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Giulio Iacchetti: il design è l’intelligenza (analogica) delle cose

Mentre mondo si riempie di intelligenza digitale il designer Giulio Iacchetti rivendica quella analogica delle cose. «Esiste, anche se cercano di convincerci che un oggetto valga l’altro». Giulio Iacchetti design

Questa intervista è apparsa su la Repubblica il 23 gennaio 2019, scarica qui il pdf

Giulio Iacchetti design

Secondo Giulio Iacchetti (due volte Compasso d’Oro, sarà tra i protagonisti del dialogo Il Design tra Intelligenza Umana e Intelligenza Artificiale il 28/1 alla Fondazione Feltrinelli di Milano, vedi sotto) il valore delle cose non è questione di personalità («tanti oggetti anonimi sono straordinari») o bellezza («è soggettiva»). «Conta la bontà. Le cose progettate bene sono indimenticabili: resistono alle mode, raccontano la dignità del lavoro e delle terre che li originano. E parlano: guardandole si immagina una ritualità condivisa tra noi e loro. Come con una persona speciale con cui si percepisce la proiezione di una vita comune».

Che rapporto ha un designer innamorato della fisicità con l’universo intangibile del digitale?

«Rispetto la tecnologia ma mi tiro indietro nella corsa per ridurre all’irrilevanza il mondo fisico. Digitalizzare tutto perché si può è quasi una negazione del senso animale del vivere. Pensavo fosse una considerazione crepuscolare ma da quando il tempo dedicato al mondo immateriale occupa gran parte delle nostre vite cresce una resistenza diffusa. Ecco perché il mondo avrà ancora e sempre bisogno di oggetti. Buoni e rilevanti».

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Però hai progettato oggetti high tech. Per esempio il taccuino di Moleskine che trasforma schizzi e testi in file digitali…

Taccuino digitale per Moleskine

«Mi piace lavorare su progetti che creano ponti. In questo caso, tra analogico e digitale, per dimostrare che soluzioni più fluide sono possibili e auspicabili».

È il compito del design? Far dialogare universi lontani?

«Il compito del design è mettere anima nelle cose. Iniettare intelligenza nel risultato finale. Perché se un prodotto è banale, anche se è stato realizzato con strumenti altamente innovativi (dalla manifattura per addizione al generative design) direi: tanto rumore per nulla».

Come mettere in discussione l’intelligenza artificiale quando, per esempio nella mobilità, migliora la vita?

«L’auto intelligente supplisce alle mancanze di chi guida. Perché è più facile investire nell’essenza smart degli oggetti piuttosto che nelle persone. In questo travasamento di competenze siamo inermi: se l’intelligenza è nelle cose della nostra intelligenza cosa ce ne facciamo? La usiamo per metterla nei prodotti e poi viverli passivamente? Rivendico la necessità di considerare una filosofia sul rapporto che abbiamo con le cose smart. Perché il rischio è perdersi».

Chi potrebbe occuparsene?

«Non so. Siamo in un’era di pensieri deboli, manca la dimensione collettiva anche se siamo tutti connessi. Anzi i social hanno dato un colpo mortale alla partecipazione alla cosa pubblica. Mai come ora è stato facile amplificare pensieri – buoni o cattivi – ma difficile ingaggiare una conversazione impegnata oltre la denuncia da tastiera o il like. Manca l’iniziativa che porti le persone a unirsi e quindi la possibilità di definire pensieri di rottura, potenti e condivisi».

Tu invece lavori spesso in gruppo.

Mostra alla Triennale per i 70 anni della Coop  (leggi qui)

«Credo nel potere delle idee nate da una collettività. E in questa fase della mia vita ho un bisogno quasi fisico di lavorare con gli altri. Una cosa che le macchine non sapranno mai fare»

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Anni fa hai realizzato una mostra sugli Oggetti Disobbedienti. Che si ribellano alle catalogazioni e alle logiche di consumo. Nel mondo degli algoritmi ci sarà spazio per la disobbedienza?

«La disobbedienza oggi è essere padroni del proprio tempo. In questo senso tutti gli oggetti che aiutano a ignorare le regole imposte dalla tecnologia sono disobbedienti. Ho appena acquistato, per esempio, un telefono Punkt che fa solo telefonate ma è anche un modem. Mi fa andare online quando serve ma non mi richiama all’ordine vibrando. Non è un oggetto nostalgico, non rinnega la tecnologia ma le dà un ruolo circoscritto nel quotidiano. E rappresenta per questo un piccolo ma significativo gesto di ribellione». Giulio Iacchetti design

Come mai la domotica e il design industriale autoriale non si incontrano?

«Pochi imprenditori in Italia, al di fuori dal settore dell’arredo, sono abbastanza umili per capire che per dare a un prodotto una forma che abbia un senso serve un progettista. È paradossale ma in un paese che pullula di bellezza e che usa la parola design per parlare di tutto, pochi sanno coglierne il valore. Al contrario di quanto invece avviene nei paesi del nord dove nessuno realizzerebbe alcunché senza coinvolgere un designer». Giulio Iacchetti design

internoitaliano, design a km 0 e fabbrica diffusa

Qual è il tuo più grande desiderio di industrial designer?

«Toccare il grande pubblico. I designer sono spesso impegnati su progetti riconducibili a un’élite anche perché, come abbiamo detto, gli imprenditori e le aziende che capiscono il valore del design sono poche. Mentre circondarsi di cose buone non dovrebbe essere un lusso ma un diritto». Giulio Iacchetti design

PARLIAMONE INSIEME, A MILANO (28 gennaio, Fondazione Feltrinelli, h 18)
Il design tra intelligenza umana e intelligenza artificiale: è il tema del terzo appuntamento di Talks on Tomorrow, la serie di incontri sul domani trasmessi in streaming su Repubblica.it.

L’appuntamento è per il 28 gennaio alle 18 alla Fondazione Feltrinelli di Milano dove Valeria Palermi, direttore di D la Repubblica, dialogherà con Massimo Banzi (co-fondatore e presidente di Arduino e curatore di Maker Faire Roma), Giulio Iacchetti (industrial designer), Fabrizio Longo (direttore generale Audi Italia) e Stefano Maffei (Professore Associato presso il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, responsabile scientifico di Polifactory e direttore del Master in Service Design).

Foto di copertina, Fabrizia Parisi

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