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Giulio Iacchetti sulla qualità nel design italiano

Design e qualità: secondo Giulio Iacchetti si possono “fare bene” le cose solo amando la vita con autenticità, leggerezza e spontaneità; con un’onestà d’animo che mai nessuna strategia di marketing riuscirà a imitare.

(Questa intervista è stata pubblicata in tedesco dalla rivista di filosofia Hoheluf . Quella che pubblichiamo qui è una versione rivista e ampliata insieme a Giulio Iacchetti)

Cos’è qualità, per un designer, oggi?

«Per me è un concetto dinamico, un percorso. Ciò che ci soddisfa oggi, probabilmente non lo farà domani. Perché siamo noi che cambiamo e dall’osservazione (quindi dalla comparazione) del nostro lavoro con quello di altri colleghi, cambia in modo sensibile la percezione delle cose. Si innesta un meccanismo di emulazione, di volontà di superamento, di assorbire e fare propria la lezione altrui. L’insoddisfazione è un elemento decisivo per il curriculum di un designer, un grande stimolo per progredire, per alzare il livello della sfida».

Pensi che sia lo stesso anche per il pubblico? Personalmente ho l’impressione che il concetto di “qualità” sia molto meno chiaro a noi di quanto non fosse per i nostri nonni.

«Al pubblico arrivano prodotti che normalmente vengono processati solo dal punto di vista estetico e, forse, funzionale. Sulla qualità degli elementi che lo compongono, e la sofisticazione delle lavorazioni che ha subito, poco si ha da dire perché oggettivamente mancano i fondamentali, per esempio le conoscenze tecniche, per poterlo apprezzare pienamente o viceversa, non considerarlo per l’acquisto. Possiedo un fantastico frullatore americano che faceva un figurone sul piano della cucina: è la terza volta che l’ingranaggio che trasmette il movimento ai coltelli interni si fonde se sottoposto ad uno sforzo leggermente al di sopra della norma. E’ una ruota dentata fatta di gomma, materiale evidentemente non adatto per quello scopo. Mio padre non l’avrebbe mai acquistato: io mi sono lasciato abbagliare dalla forma e dal colore del frullatore ed ecco il risultato».

È possibile insegnare a cogliere la qualità di un oggetto (a un non designer, intendo)? Come si fa? (mi intriga per esempio come spiegare questo concetto ai bambini e ai ragazzi)

«Prima degli oggetti, ci sono i materiali che li costituiscono. Sarebbe bellissimo attivare percorsi esperienziali di restituzione di senso alle cose a partire dai materiali che concorrono a comporle. Immagino laboratori sul legno e sulla comprensione che ogni essenza può esprimere in modo ottimale per determinate funzioni: ne deriverebbe che forzare la natura delle cose crea solo problemi, spreco di risorse ed inutili ardimenti progettuali. Sono convinto che ai bambini piacerebbe ascoltare “la voce del legno” che insegnerebbe come meglio impiegarlo, la sua preziosità, il fatto che per determinate lavorazioni è ideale mentre per altre è del tutto inadeguato e così via…»

Qualità è sinonimo di longevità?

«Sicuramente una buona qualità totale del manufatto produce degli effetti importanti per quanto concerne la sua longevità. Ma la qualità, quale antidoto alla rapida decadenza degli oggetti, non considera solo gli aspetti materiali. Anzi, direi che la longevità è più afferente a una dimensione immateriale: una lampada dei fratelli Castiglioni per la Flos degli anni 60 è ancora ambita e perfettamente contemporanea, a prescindere dallo stato di conservazione dei materiali che la compongono».

Come mai allore alcuni oggetti sopravvivono nel tempo (non solo in senso materiale) e altri no?

«Gli oggetti che sopravvivono sono quelli il cui ruolo va oltre la mera funzione. Come la prima macchina che hanno comprato i nostri genitori, quella vecchia 500 trasformata poi in un sedimentato di sentimenti di vita vissuta, di esperienze uniche, di ricordi, spesso mitizzati. L’oggetto da sempre è un feticcio, tramite del nostro mondo materiale con una dimensione afferente allo spirito, all’indefinito, alla magia. Con ogni oggetto che entra a far parte della nostra vita, stabiliamo un rapporto che può essere da un lato di totale indifferenza e limitato solamente a un uso meramente funzionale, e dall’altro invece un rapporto affettuoso, di stretta vicinanza, direi di amicizia. Mi interessa, con il mio lavoro, indagare perché certi oggetti siano in grado di suscitare emozioni e affetto, mentre altri sono del tutto amorfi e freddi tanto che le persone si dimenticano in fretta di possederli».

Ma per gli oggetti che caratterizzano il nostro quotidiano – l’equivalente della 500 di allora – succede qualcosa di diverso. Se perdo lo smart phone non mi dispero per l’oggetto (costo a parte) quanto per i contenuti. Che impatto sta avendo questo cambiamento sul design degli oggetti?

«Questa è un’osservazione molto interessante. Il sedimento di vissuto che un oggetto riusciva a raccogliere negli anni passati (evochiamo ancora la vecchia 500 di famiglia) non può più essere racimolato da un telefonino della nostra contemporaneità. In altre parole non riusciamo a sviluppare un’affezione “fisica” per questi oggetti tecnologici perché la loro persistenza nelle nostre tasche e sui nostri desk è limitata nel tempo. La versione più aggiornata soppianta facilmente la precedente, l’oggetto non ha alcun significato per noi, il livello di personalizzazione non tocca l’involucro, ma sono solo i contenuti a seguirci nella migrazione da uno smartphone all’altro: noi siamo le applicazioni che abbiamo scelto, i nostri contatti, le foto che scattiamo, i video che giriamo. L’oggetto contenitore è uno standard anonimo che risulta attrattivo solo nel magnificente momento del lancio e nel successivo acquisto, con le canoniche code fuori dal negozio per accaparrarselo per primi. Per confermare tutto ciò potrei citare a memoria tutte le automobili che ho posseduto, dalla prima che ho vissuto in famiglia sino all’attuale, ma dei miei telefonini ricordo solo il primo, per tutti gli altri ho solo un vago ricordo, nessuna nostalgia, nessuna intenzione di ritrovarli o di ricercali su ebay…»

Un prodotto di alta qualità non deve quindi essere necessariamente utile?

«No. Anzi direi che è la vera inutilità a pretendere un livello di qualità altissimo. Proprio perché quando viene meno una componente strettamente funzionalistica, è necessario esaltare gli aspetti estetici e molte volte caduchi, fragili, che si possono godere solo per un brevissimo lasso di tempo e che sono ad esclusivo appannaggio di certe peculiari produzioni. Un esempio: se consideriamo prodotto (e per me lo è) un mandala dei monaci Buddhisti, ovvero quel disegno circolare elaboratissimo realizzato con sabbie colorate, vedremo che quel manufatto rappresenta qualcosa che pur apparendo inutile ai più, è espressione di una grandissima perizia realizzativa. Da godere nell’immediato visto che, una volta terminato, esso viene distrutto dai suoi artefici. In Olanda si dice “lavoro da monaci” per intendere un lavoro inutile…non è singolare questa consonanza di intenti che guida l’azione di uomini cha hanno votato la loro vita a Dio aderenti a religioni così diverse e nate in luoghi così lontani? Forse che i monaci hanno capito prima di molti altri il senso ed il valore della parola “inutile”?! Peraltro anche nel Vangelo di Luca è riportata una frase che mi ha sempre colpito, laddove si evoca “l’inutilità” come momento epifanico di una vita dedicata al lavoro: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Lc 17 7,10».

Però non si può dire, da un certo punto di vista, che un mandala sia “inutile”. Se lo è, bisognerebbe anche considerare tale l’arte…

«Nel suo bel saggio «L’utilità dell’inutile», Nuccio Ordine distingue tra i significati attribuibili alla parola “utile”. Per molti è sinonimo solo ciò che genera profitto, ma l’autore del libro propone un’ulteriore significato, ovvero che è utile “tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori”. Sotto questo punto di vista è bello constatare che circondarsi di oggetti buoni, ovvero ben disegnati e ben realizzati, è un buon viatico per aggiungere bellezza alla nostra vita. Noi tutti abbiamo bisogno che la bellezza si riverberi in ogni aspetto del quotidiano, ed è bello constatare che anche un cavatappi o un bicchiere possono essere ambasciatori, seppur piccoli e umili, di bellezza».

Jasper Morrison parla di questa possibilità da parte degli oggetti di migliorare il quotidiano in termini “impatto atmosferico” che essi hanno sullo spazio. Sei d’accordo?

«Mi piace l’idea che non sia solo l’architettura, con la sua grande scala, a decidere la temperatura e il livello di accoglienza di un luogo, condivido con Morrison l’idea che il clima ideale di un interno si ottenga anche tramite il concorso di oggetti e utensili “buoni”. “Everything, but the wall”, era il titolo del primo catalogo dedicato al lavoro di Jasper Morrison, come dire: “ho progettato di tutto ad esclusione (volutamente?) delle architetture, una dichiarazione d’intenti che rovescia il classico motto di E.N.Rogers che concedeva agli architetti la facoltà di progettare “dal cucchiaio alla città”».

Esiste un modo di pensare e realizzare qualità e anche questo particolare tipo di bellezza di cui abbiamo parlato (che ha un impatto sullo spazio) che sia tutto italiano?

«In Italia, nel mondo della produzione, si dice “fatto a regola d’arte” riferendosi a una eccellenza qualitativa del manufatto. Credo ci si riferisca soprattutto a un rispetto della tecnica costruttiva, a un uso sapiente dei materiali, coerentemente alla funzione alla quale sono preposti. Il tutto si concilia con una tradizione artigiana che in Italia è secolare. Basti pensare al vetro soffiato a Venezia, al legno e all’arredo in Brianza, al marmo in Toscana. I veri depositari della qualità sono dunque gli artigiani (come il raffinatissimo ebanista Ghianda, recentemente scomparso e conosciuto a livello internazionale) e i produttori (aziende come Molteni che mettono una cura maniacale nella realizzazione di ogni singolo pezzo). Ma la vera peculiarità della qualità italiana è la logica dalla quale nasce. «Dal rispetto per il lavoro e per le persone, per i clienti e per il territorio», dice per esempio Carlo Molteni, presidente del gruppo che porta il suo nome. È una frase che mi piace citare perché sottolinea quanto la qualità sia in Italia intrinsecamente legata a valori umanistici, alla cultura, al senso di appartenenza ad una comunità…»

Spesso parli degli oggetti con aggettivi che altri userebbero per le persone. Lo fai in riferimento a una certa qualità della vita che essi dovrebbero portarci?

«Per gli oggetti che ho disegnato per internoitaliano, un brand che ho fondato circa tre anni fa, non nascondo un sincero affetto. Li ho definiti “oggetti felici” perché realizzati da artigiani italiani contenti di partecipare a questo progetto collettivo dove il loro contributo è fondamentale per la buona riuscita del progetto. Loro vengono segnalati come co-autori: è un modo per riconoscere il loro fondamentale contributo alla realizzazione del prodotto. Ma non solo: ancora una volta il rapporto umano che si sviluppa, la consonanza di intenti tra me e gli artigiani, il rispetto per la loro professionalità e sapienza e la reciproca capacità di ascolto, sono i fondamentali per generare “oggetti felici”. Parliamo di prodotti e di design, apparentemente, ma in realtà tutto ciò è un pretesto per parlare della vita e dei valori autentici che la animano, perché che senso ha parlare di qualità di manufatti artigianale ed industriali se tutto ciò non si riverbera in modo positivo ed autentico, restituendo un senso profondo, al tempo che ci è dato da vivere?»

 

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