Interviste, Interviste in primo piano, Scrittori
Leave a comment

La dignità che le vittime si meritano. Gabriel Tallent su Mio Assoluto Amore

Arriva in Italia uno dei romanzi più discussi degli ultimi tempi. Considerato un capolavoro, ha
come tema l’incesto. D ha incontrato in esclusiva l’autore, Gabriel Tallent

Questo articolo è apparso su D la Repubblica. Scarica qui il PDF

Alcuni libri sono un rischio. Perché l’emozione che suscitano è talmente forte da cambiarci mentre li leggiamo, o quando li abbiamo finiti. Sono un rischio ancora più grande quando ci fanno provare attrazione e repulsione. Quando non possiamo non leggerli, anche se farlo ci fa stare male. È quello che succede con Mio Assoluto Amore (ed. Rizzoli): opera prima del 30enne Gabriel Tallent, già caso editoriale negli Stati Uniti, bestseller per il New York Times, premi a raffica e l’endorsement spontaneo di Stephen King, che lo ha definito «un capolavoro di quelli che segnano più generazioni, come Comma 22 o Il buio oltre la siepe».

Un libro che fa salire il cuore in gola

Ma affrontarlo è come scalare una montagna: il cuore batte forte, si pensa “è troppo, non posso farcela”. Ci si sente in bilico tra la voglia di andare avanti e la necessità fisica di una pausa. È proprio il respiro, infatti, che manca quando ci si inoltra nelle esistenze esasperate della piccola Turtle (14 anni, uova crude a colazione, conigli scuoiati per cena, una passione per le pistole) e del suo papà Martin (eco-guerriero carismatico e spaventoso, survivalista armato, hippie misogino).

Natura e contro natura

Come quando Martin costringe Turtle a fare le trazioni alla sbarra puntandole un coltello all’inguine. O quando va nella sua stanza, di notte: e al suo tocco incestuoso lei si anima, suo malgrado. “Ora si fermerà, Tallent”, si pensa. Invece lui va fino in fondo per raccontare l’abuso più odioso di tutti, quello di un padre sulla figlia. Lo fa con una prosa brutale, perfetta per svelare un’abominevole complessità: quella dell’amore che prevarica senza rinnegarsi, della vittima che diventa crudele, della sua forza indomabile che però non le permette di liberarsi da un senso di colpa feroce quanto assurdo. Il romanzo racconta anche una natura lussureggiante e spirituale, che ispira perenne nostalgia. Rispetto alla quale viene da chiedersi: che ruolo abbiamo noi uomini? Ce la meritiamo? E perché, accanto, un tema così insopportabile come l’incesto? Lo chiediamo a Gabriel Tallent, l’autore.

LEGGI ALTRO SUGLI AMORI TOSSICI QUI

Abuso e sopravvivenza. Perché è importante parlarne oggi?

«La violenza viene esposta, raccontata, ci circonda ovunque, dentro e fuori dalla sfera degli affetti. Ma raramente si analizzano le strategie psicologiche che le permettono di perpetrarsi, o alle vittime di resisterle. E quando queste ultime, come spesso avviene, perdono alcune caratteristiche di umanità condivisa, quando si comportano loro stesse come carnefici, la compassione diventa abbandono. È questo che vorrei si evitasse».

La piccola Turtle, infatti, è spesso crudele. E misogina, come il padre. Era necessario?

«Sì. Volevo rendere agli abusati il diritto alla dignità: a prescindere dal fatto che sbaglino, che sembrino scavarsi la fossa da soli. Non sempre chi è innocente fa la cosa giusta, è buono, altruista e generoso. Spesso è vero il contrario, perché le vittime sono attanagliate dal senso di colpa, dalla vergogna, dalla rabbia. Non sono persone facili da amare. Detto questo, non dovremmo aiutare gli altri perché fa bene a noi ma perché se lo meritano, per il semplice fatto che ne hanno bisogno».

Quando l’amore diventa abuso?

«Accade quando subentra la convinzione del diritto al possesso. Quando l’indipendenza dell’altro viene vissuta come un affronto intollerabile. Trovare la forza di accettare che un figlio voli da solo è parte del processo di crescita del padre. Non riuscire in questa impresa lo distrugge, confinandolo in una psicologia infantile, mortificando la sua mascolinità».

È questo il problema di Martin, il padre del romanzo?

«Martin è un uomo ferito che tenta di ergersi al di sopra del dolore. Vuole amare la figlia più di quanto sia stato amato lui, maltrattato dal suo stesso padre, abbandonato dalla moglie. Ma non è un caso che la narrazione non si inoltri troppo in quello che gli è successo, perché in fin dei conti un adulto va giudicato per quello che fa. Cose che lui, malgrado ogni tanto abbia dubbi su chi è diventato, continua a fare. La coscienza del proprio errore, e l’incapacità di porvi rimedio, sono la colpa di Martin. Ma anche dell’umanità contro la natura, che lui ama e vuole proteggere accanitamente».

È possibile uscire da una empasse del genere senza spargimento di sangue?

«Facciamo del male a quello che conta di più per noi perché siamo narcisisti ed egocentrici. Tendiamo a vederci come protagonisti di una storia in cui gli altri sono comparse, e la natura un palcoscenico. Ma prendere sul serio i nostri simili e l’ambiente dà senso all’essere umani. Cambiare punto di vista, cogliere altre narrative e dare loro pari dignità, aiuta a cancellare quel diritto al possesso di cui spesso ci avvaliamo. È una qualità che Turtle ha, malgrado alcuni suoi comportamenti estremi, ma che manca in Martin. E anche in moltissimi americani, verso i quali, da ecologista convinto, provo sgomento. Ecco perché era importante collegare gli abusi su una figlia con quelli che infligiamo alla natura: dovremmo provare un orrore simile davanti a entrambi, e trovare la forza per uscire dall’egocentrismo che li causa».

Si considera un femminista?

«Di ferro. Sono stato cresciuto con una madre sposata con un’altra donna, in una zona della California, Mendocino, rurale ma molto progressista: un luogo che da sempre attrae i gay di tutto il mondo, per il liberalismo innato, e dove è vivace il movimento che predica il ritorno alla terra. La mia infanzia è stata nutrita di libri (la madre, Elizabeth Tallent, è una scrittrice e insegna Scrittura creativa e Letteratura all’Università di Stanford, ndr), amore per la natura, rispetto per gli altri».

Perché allora Turtle odia le donne?

«Volevo raccontare la difficoltà di una vittima a svincolarsi dal giogo psicologico impresso dal carnefice. Turtle non pensa alle altre donne come a opportunità di fuga, ma le affronta come se fosse Martin: è sospettosa, le insulta, le allontana. Pur subendo l’attrazione verso chi riesce, per natura, a prendersi cura amorevolmente degli altri, Turtle è segnata dalla violenza e ha paura di volere bene. È una donna, ma ha il sentire di un uomo. E quando le sue simili le chiedono aiuto, lo nega, perché le disprezza, disprezzando se stessa. È imperfetta ma assolutamente degna di compassione: è solo una bambina. I piccoli vogliono un mondo giusto, e l’abuso scardina questa naturale aspirazione. È una ferita che mette a rischio la loro personalità. Trovare se stessi e vedere il mondo con chiarezza è difficile, spesso impossibile, in queste circostanze».

Dev’essere stato difficile entrare nella psicologia di una ragazzina abusata.

«Turtle è il risultato di 15 stesure: rileggere chiedendosi se è così che reagirebbe il nostro personaggio cambia spesso le carte in tavola. Tutti mi chiedono se Turtle sia ispirata a una persona reale, e la risposta è no. Siamo circondati da persone sopravvissute alla violenza (basta mettersi in ascolto per trovarle). Conosco donne che sono state abusate, ho parlato con loro. Ma raccontare le loro storie non mi pareva giusto. La scrittura richiede pazienza e compassione. Spesso pensiamo che capire le persone abusate sia difficile: troviamo più semplice e meno penoso cancellarle dalla mente, fare come se non esistessero. Invece ci sono, vivono intorno a noi. E io spero che il mio libro le aiuti a sentirsi comprese e degne di rispetto».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *