Duemila, ha annunciato che non si occuperà dell’evento 2018. «Esperimento concluso, abbiamo nel DNA il desiderio di lanciare nuovi talenti e nuove aree, ci spostiamo (a Ventura-Centrale e in una nuova location al FuturDome in via Paisiello 6) perché a Lambrate i costi sono diventati insostenibili per i nostri espositori che sono prevalentemente giovani». Così ha riassunto la fondatrice di Organisation in Design Margriet Vollenberg su Dezeen.

Abbandono per venialità? Un altro caso di gentrification che inghiotte i creativi? Non esattamente.

È vero, più visitatori ha significato progressivamente più costi (per la logistica, la sicurezza, l’occupazione del suolo, la raccolta dei rifiuti…), affitti più alti (dal +20 al + 40% rispetto agli esordi dicono da Organisation in Design), impiego di sempre più personale per la gestione dei rapporti con il Comune e la partecipazione ai tavoli congiunti con le altre aree del Fuorisalone. Ma tutti questi sono fattori prevedibilissimi in ogni operazione di marketing territoriale e culturale che non possono aver preso alla sprovvista le organizzatrici.

«Infatti Ventura Lambrate avrebbe potuto continuare a funzionare lo stesso», ammette Fulvia Ramogida, di Organisation in Design. «Se tutti avessero contribuito allo stesso modo ai costi». Invece le spinte centrifughe, l’italianissimo istinto alla diaspora e la voglia di non fare sistema, hanno prevalso. «Non appena il distretto ha iniziato a funzionare bene si è innescato un processo di dispersione, con espositori che ci bypassavano contattando direttamente le location e altre realtà che facevano incetta di spazi da affittare poi ad altri. Usufruendo poi, indirettamente, dei servizi di logistica, comunicazione e sponsorizzazione pagati da chi aveva aderito al nostro circuito, cioè ai designer e alle realtà che noi avevamo selezionato».

Questo braccio di ferro invisibile aveva già iniziato a intaccare la qualità dei contenuti del distretto e a far pensare molti che un cambiamento fosse necessario. Basti vedere come le tematiche di curatela, che in origine erano sempre una sola parola e un solo concetto, si fossero moltiplicate nelle ultime due edizioni, come per uno sforzo di far rientrare tanto, troppo, all’interno del progetto della zona. «Il nostro filo rosso di curatela, da sempre, è quello della sperimentazione, dell’innovazione, del racconto di tutto quello che viene prima del prodotto», continua Ramogida che ricorda come, prima di Ventura Lambrate, Organisation in Design abbia curato e prodotto le presenze al Fuorisalone di designer come Marcel Wanders (la prima personale all’Ansaldo), Kiki & Joost, Jurgen Bey, Ted Noten, Maarten Baas tra gli altri. «Ma nelle ultime edizioni abbiamo dovuto “allargare le maglie”», ammette. «Per presidiare il territorio abbiamo affittato più location di quante effettivamente ci servivano e ovviamente riempirle. Era l’unico modo per mantenere economicamente sostenibile la situazione ma anche una strada che non ci piaceva e che per questo abbiamo abbandonato. Ora ci concentreremo su Ventura Centrale, lanciata l’anno scorso, e su un nuovo spazio, il FuturDome, che presenteremo come Ventura Future per l’edizione 2018 del Fuorisalone».

Post Human di Logotel, Fuorisalone 2017

Capitolo chiuso, per loro. Che ovviamente hanno i contatti, le relazioni e la potenza di fuoco internazionale per trasformare le nuove location in un polo di attrazione. Per Milano non è male: occupare aree della città in nome del design ha sempre e solo fatto bene ai quartieri. E qualcuno penserà che dopotutto una zona non è di proprietà esclusiva di nessuno e che, visto che Lambrate stava seguendo lo stesso destino che aveva già vissuto Tortona, forse sia meglio così, che quando la pagina è bianca qualcuno la riempirà. Guardando avanti, magari, analizzando quello che non andava e facendo di meglio.

Tutto bene, dunque? Non proprio, visto che ci in zona ci sta da sempre e ha all’attivo progetti di alta qualità, ha forti dubbi. «La vedo molto grigia», dice Andrea Gianni, che gestisce la galleria Subalterno1 in via Conte Rosso (su Subalterno abbiamo scritto anche qui) e collabora da anni con Stefano Maffei del Polidesign (su di lui anche qui). «Il posizionamento dell’area è di ricerca, a cavallo tra industria in senso tradizionale e digitale, il design inteso come innovazione, sperimentazione, tentativo di andare oltre. Per questo continuare a far vivere la zona deve esistere in primis l’obiettivo di riempirla di qualità indirizzata verso queste tematiche». Non pensa che sia possibile? «Per farlo serve non solo una preparazione culturale forte nel settore ma anche una rete di contatti internazionali molto ben collaudata», continua Gianni. «I designer italiani che fanno sperimentazione, infatti, non sono economicamente in grado di pagare per esporre autonomamente al Fuorisalone e nessuno li sponsorizza come individui che fanno ricerca. All’estero i rubinetti si stanno chiudendo anche in nazioni tradizionalmente pronte a supportare i loro progettisti, come l’Olanda, gli UK, la Danimarca. Per individuare talenti, aiutarli a trovare i fondi statali, promuoverli al Fuorisalone serve un’esperienza che Organization In Design ha dimostrato di avere e che non vedo in nessuno a Lambrate oggi».

La Farm Chair di Werner Aisslinger a Ventura Lambrate 2012

Isabella Castelli dell’ufficio stampa del Lambrate Design District (che è ora gestito, come organizzazione e comunicazione da Promotedesign) non sembra invece preoccupata per quanto riguarda la riuscita dell’edizione 2018. «Organization in Design ha lasciato il quartiere ma tutta l’area è in realtà stata gestita da varie organizzazioni e i singoli eventi sono sempre esistiti», spiega. «Tra i protagonisti di lunga data ci sono l’architetto Simone Micheli, Fuorisalmone e Promotedesign con Din (Design In, un contenitore per design autoprodotto) e saranno loro i pilastri di questa edizione. La continuità c’è e abbiamo mantenuto il focus su innovazione, giovani talenti e progetti selezionati».

Leggendo le descrizioni degli eventi già confermati (che sono per ora una decina), la mia personale impressione però è che ci troveremo davanti a un cambio di prospettiva significativo, di uno spostamento dell’attenzione dalla sperimentazione al rapporto tra design e business. L’evento considerato “pilastro” dell’edizione 2018, per esempio, è Hotel Regeneration di Simone Micheli: un «happening espositivo organizzato in collaborazione con Tourism Investment, PKF hotelexperts, about hotel e con prestigiose catene alberghiere internazionali» (si legge sul comunicato stampa) il cui cuore sarà uno spazio-agorà dedicato al contract dove poter sviluppare un dialogo tra i player internazionali dell’ospitalità e il pubblico. E anche Fuorisalmone, considerato il secondo “piatto forte” nella rosa delle proposte, insieme al già citato Din, ha obiettivi concreti: «aiuta le aziende ed i professionisti del settore Design ad acquisire nuovi clienti e ad incrementare le vendite dei loro prodotti e servizi», si legge sulla pagina Facebook dell’organizzazione.

Dalle premesse, sembra tutto – nella mia modesta opinione – che il focus sia più su marleting, happening e occasioni di incontro tra gli operatori che ricerca incentrata su un tema (quello che viene citato è un generico “innovazione”). Che nessuno dice siano un male, ma forse non quello che il pubblico del Fuorisalone si aspetta di trovare a Lambrate.

Un nuovo filo rosso, in questo senso, che si collegherebbe anche con la nuova vocazione di Milano alla manifattura digitale diffusa, lo suggerisce Andrea Gianni. «In linea con il suo passato produttivo, Lambrate potrebbe incentrarsi sulla nuova produzione digitale, mostrando anche ai giovani designer le potenzialità dell’industria di nuova generazione che ormai rappresenta una delle possibilità di lavoro più concrete rispetto al tradizionale bacino dell’arredo. Ma anche un’idea forte da sola non basta perché servono soldi, un’orchestrazione professionale più che una miriade di progetti e un respiro internazionale a livello di contatti per sviluppare contenuti e comunicazione».

«Mi piacerebbe che Ventura Lambrate si trasformasse in un grande laboratorio di narrazione, puntando esclusivamente sul design di ricerca», dice dice Susanna Legrenzi, curatrice di progetti che intrecciano design, sperimentazione tecnologica e riflessioni antropologiche (ha curato con Stefano Maffei, Politecnico Design, le mostre di Logotel, a Ventura Lambrate). «Di fronte alla complessità del presente, credo che il design debba ritrovare il coraggio di formulare interrogativi e risposte, andando oltre la categoria del “carino”, oltre l’effetto stupore, oltre l’abbraccio rassicurante. Che gli artefici siano makers, poeti, sognatori poco importa. Milano, incredibile fabbrica del “design è dappertutto”, ha bisogno di sperimentare e guardare avanti».

«Quello che mi auspico è che nasca un dialogo tra i proprietari delle tre location principali e Organisation In Design o chiunque abbia la competenza per prendere il loro posto, la promessa da parte dei primi di dare gli spazi a una cifra pattuita e per un periodo di anni definito a un ente curatore perché è meglio intascare meno una tantum che mettere in discussione la sostenibilità di un progetto che faceva bene non solo al design ma anche al territorio», conclude Gianni. «L’improvvisazione non ci porterà da nessuna parte».

 

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