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Design, banalità e interferenze meravigliose. Riflessioni di Giulio Iacchetti

La rivalutazione del banale, le intersezioni tra mondi diversi, l’importanza di farsi guidare da quello che davvero fa battere il cuore. Pensieri sul design di Giulio Iacchetti.

Il tavolo di Giulio Iacchetti è pieno di oggetti. E non quelli che ci si aspetta nello studio di un designer. Ci sono, per esempio, un contatore di pressione da gommista, un barattolo di Nutella e una tortiera in silicone con scritto 88. Appesa al muro c’è una falce. E i cassetti sono pieni di cucchiai, ossa, mollette.

L’ultimo del Maestri del design italiano

È facile pensare a Giulio Iacchetti come all’ultimo (in senso cronologico) dei Maestri del design italiano. Perché ama le cose semplici, funzionali, popolari e fa di tutto per progettarle: come Achille Castiglioni o Vico Magistretti. Non a caso ha vinto i due Compassi d’Oro con una posata usa-e-getta progettata con Matteo Ragni e con un tombino. Perché è affascinato dagli strumenti del lavoro, siano essi manuali, meccanici o elettronici: e porta loro dignità come hanno fatto Ettore Sottsass o Gino Valle (con Odo Fioravanti ha appena presentato un lavoro sugli strumenti da taglio rurali). Perché osserva l’ingenuità dei bambini e la trasforma in intelligenza progettuale, come Bruno Munari (un esempio per tutti, qui). Anche nel suo agire in osmosi creative con alcuni imprenditori (uno per tutti, Alberto Alessi), Iacchetti è come l’ultimo dei Maestri. Come lo è per il pensiero, spesso filosofico, con cui affronta tematiche di attualità: la definizione di qualità, la rivisitazione della tradizione, i simboli religiosi e persino la fame.

Il primo della generazione dopo gli anni Zero

Però Giulio Iacchetti è anche il primo della nuova generazione di designer italiani, quelli venuti dopo gli Anni Zero (su questa generazione e l’analisi di Chiara Alessi leggi qui). Che impiegano la creatività per inventare sistemi di creazione, produzione e distribuzione nuovi. Progettisti che diventano piccole imprese, costituiscono reti di connessione con gli artigiani, rimettono mano ad imprese tradizionali per trasformarli con il design, inventano corto-circuiti creativi tra loro. Tutte cose che Iacchetti ha fatto ante litteram. Portando il design al supermercato (con EurekaCoop, premio dei premi per l’innovazione 2005), realizzando e facendo effettivamente funzionare il concetto di “fabbrica diffusa” con InternoItaliano (dal 2012), concependo l’art direction come apertura e coinvolgimento, non un’occupazione creativa di spazi (lo vedremo al Fuorisalone, con il team che ha messo in azione per Dnd Maniglie, sua ultima direzione creativa in termini cronologici).

 

Quando lo incontro, Giulio Iacchetti non ha voglia di parlare di quello che farà vedere al Fuorisalone ma di una cosa che gli sta a cuore. La necessità di affrontare, col design, «territori inesplorati, situazioni vergini in cui non ti trasporti tutto un trascinato storico né aspettative da star».

Orologio per Nutella, produzione Alessi, design Giulio Iacchetti

Ti muovi fuori dal mondo d’elezione del design da sempre. Perché ribadire questo concetto adesso?

«Ho appena realizzato un orologio che diventa parte del barattolo storico della Nutella. Un oggetto che la gente poteva avere mandando due prove di acquisto entro un periodo limitato di tempo. È un’operazione di cui sono orgoglioso, perché cos’è il design democratico se non cose così? Ma ho ricevuto critiche aspre da parte di colleghi. Gira addirittura un’immagine di uno scroto: un tizio mi ha detto che è questo che gli ricorda il mio orologio».

Ti sei offeso?

«No. Però sono segnali di uno scollamento del mondo del design nei confronti della realtà. E per questo avevo voglia di parlarne».

Scroti a parte, di cosa di accusano i colleghi?

«Di aver disegnato un gadget. Ma per me questo è un complimento, ne sono fiero. Perché è ora di finirla con il considerare il mondo del design e quello del non design come due universi che procedono paralleli ma separati. A me piace intersecarli. E non è solo una questione di progetto ma di vita: quando incontriamo un universo che non è quello nostro di riferimento scaturiscono stimoli nuovi».

Utensili da giardino, InternoItaliano, design Giulio Iacchetti

Perché il progetto Nutella ti sta così a cuore?

«Perché porta in sé una dimensione popolare che è impossibile riscontrare nel nostro mondo asfittico. Dove tutti concimano lo stesso campo. Ma chi conosce la terra sa che troppo nutrimento la brucia. Fuori di metafora, questo impegno collettivo che va solo in una direzione – quella dell’arredo, degli oggetti sofisticati, colti, rivolti a un pubblico in grado di coglierne il senso – è un danno per tutti».

Chi guadagnerebbe da un incrocio tra il mondo del design e quello del non-design?

«Innanzitutto le nuove generazioni. I nostri giovani designer crescono sognando di diventare i Bouroullec e progettare sedie per Vitra. Pur sapendo quando questo sia altamente improbabile (perché non tutti sono, obiettivamente, i Bouroullec, perché il mondo dell’arredo non permette facilmente di sopravvivere, perché questi marchi hanno già un surplus di prodotti e un flusso enorme di proposte progettuali in entrata). Per questo ai giovani dico: focalizzatevi anche su un’economia di pensiero. Cioè pensate a fare cose che richiedono il minor dispendio di energia. Che sembra un elogio alla pigrizia ma è il suo esatto contrario: iniziare a lavora con situazioni vicine e conosciute aiuta a imparare e ad andare avanti, a crescere come professionisti».

Cosa intendi, nello specifico?

«Io vengo dalla provincia e le aziende con cui ho iniziato a progettare non sapevano nulla di design. E mi rendo conto che chi sono ora viene anche molto da quel passato. Dentro di me ora c’è una specie di esperanto. Capisco il linguaggio di chi è a digiuno di design e finora ha progettato prodotti tra ufficio tecnico e titolare. E questo è un vantaggio impagabile. Perché è di queste realtà che è fatto il territorio italiano ed è proprio su questo tessuto che il design può avere un impatto più profondo. Su questo terreno manca il fertilizzante, non su quello dell’arredo».

L’artigiano Gottardo che ha realizzato la scopa Pula per InternoItaliano, design Giulio Iacchetti

Forse però per i giovanissimi non è facile entrare nemmeno in queste realtà…

«Non credo che il problema sia questo. Quando si vuole proporsi per lavorare per qualcuno bisogna assorbirne la cultura, coglierne problematiche vere e barriere psicologiche. Serve tempo e fatica. È un investimento che però poi ripaha. Perché anche mandare centinaia di CV e di porfolio tutti uguali richiede tempo e fatica ma è una mossa impersonale, che non colpisce il cuore di chi ascolta. Non è un’offerta mirata».

Ci sarà chi leggendo pensa: “facile per te, che sei Giulio Iacchetti”…

«Ma quando vado da aziende extra settore nessuno mi conosce. Sono nella stessa posizione dei colleghi più giovani. Nessuno sa nemmeno cosa vuol dire fare design industriale in quel mondo. Però ti assicuro che passo la metà del mio tempo a seminare fuori dal campo del conosciuto e prima o poi qualcosa arriva. Se non ci si pone paletti».

Stefan Diez mi ha detto che secondo lui è importante invece porseli dei paletti. Che un designer dovrebbe dire no a progetti “generici”, senza valore aggiunto. Tu pensi il contrario?

«Quando avevo letto l’intervista a Stefan (la trovate qui, ndr), che rispetto moltissimo, avevo colto il senso di quello che diceva: privilegiate i progetti di senso. E in linea di principio condivido. Ma sono anche cosciente del fatto che partecipiamo a un mondo che non riusciamo né possiamo governare. Né in senso politico né estetico. La convivenza di tante voci che si sovrappongono, che pasticciano, è inevitabile. Ed è vitale avere il polso della realtà e condividere l’esistenza con tante persone, diverse da noi. Che non vuol dire assecondare un gusto volgare. Pop può essere bello, esprimere un gusto, non deve essere un’emulazione fallita. A me interessa entrare nell’agone delle persone normali che mi capita raramente di incontrare nel mio mondo asfissiante. Ci provo sempre. Per questo penso che dire “no” sia spesso un errore. Soprattutto trovo assurdi i “no” a priori dei giovanissimi».

Surf-o-Morph, tavola da surf realizzata con Francesco Aldo Fiorentino di Surfer’s Den di MIlano

Perché, succede che ci siano giovani designer che si trovano nella condizione di dire “no”?

«Diciamo che molti creano dei paletti. Per esempio non investendo tempo e intelligenza progettuale per proporsi fuori dal terreno conosciuto del design. Oppure rifiutando lavori per aziende percepite come minori perché questo limiterebbe la possibilità di essere chiamati da marchi più blasonati. Come se dovessimo fare un percorso morigerato in attesa che si compia il giorno splendido in cui si potrà mostrare una rubrica del telefono piena di nomi importantissimi. Tutto questo mi dà veramente i nervi perché è come dire che noi designer siamo troppo – colti, eleganti, intellettuali – per abbassarci a fare cose per la gente comune. Ecco, riprendendo la frase di Stefan Diez, io penso che dire no all’opportunità di progettare cose destinate alla massa faccia davvero male al design».

«Un progetto è come un atto d’amore, come una lettera che scrivi perché te la senti dentro e se la persona che la legge si incanta poi qualcosa succede»

E così torniamo all’orologio della Nutella.

«E a tutti i progetti a cui arrivo creando corto-circuiti esterni. Uno dei miei preferiti è questo manometro, uno strumento che misura la pressione degli pneumatici. Ne avevo uno piccolissimo in bakelite, una cosa d’epoca che mio cugino gommista aveva regalato a mio papà. Qualche mese fa l’ho fotografato e postato su Instagram, come faccio spesso con le cose che mi piacciono.

Brocca Gela di InternoItaliano, design Massimo Barbierato e prodotto da Parise Vetro

E dopo dieci minuti mi scrive una signora che mi racconta come quello sia un oggetto prodotto dalla sua azienda di famiglia, la Wonder Italia. Scopriamo che non solo siamo entrambi di Cremona ma portiamo anche i bambini allo stesso asilo. L’idea di rifare questo oggetto in chiave contemporanea ci è venuta subito dopo ma quando mi sono presentato in azienda avevo anche già pronto un progetto per un nuovo manometro non portatile, di quelli che usano nei garage, digitale. E ora lo realizzeranno. Di certo non se ne parlerà sulle riviste di design. Eppure è un oggetto interessante, coinvolgente e che ha portato la cultura del progetto oltre il suo territorio tradizionale».

Non è strano presentarsi già con un’idea da un cliente che non conosce?

«Certo è un rischio. A volte funziona, tante volte no. Ma un progetto è come un atto d’amore, come una lettera che scrivi perché te la senti dentro e se la persona che la legge si incanta poi qualcosa succede. È come dire: io ti capisco, sono dalla tua parte, su di me puoi contare. E perché sia così serve un sincero interesse per l’azienda e le cose che fa. Sono cose che non si possono fingere».

Bye Bye Fly, produzione Pandora, design Giulio Iacchetti

Tutto torna all’amore per gli oggetti. Quando conta?

«Tante cose nascono dalle passioni. Quando gli studenti mi chiedono dove si trova ispirazione io dico: penso a cosa ti appassiona e seguilo. Anche se sembra non c’entri nulla. Collezioni farfalle? Fai teche e spilli. Nel tuo paese si producono macchine per fare le scarpe? Progetta quelle. Ognuno deve trovare le sue situazioni e la propria dimensione. Io per esempio so benissimo di non avere il segno estetico dei Bouroullec o la qualità sofisticata di Konstantin Grcic. E uno deve avere l’onestà di guardarsi in faccia e dirsi chi è. Io sono un repertorio di interessi e baggianate che però danno un senso alla mia vita. Io amo le cose, soprattutto quelle “banali”, e sono circondato da souvenire e armenicoli… è a partire dalle cose che sento nel cuore che ho stilato una lista di aziende con cui sogno di lavorare e prima poi ci riuscirò. Una era Nutella. Un’altra è Tiger. E ho già iniziato un processo di avvicinamento».

In che modo?

«Nel 2006 avevo disegnato uno stampo per torte di compleanno per una ditta torinese. In silicone, con scritto 88, per creare con lo zucchero a velo qualsiasi numero. Qualche tempo fa trovo esattamente lo stesso prodotto da Tiger».

E hai pensato che lo avessero visto e copiato?

«Ma nooo. Sarebbe assurdo pensare una cosa del genere, era stato distribuito malissimo e poi non lo farebbero mai in modo così plateale. Però questa scoperta mi è servita per scrivere una lettera con allegate le foto delle due tortiere. “Lei Mr Tiger penserà che questa sia il lamento di un designer frustrato perché pensa che voi giganti abbiate rubato le sue idee. Invece no. Io sono felice che la mia idea fosse così buona da venire in mente anche a voi. E con questo vi voglio dire che ci sono designer bravi anche in Italia nonché ottime aziende in grado di produrre cose belle e fatte bene. Se volete, noi qui siamo pronti”».

Cestino Celata, produzione Alessi, design Giulio Iacchetti

Hanno risposto?

«Non ancora. Ma non demordo. Avevo fatto lo stesso con Unareti, quando si sono messi a installare quegli orrendi contatori in tutte le case di Milano (ne avevamo parlato qui, ndr). Mi sono presentato con un po’ di idee e buona volontà per progettare i loro strumenti. Alla fine non ne è uscito niente. Non si può riuscire sempre, ma provare a creare interferenze meravigliose è quello che mi affascina di più del mio lavoro».

Tiger, la Coop, i supermercati con la Nutella. Perché questo interesse per la grande distribuzione?

«Perché ti puoi permettere di fare tutto con i grandi numeri. Nessun azzardo progettuale o sperimentazione sarà mai un problema quando si ha alle spalle qualcuno che vende in milioni di pezzi. Quello con Coop è un discorso che va avanti. Infatti sto lavorando a una mostra che celebrerà i suoi 70 anni. Sarà alla Triennale in autunno. È una cosa che non mi sta facendo dormire perché dovrà essere bellissima. Non parlerò del passato ma del futuro. Ma unico possibile che si può tratteggiare senza fare previsioni inutili sono i bambini. Quindi la mostra sarà una palestra dove i piccoli impareranno la cooperazione. Che poi è il senso della Coop».

Pensi che il design possa quindi rivalutare il banale?

«Io penso che il banale vada rivalutato quando porta con sé un riscontro condiviso. In questo caso ha un valore intrinseco perché è mezzo per parlare a una moltitudine di persone. Mi avevi chiesto prima a chi va bene intersecare mondo e avevo detto ai designers. Ma fa bene anche e soprattutto alla gente. Perché se il design riesce a entrare in quel banale, trasforma quell’oggetto banale nell’equivalente del primo libro che si legge: che sarà semplice, illustrato, lineare. Che per molti diventerà l’inizio di una vita da lettore. Dare accesso a una piccola dose di progetto permette alla gente di interfacciarsi con qualcosa che corrisponde a un anelito di crescita che esiste in tutti. Non tutti lo coglieranno. Ma la crescita mentale è uno stimolo che va esaudito. Anche con il design».

Foto di copertina di Diego Alto

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